Rischi ignorati per il Ponte sullo Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina rappresenta una delle aree più interessanti del Mediterraneo dal punto di vista geodinamico.
La microplacca siciliana sta andando alla deriva verso NW per la spinta che proviene dalla placca africana in movimento verso NORD mentre l’arco calabro sta ruotando verso EST a causa dell’apertura del Mar Tirreno. Per questi motivi lo Stretto di Messina rappresenta una zona caratterizzata da un campo di stress estensionale dove stanno avendo luogo movimenti di allontanamento tra la Sicilia e la Calabria. In più l’Aspromonte è un centro di sollevamento regionale: sono stati cartografati terrazzi marini pleistocenici a più di 1.000 metri di altezza.
In questo contesto geodinamico la faglia di Scilla – Palmi, che ha una lunghezza di circa 30 km, costituisce una frattura della crosta terrestre di tipo estensionale. Da un lato vi è il massiccio dell’Aspromonte che nel Quaternario ha registrato movimenti di sollevamento dell’ordine delle centinaia di metri mentre, dall’altro lato di questa faglia si sono verificati scivolamenti gravitativi a causa dell’allontanamento della Sicilia dalla Calabria.
La faglia di Scilla – Palmi era stata cartografata all’inizio degli anni ‘90 dal sottoscritto e dal geomorfologo giapponese Taka Miyauchi con Giuseppe Dai Pra un geologo ENEA. Successivamente, sulla base di analisi geomorfologiche, la faglia principale è stata localizzata in mare per un’estensione pari a circa 30 km, al piede di una struttura a gradinata (Figura 1).
Come detto, si tratta di una faglia che nel corso del Pleistocene ha prodotto dislocazioni dell’ordine delle centinaia di metri e che molto probabilmente ha dato luogo al terremoto distruttivo di Gioia Tauro del 1783, sebbene non ci siano dati strumentali che lo possano confermare.
Il Ponte di Messina è situato all’estremità meridionale di questa faglia principale potenzialmente sismogenetica ed è perpendicolare ad essa.

Figura 1 – Carta dei terrazzi marini Pleistocenici lungo la costa tirrenica della Calabria meridionale. In rosso la faglia di Scilla – Palmi.
I trattini si trovano sul blocco ribassato. In nero il Ponte di Messina.
La Società Stretto di Messina ha affermato che tutte le faglie sono monitorate, ma la faglia di Scilla Palmi che si trova in mare è stata ignorata in sede di progettazione. È incredibile come sia stata data tanta importanza alla faglia di Cannitello, una faglia secondaria del tutto marginale, trascurando la faglia di Scilla Palmi che andrebbe investigata studiando la morfologia sottomarina ed utilizzando metodi geofisici, sismici e geodetici.
Inoltre è stato dato il massimo rilievo alle deformazioni temporanee / reversibili di natura elastica come quelle prodotte dal passaggio delle onde sismiche, da forti venti e dalle dilatazioni termiche. Il punto è che quando la sollecitazione si esaurisce la struttura ritorna nella situazione di equilibrio iniziale.
Invece con un forte terremoto come quello che può essere generato dalla faglia di Scilla Palmi si possono avere dislocazioni del terreno dell’ordine del metro che sono permanenti / irreversibili: una volta che si sono verificate non si torna più indietro. Pertanto il Ponte deve essere in grado di assorbire tali deformazioni mantenendo inalterata la funzionalità e tutte le caratteristiche di progetto.
Alla luce di quanto esposto, il Ponte di Messina dovrà essere in grado di assorbire dislocazioni dell’ordine del metro che possono essere associate a terremoti di magnitudo 7. Non possiamo avere margini di incertezza nella realizzazione del ponte a campata unica più lungo del mondo dotato di binari ferroviari in una zona ad elevata sismicità.
Stefano Sylos Labini, geologo, ricercatore presso l’Enea – studioso di economia ambientale ed energia.
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