Rifugi climatici: il verde che serve oggi, non nel 2050
Rifugi climatici: il verde che dobbiamo avere oggi, non nel 2050. Articolo a cura di Daniele Berruti.
Quest’estate l’Italia ha diramato allerte rosse per il caldo in 18 città contemporaneamente. Non è un’anomalia: è la nuova normalità con cui purtroppo, da esperto di ambiente e salute e anche sicurezza sul lavoro, mi confronto ogni giorno nei luoghi in cui le persone vivono e lavorano e soprattutto dove i più piccoli vanno a scuola.
E allora parliamo di una parola che sentiremo sempre più spesso nei prossimi anni: rifugi climatici.
Cosa sono, davvero, i rifugi climatici
Un rifugio climatico non è un bunker e non è una piazzetta con due alberi o una sola tettoia ma è uno spazio pubblico o accessibile ad esso — un parco, un cortile scolastico, una piazza, una biblioteca o uffici comunali — pensato per offrire del sollievo reale durante le ondate di calore estremo, grazie a tre ingredienti semplici: ombra, verde, acqua.
Non è un concetto del tutto nuovo: nasce negli Stati Uniti già a partire dalla fine degli anni ’90 come “cooling centre“, e oggi è raccomandato esplicitamente dall’ World Health Organization – Organizzazione Mondiale della Sanità all’interno dei piani di azione contro il caldo.
I numeri spiegano l’urgenza meglio di qualsiasi mia considerazione. Tra il 2000 e il 2019 l’esposizione al calore è stata associata a più di 500.000 morti l’anno nel mondo, secondo i dati pubblicati su The Lancet. E se non accelereremo l’adattamento, uno studio apparso su Nature stima che le città europee potrebbero contare oltre 2 milioni di morti in più per temperature estreme nel prossimo periodo. Le Nazioni Unite prevedono che entro il 2050 due persone su tre vivranno in aree urbane: è lì, nel cemento, che si gioca la partita.
Nelle nostre città il problema ha già un nome tecnico — isola di calore urbana (ne avevo già parlato con studi scientifici Rischio ondate di calore – UHI) — e un effetto misurabile: i centri urbani possono arrivare a superare di 4 gradi le temperature delle aree rurali circostanti, per colpa di asfalto, cemento e carenza di vegetazione.

Realtà: perché molte delle misure annunciate oggi non vedranno mai la luce
Qui arriva il punto che, da tecnico, mi sta più a cuore: moltissimi piani urbani per il verde puntano al 2040, al 2050, a orizzonti che sembrano rassicuranti sulla carta. Il problema è che un piano non è un albero. Tra bandi, finanziamenti, cicli amministrativi che cambiano ogni cinque anni e alberature tradizionali che impiegano 20-30 anni per offrire una chioma realmente efficace, il rischio concreto è che buona parte di queste misure resti sulla carta — o arrivi quando il problema che dovevano risolvere si sarà già aggravato e ce ne saranno altri oppure, che durante la lenta fase di creazione qualcosa cambi (pensate a tutte quelle piante messe in questi anni e che a causa di un’estate più calda e siccitosa sono morte: lavoro sprecato, tempo sprecato e tutto da rifare da zero).
Non possiamo permetterci infrastrutture verdi che diventano utili tra tre decenni. Ci serve un’infrastruttura vegetale che cresca alla velocità dell’emergenza climatica, non alla velocità della burocrazia.
Il paesaggio che cambia (e che dobbiamo ridisegnare)
C’è un ultimo tassello che va detto chiaramente: i rifugi climatici non sono un accessorio o una nuova moda per marketing estetico da aggiungere al paesaggio urbano esistente. Sono un nuovo paradigma di paesaggio.
Significa ripensare piazze, cortili scolastici, aree industriali dismesse, margini stradali — non come spazi da “abbellire con qualche albero”, ma come infrastrutture ecologiche integrate: depavimentazione, raccolta delle acque piovane, ombreggiamento naturale, biodiversità urbana. Il paesaggio del prossimo trentennio non sarà solo più verde: sarà funzionalmente diverso, progettato per assorbire shock climatici che oggi consideriamo ancora eccezionali e che diventeranno ordinari.

Cosa possiamo fare, concretamente, da subito!
Non credo negli articoli che si chiudono con un allarme e basta. Quindi vengo al punto operativo: le aziende, le scuole, le amministrazioni locali possono attivare progetti di riforestazione rapida e di rigenerazione di aree verdi già oggi, senza aspettare i grandi piani nazionali: piccoli boschi urbani nei cortili scolastici, compensazione delle emissioni attraverso specie ad alto assorbimento, riqualificazione di aree dismesse con criteri di rifugio climatico fin dalla progettazione.
È la direzione in cui sto lavorando con tutta la squadra di PAULOWNIA PIEMONTE NAZIONALE e GRUPPO BERTONI, e continuerò a raccontare qui i prossimi passi — dai progetti di sostenibilità e riforestazione a cui sto contribuendo, alle collaborazioni con scuole e realtà del territorio che vogliono trasformare i propri spazi in presidi climatici reali, non solo su carta.
Il caso La Salle di Grugliasco: la prova che si può fare, e in fretta
Le teorie contano poco senza un cantiere reale davanti agli occhi e senza concretezza.
Nel comprensorio scolastico La Salle di Grugliasco, alle porte di Torino, sta nascendo un’infrastruttura verde che va oltre al solito “bosco urbano” e non è la solita piantumazione simbolica. Con il supporto di Microtecnica insieme alla direzione scolastica abbiamo creato qualcosa di incredibile: l’area scolastica si è trasformata in uno spazio verde che coinvolge tutti gli ordini di scuola, dalla primaria fino all’istituto superiore dove prima c’era un mero parcheggio per auto, senza un ramo.
Gli studenti non hanno assistito ma sono parte attiva di tutto ciò: hanno messo a dimora gli alberi con le proprie mani, hanno svolto un incontro formativo sull’importanza della Paulownia nella lotta ai cambiamenti climatici. In un tempo che in ambito forestale è quasi impercettibile, quell’area ha già ricreato una condizione microclimatica difficile da trovare altrove in un contesto scolastico italiano: un vero laboratorio a cielo aperto di adattamento climatico, costruito insieme a chi tra vent’anni vivrà le conseguenze delle scelte che facciamo oggi.
È la dimostrazione pratica di un principio che, da ambasciatore europeo del Patto per il Clima, porto avanti in ogni intervento: l’educazione ambientale funziona quando diventa esperienza diretta, non slide. Quando le azioni diventano realtà e non solo intenti.
L’infrastruttura vegetale che risponde ai tempi del clima, non a quelli della politica – Paulownia
È qui che entra in gioco una soluzione che seguo da anni, semplicemente un albero ma con caratteristiche uniche: la Paulownia.
Un albero che viene usato da secoli, adorna le città più belle d’Europa e non solo…ma che oggi ha una peculiarità che torna ancora più utile all’uomo: l’albero con la crescita più rapida (e che assorbe più CO2) e che oggi la ricerca scientifica e agroforestale indica come una delle risposte più solide alla necessità di “verde rapido” e contrasto ai cambiamenti climatici.
- Crescita record: nel primo anno può superare i 5 metri di altezza, un ritmo che nessuna specie tradizionale è in grado di avvicinare diventando poi un albero.
- Capacità di assorbimento CO2: le stime della letteratura tecnica indicano fino a 10 volte la capacità di cattura della CO2 rispetto a molte specie tradizionali.
- Apparato radicale profondo: la radice a fittone la rende preziosa per il consolidamento di terreni a rischio idrogeologico e per la bonifica di suoli contaminati da metalli pesanti.
- Resilienza climatica: si adatta a condizioni idriche e termiche diverse, un requisito non negoziabile quando parliamo di specie che devono sopravvivere ai climi del 2040, non a quelli del passato!
- Chioma ampia: foglie che possono superare i 50-80 cm di diametro i primi anni per poi ridursi proporzionalmente, capaci di ombreggiare efficacemente asfalto e superfici cementificate — esattamente ciò che serve a un rifugio climatico urbano per funzionare.
- Infrastruttura: grazie alle sue caratteristiche rende migliore lo sviluppo di altra vegetazione, andandole a tutelare (è proprio per questo che oggi è l’albero maestro nei sistemi di agricoltura rigenerativa).
- Biodiversità: un aspetto da non trascurare, visto che stiamo perdendo specie animali e insetti. Fiori molto preziosi per gli impollinatori, foglie molto ricche di nutrienti per gli animali e anche per lo stesso suolo.

ATTENZIONE: la Paulownia non è la soluzione o il rimedio magico per fermare il cambiamento climatico in due minuti, ma è una delle soluzioni più significative e che insieme ad altre strategie può agire efficacemente e concretamente fin da subito tutelando gli ecosistemi, le persone, le città. Siamo in un’emergenza globale, servono azioni. Nella finestra temporale in cui dobbiamo agire — i prossimi 5-10 anni — abbiamo bisogno anche di infrastrutture vegetali che diano risultati mentre le foreste “tradizionali” continuano la loro crescita, se riescono, e il verde in città si fa spazio tra la cementificazione che non accenna a fermarsi.
Founder PAULOWNIA PIEMONTE NAZIONALE | Ceo Gruppo Bertoni | Expert in Environment-Health-Safety | European Climate Pact Ambassador | Founder Paulownia4Planet | Climatechange | OneHealth | Biofilia
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