Sizewell C, il maxi-azzardo nucleare britannico
Sulla costa frastagliata del Suffolk, in un paesaggio di dune e sabbia battuto dal vento del Mare del Nord, si muovono già 1.700 operai. Scavano, livellano, colano cemento. Qui, a pochi passi dal villaggio di Sizewell, deve sorgere una delle opere più imponenti della storia energetica britannica: la centrale nucleare Sizewell C, destinata – almeno nelle intenzioni – a produrre elettricità per sei milioni di abitazioni e a coprire fino al 7% del fabbisogno nazionale.
Un progetto faraonico, con due reattori EPR da 3.200 megawatt elettrici complessivi, e una vita operativa prevista di sessant’anni. Nato oltre dodici anni fa da una joint venture tra EDF Energy e la cinese CGN, nel 2022 è stato rilevato quasi interamente dal governo britannico, deciso a escludere Pechino e a prendersi sulle spalle il rischio economico. Oggi Londra detiene il 44,9% dell’opera, affiancata da EDF, Centrica, La Caisse e Amber Infrastructure. Il via libera definitivo all’investimento è arrivato nel luglio 2025, ma il cantiere era già stato avviato l’anno precedente.
Eppure, come racconta un’inchiesta del Financial Times, l’impresa appare a molti come un “fallimento annunciato”. Non a caso, il reportage si apre con le parole di Henri Proglio, ex direttore di EDF, che definisce Sizewell C “un’opera terrificante, estremamente complessa e quasi irrealizzabile”.
Il paragone inevitabile è con Hinkley Point C, la centrale gemella che EDF sta costruendo nel Somerset: un cantiere senza fine, con costi schizzati dai 18 miliardi di sterline previsti nel 2016 a oltre 40 miliardi attuali. Una parabola che rischia di ripetersi. Per Sizewell, il governo britannico ha già garantito 36,5 miliardi di debito pubblico, con un tetto massimo di 47 miliardi, ma diversi analisti stimano che la cifra reale potrebbe spingersi fino a 60.
Il cuore del problema è la tecnologia adottata: l’EPR (European Pressurised Reactor), sviluppata da Francia e Germania negli anni successivi a Chernobyl e all’11 settembre. Un reattore concepito per essere il più sicuro al mondo, con sistemi di raffreddamento multipli, scudi di contenimento doppi e un raccoglitore di nucleo in caso di fusione. Una macchina ingegneristica quasi perfetta sulla carta, ma che nei fatti si è rivelata troppo complessa: ritardi, errori di costruzione e costi esplosi hanno segnato progetti analoghi a Flamanville in Normandia, a Olkiluoto in Finlandia e in diversi cantieri in Cina.
Il Suffolk aggiunge poi le sue complicazioni geologiche: il terreno sabbioso richiede fondamenta di cemento doppie rispetto a Hinkley e la costruzione di un muro lungo tre chilometri e profondo 55 metri per drenare l’acqua. Una sfida tecnica dentro la sfida tecnica.
I sostenitori del progetto, tuttavia, parlano di un cantiere più maturo e meno vulnerabile agli imprevisti: l’85% del design è già collaudato, i componenti più critici saranno prefabbricati e metà della forza lavoro ha esperienza diretta con Hinkley. Ma le cifre restano impietose: l’elettricità di Sizewell costerà 286 sterline a megawattora, fino a tre volte il prezzo dell’energia generata da reattori in Cina, Russia o Corea del Sud.
Non sorprende quindi che molti osservatori giudichino Sizewell destinata a essere l’ultimo EPR al mondo. La stessa Francia, patria di EDF, ha ridimensionato le ambizioni, puntando su una versione semplificata, l’EPR2, e concentrandosi sul completamento dei cantieri già aperti.
Il futuro di Sizewell resta sospeso tra entusiasmo e scetticismo. Da un lato, un Paese che rivendica la scelta nucleare come pilastro della sicurezza energetica; dall’altro, l’incubo di un’opera che rischia di trascinare con sé miliardi di denaro pubblico.
Il caso Sizewell solleva allora un interrogativo che va oltre il Suffolk e oltre la Gran Bretagna: quanto è realistico, oggi, puntare ancora su grandi centrali di nuova generazione? L’Italia, che non possiede una filiera nucleare autonoma e che in quarant’anni non è riuscita neppure a dotarsi di un deposito nazionale per i rifiuti già esistenti, dovrebbe guardare con attenzione a questi fallimenti prima di illudersi che il nucleare possa rappresentare una strada praticabile.
Perché il futuro energetico non passa da progetti “terrificanti e quasi irrealizzabili”, ma da soluzioni concrete, sicure e già disponibili: rinnovabili diffuse, sistemi di accumulo, efficienza e reti intelligenti. È questa la via moderna e sostenibile. Il nucleare, al contrario, appare sempre di più come un passato che non ha imparato dai propri errori.
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