L’illusione dei serbatoi pieni di gas e la partita delle terre rare
L’illusione dei serbatoi pieni e l’occasione delle terre rare: perché l’Europa ha bisogno di un’Italia che guidi e non di un’Italia che si vanta. Articolo di Giancarlo Busti, consulente ambientale.
Ogni volta che si avvicina l’autunno, dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica congiuntamente ai vertici di Snam parte la solita volata comunicativa: gli stoccaggi di gas nazionale hanno superato l’83% della capienza con mesi di anticipo rispetto all’obiettivo del 90%. Il messaggio subliminale, speso nelle cancellerie e nei talk show, è sempre lo stesso: siamo stati più bravi degli altri, la Germania è in affanno e ci avviamo a diventare il grande hub energetico del Mediterraneo. La solita fissazione italiana di esibire numeri come trofei soprattutto quando si parla di energia.
Peccato che questo trionfalismo nasconda un banale trucco contabile. Un serbatoio pieno al 100% non serve a nulla se è troppo piccolo rispetto a quanto consumi. I numeri veri raccontano un’altra storia.
I depositi italiani contengono circa 18,5 miliardi di metri cubi di gas. Averne riempito l’83 per cento a settembre significa entrare nell’autunno con circa 15 miliardi di metri cubi pronti all’uso. Su carta, spalmato sul consumo medio annuo, quel dato sembra garantire tre mesi di autonomia. Ma l’energia segue la curva delle stagioni.
In inverno, tra riscaldamenti domestici e centrali elettriche a pieno regime, il fabbisogno giornaliero dell’Italia schizza da 100 a oltre 270 milioni di metri cubi al giorno. Se tarato sui consumi reali della stagione fredda, quel 15 miliardi assicurerebbero circa sessanta giorni di autonomia in caso di interruzione delle importazioni. Ma c’è un vincolo tecnico che la retorica tace: le scorte sotterranee funzionano a pressione. Man mano che gli stoccaggi si svuotano, la loro capacità di erogare gas al secondo crolla di oltre il cinquanta per cento. Quindi anche quei sessanta giorni non sono assicurati. Senza le navi di GNL e i tubi algerini che pompano metano in continuo, i soli stoccaggi non riuscirebbero nemmeno a garantire la pressione minima per far girare le centrali termoelettriche, esponendo il Paese a blackout elettrici nel giro di poche settimane.
La Germania, che la propaganda nostrana dipinge spesso come fragile e in ritardo con le scorte, ha depositi enormi. Anche quando le sue percentuali di riempimento sembrano più basse delle nostre, i tedeschi hanno sotto terra quasi la nostra stessa quantità d’energia per mandare avanti le fabbriche. Se dovesse esserci l’emergenza, possono scavare e ricorrere al buon vecchio carbone, il numero di telefono di quella vecchia fidanzata che può sempre tornare utile.
L’Olanda, uno stato apparentemente non significativo per dimensioni, usa pochissimo gas per i suoi consumi interni. Le sue scorte non si possono confrontare con le nostre. Eppure ospita il TTF di Amsterdam, cioè il mercato finanziario dove si decide ogni giorno quanto costa il metano in tutta Europa. Il potere sta lì, nel controllo del mercato, non nei volumi stoccati.
Noi, nel frattempo, continuiamo a chiedere elettricità in prestito alla Francia e da altre nazioni per coprire fino al 18 per cento dei nostri consumi . Usiamo quasi la metà del gas stoccato con tanta enfasi solo per far girare le nostre centrali elettriche. Proclamarsi leader dell’energia europea perché si è riempita la bombola di casa con due settimane d’anticipo, mentre si compra la corrente dal vicino per tenere acceso il frigorifero, è fumo negli occhi. Dei più inquinanti oltretutto.
Il mercato interno del consenso ne trarrà qualche beneficio, ma la figura che facciamo con i partner europei non è così brillante. Il problema è che scambiare la gestione delle scorte per potere politico ci sta condannando alla irrilevanza anche su partite ben più importanti. A partire dalle terre rare.
Dalle molecole ai minerali: la vera partita delle terre rare
L’approccio europeo alle terre rare sfiora il paradosso contabile. La Commissione sostiene di voler spezzare il monopolio di Pechino, ma la soluzione strategica messa a verbale nel Critical Raw Materials Act si riduce a un consiglio da buon padre di famiglia: fare la scorta quando i prezzi scendono.
Il piccolo dettaglio che a Bruxelles tende a sfuggire è che la Cina ha costruito il suo monopolio in trent’anni di investimenti nella raffinazione chimica. Pechino non controlla il mercato perché possiede per divina grazia tutti i giacimenti della Terra. La ragione risiede in una pianificazione a lunghissimo termine che l’ha portata a passare gli ultimi trent’anni a sporcarsi le mani con i processi che noi abbiamo preferito delegare. L’idea di comprare metalli lavorati nelle fonderie cinesi per poi ammonticchiarli in qualche capannone alle porte di Roma o di Berlino non è certo un piano di sovranità industriale né una strategia geopolitica così irresistibile.
Nel frattempo, gli Stati Uniti finanziano la propria filiera a suon di sussidi diretti. La Cina continua a fissare i volumi di produzione globale. L’Europa, fedele al suo metodo, risponde riempiendo i magazzini di merci altrui. L’unico risultato concreto di questa strategia del ripostiglio è allargare il solco che ci separa dalle due superpotenze, pagando pure il conto del deposito.
Emerge un quadro ormai cronicizzato. Un’Europa dormiente o impantanata da veti e miopia politica diffusa. Cina e Stati Uniti sempre più aggressivi ed egemonici in settori chiave dell’economia, da dove difficilmente verranno scalzati nel medio periodo. E un’Italia che sfugge le proprie responsabilità addossando ad altri le colpe di crescita lenta e sviluppo frenato, spesso indicando l’Unione Europea come causa di tutti i mali nazionali. Nei fatti si relega al ruolo di spettatrice.
Rimanere spettatori è una scelta politica. Se il territorio emerso è già stato spartito o blindato dai soliti noti, la vera partita sui minerali critici si è spostata sui fondali oceanici in acque internazionali. Lì si trovano i giacimenti di noduli polimetallici da cui estrarre il nichel, il cobalto e le terre rare che oggi compriamo a caro prezzo dall’Asia.
A differenza di una normale concessione mineraria sulla terraferma, il mare aperto risponde a regole del tutto particolari e ferree. Serve una licenza rilasciata dall’ISA, l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini istituita dalla convenzione UNCLOS. La licenza viene concessa solo se alle spalle di chi opera c’è uno Stato a fare da garante legale e finanziario.
Tokyo lo ha capito vent’anni fa: il governo giapponese ha creato un’agenzia pubblica, la JOGMEC, mettendoci i fondi per assorbire i rischi delle spedizioni e garantire alle proprie aziende manifatturiere un canale d’accesso privato alle materie prime.
In Italia sta succedendo l’esatto contrario. Abbiamo una realtà industriale in Toscana, la Decomar, che ha sviluppato e brevettato a livello internazionale il sistema Blue-Loop, una tecnologia a circuito chiuso capace di raccogliere i noduli dai fondali abbattendo la dispersione di fanghi che rende devastante il dragaggio tradizionale. È un’innovazione pronta per l’uso, ma lasciata del tutto sulle spalle del capitale privato. Senza un’azione d’indirizzo pubblico, un brevetto di questo peso ha una traiettoria già scritta: restare inutilizzato per mancanza di forza finanziaria o finire comprato da un gruppo straniero che ha alle spalle uno Stato vero.
Il paradosso è che gli strumenti per cambiare marcia ci sarebbero già tutti. L’Italia possiede colossi dell’ingegneria marina e delle infrastrutture come Saipem e Fincantieri, e una cassaforte finanziaria come Cassa Depositi e Prestiti. Un’operazione d’indirizzo pubblico, che sia l’ingresso nel capitale della tecnologia o la sponsorship formale dello Stato italiano presso l’Autorità delle Nazioni Unite, permetterebbe di fare richiesta per i blocchi di esplorazione negli oceani a nome del Paese. Porterebbe a Bruxelles un progetto industriale, non la solita richiesta di sussidi a fondo perduto.
Raccogliere i minerali sul fondo del mare, tuttavia, copre solo metà dell’opera. Il vero collo di bottiglia della filiera globale è la raffinazione chimica, la capacità di separare ed estrarre gli elementi utili dai noduli grezzi. Senza impianti a terra per l’idrometallurgia, la roccia estratta dagli oceani andrebbe comunque spedita nelle fonderie asiatiche per essere lavorata, azzerando qualsiasi margine di autonomia.
L’integrazione di questa catena del valore offrirebbe una soluzione pragmatica a nodi industriali che trasciniamo da decenni. Aree ad altissima vocazione manifatturiera ma segnate da crisi strutturali, l’ex Ilva di Taranto su tutte, potrebbero essere riconvertite in centri ad alta tecnologia per la separazione dei minerali critici. E Taranto ha già tutte le infrastrutture pronte a partire da quelle portuali per finire a quelle ferroviarie e aeroportuali.
Inserire un piano del genere all’interno degli IPCEI, i progetti di comune interesse europeo previsti dai trattati comunitari, permetterebbe al Ministero delle Imprese di derogare ai limiti sugli aiuti di Stato. Si potrebbero canalizzare risorse pubbliche e private su un’opera industriale vera, uscendo dalla logica dei sussidi assistenziale. Si doterebbe l’Europa dell’infrastruttura di trasformazione che oggi le manca del tutto.
Il rischio d’impresa ha una caratteristica precisa. Se lo Stato si limita a fare il manovale di emergenza per tappare i buchi contabili lasciati dalle crisi energetiche del momento, prima o poi finirà per cadere in un buco strutturale molto più grande di lui, dal quale difficilmente si esce con un decreto legge. Continuare a finanziare la sola conservazione della merce anziché costruire la capacità industriale per lavorarla risponde alla stessa miopia.
I giapponesi, che sulla politica mineraria oceanica hanno costruito una strategia di Stato decennale, usano un’espressione per definire la capacità di cogliere il momento preciso in cui un ciclo economico cambia forma: kōki issu bekarazu, (好機逸すべからず): “L’opportunità favorevole non va lasciata sfuggire”, perché quando la marea cambia, non torna indietro.
Tra le opzioni sul tavolo c’è un’alternativa. Da un lato, continuare ad amministrare l’esistente, declamando il nostro tempismo nel comprare per rassicurare il dibattito domestico. Dall’altro, vincolare le competenze delle grandi aziende italiane, la capacità finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti e la riconversione di stabilimenti in crisi come l’Ilva di Taranto a un piano strategico sulle terre rare da spendere a Bruxelles.
La differenza tra il gestire un declino bilanciato e il sedersi al tavolo dove si decidono le gerarchie industriali dei prossimi cinquant’anni sta tutta qui. Il resto è propaganda spesa a beneficio di un pubblico che ha già smesso di crederci. O che smetterà di farlo quando inizieranno ad arrivare le bollette quest’inverno.
leggi anche: Nuovo (dis)ordine mondiale, oceani e terre rare – Ecquologia²


