Centrali nucleari e tumori: cosa mostrano gli studi epidemiologici
Centrali nucleari e tumori: cosa mostrano davvero gli studi epidemiologici. Dalla ricerca Harvard agli studi europei su oltre 40 anni di dati: cosa emerge, cosa non è ancora dimostrato e come nasce un’evidenza scientifica. Articolo a cura di Ivan Romanelli.
Negli ultimi anni, il tema dell’energia è diventato uno degli argomenti più dibattuti nel panorama scientifico, politico ed economico, sia a livello nazionale che internazionale. In Italia, questo tema è particolarmente rilevante, poiché incide direttamente sui costi sostenuti da famiglie e imprese e sulla stabilità del sistema energetico nazionale.
Il referendum del 2011 ha sancito la scelta di non proseguire con un programma nucleare nazionale.
Tuttavia, il contesto energetico globale è cambiato profondamente negli anni successivi, anche a seguito della crescente volatilità dei prezzi delle fonti fossili e delle nuove sfide legate alla sicurezza energetica e alla transizione verso sistemi a basse emissioni.
Questo ha riaperto il dibattito pubblico, portando a interrogarsi nuovamente non solo sull’efficienza energetica, ma anche sulla sicurezza sanitaria associata alla presenza di centrali nucleari.
Le centrali nucleari moderne, in condizioni operative normali, rilasciano quantità estremamente basse di materiale radioattivo, sottoposte a rigorosi controlli e limiti normativi internazionali. Tuttavia, come in molti altri ambiti della sanità pubblica, la ricerca scientifica utilizza anche studi epidemiologici per identificare possibili associazioni tra fattori ambientali e salute.
Lo studio Harvard sul Massachusetts
Nel 2025, un gruppo di ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health ha pubblicato uno studio sulla rivista Environmental Health, analizzando l’incidenza dei tumori nello stato del Massachusetts tra il 2000 e il 2018.
Lo studio ha utilizzato i dati del Massachusetts Cancer Registry, uno dei registri tumori più completi degli Stati Uniti, e ha valutato la relazione tra incidenza tumorale e distanza dalle centrali nucleari presenti entro un raggio di 120 km.
I risultati hanno evidenziato una associazione statistica tra la prossimità alle centrali nucleari e l’incidenza complessiva di tumori, in particolare nelle fasce di età superiori ai 55 anni.
In particolare:
- il rischio relativo risultava più elevato nelle aree più vicine alle centrali;
- l’associazione osservata diminuiva progressivamente con l’aumentare della distanza, risultando significativamente attenuata oltre circa 25 km nelle analisi presentate.
Nel complesso, lo studio ha stimato che circa 20.618 casi di tumore nello stato del Massachusetts potessero essere statisticamente associati alla prossimità geografica dalle centrali nucleari. Questo valore corrisponde a una frazione attribuibile (attributable fraction) stimata di circa 3,5% negli uomini e 4,1% nelle donne, con variazioni per età e sottogruppi.
È importante sottolineare che lo studio ha utilizzato la distanza geografica come indicatore indiretto di esposizione, e non ha misurato direttamente la dose radiologica individuale.
Studi analoghi in Germania e Francia
Lo studio del Massachusetts si inserisce in una linea di ricerca epidemiologica già sviluppata in altri Paesi.
Lo studio KiKK (Kinderkrebs in der Umgebung von Kernkraftwerken), commissionato dal governo tedesco e pubblicato nel 2008 sull’International Journal of Cancer, ha analizzato tutti i casi di tumore infantile diagnosticati in Germania tra il 1980 e il 2003, confrontando la distanza dalle centrali nucleari tra bambini malati e bambini sani.
I risultati hanno mostrato che nei bambini sotto i 5 anni residenti entro 5 km da una centrale nucleare, il rischio di sviluppare leucemia risultava più elevato rispetto a quelli residenti più lontano. In particolare, lo studio ha riportato un odds ratio pari a 2,19, indicando un aumento statisticamente significativo del rischio in questa fascia di popolazione. L’associazione osservata diminuiva progressivamente con l’aumentare della distanza.
Uno studio analogo è stato condotto in Francia (studio GEOCAP), pubblicato sull’International Journal of Cancer, che ha analizzato oltre 2.700 casi di leucemia infantile.
Anche in questo caso, i ricercatori hanno osservato un aumento del rischio nelle aree più prossime alle centrali nucleari. In particolare, lo studio ha riportato un odds ratio pari a 1,9 (IC 95%: 1,0–3,3) per i bambini residenti entro 5 km rispetto a quelli residenti oltre 20 km. L’associazione entro 5 km era basata su 14 casi in quella fascia di distanza, e risultava attenuata o assente a distanze maggiori.
Allo stesso tempo, altri studi epidemiologici condotti in diversi Paesi non hanno però osservato aumenti significativi del rischio, contribuendo a delineare un quadro scientifico complesso e non uniforme.
Per comprendere correttamente il significato di questi risultati, è necessario distinguere tra evidenza epidemiologica e prova causale scientifica.
Studi epidemiologici e causalità scientifica: cosa significano realmente questi risultati

Gli studi epidemiologici rappresentano uno dei primi strumenti utilizzati per individuare possibili associazioni tra fattori ambientali e salute umana. Il loro obiettivo principale è identificare pattern statistici all’interno di grandi popolazioni, osservando se determinate condizioni ambientali risultano associate a un aumento o a una diminuzione dell’incidenza di specifiche patologie.
Tuttavia, è fondamentale comprendere che uno studio epidemiologico, per sua natura, non conferma né tantomeno misura direttamente il meccanismo biologico o fisico che causa una malattia. Esso identifica una associazione statistica, ma non dimostra automaticamente un rapporto causale diretto.
Per stabilire una relazione causale, sono necessari ulteriori livelli di evidenza scientifica, che includono:
- la misurazione diretta dell’esposizione individuale (dosimetria, biomarcatori, concentrazioni nei tessuti);
- la dimostrazione di un meccanismo biologico plausibile;
- la riproducibilità dei risultati in studi indipendenti;
- la coerenza con modelli fisici e biologici;
- e, quando possibile, conferme sperimentali o longitudinali.
Questo processo può richiedere molti anni o decenni, anche perché spesso dipende dallo sviluppo di nuove tecnologie di misurazione e analisi.
Un esempio significativo è rappresentato dal particolato atmosferico. Già negli anni ’90, studi epidemiologici avevano osservato un aumento della mortalità e dell’incidenza di tumori nelle popolazioni esposte a livelli più elevati di inquinamento. Tuttavia, solo negli anni successivi, grazie allo sviluppo di tecnologie più avanzate — come analisi molecolari, biomarcatori di danno al DNA e modelli tossicologici più sofisticati — è stato possibile comprendere meglio i meccanismi biologici attraverso cui il particolato può contribuire allo sviluppo di tumori, portando alla sua classificazione come cancerogeno per l’uomo da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC).
Un percorso analogo si è verificato per l’amianto. Le prime evidenze derivavano da osservazioni epidemiologiche su lavoratori esposti, ma solo con il progresso delle tecniche di analisi istopatologica e biologica è stato possibile dimostrare con certezza il meccanismo attraverso cui le fibre di amianto inducono processi tumorali.

Nel caso delle centrali nucleari, gli studi epidemiologici condotti finora, inclusi quelli negli Stati Uniti, in Germania e in Francia, hanno osservato associazioni statistiche tra prossimità agli impianti e incidenza di alcune patologie tumorali. Tuttavia, questi studi utilizzano indicatori indiretti di esposizione, come la distanza geografica, e non misurano direttamente la dose radiologica individuale.
Le principali organizzazioni scientifiche internazionali indicano che, nelle normali condizioni operative, le dosi di radiazione ricevute dalla popolazione residente nelle vicinanze delle centrali nucleari risultano generalmente molto basse.
Questo non riduce il valore degli studi epidemiologici, ma ne definisce correttamente il ruolo: essi rappresentano uno strumento di osservazione fondamentale, che consente di identificare segnali statistici potenzialmente rilevanti, per orientare ulteriori ricerche scientifiche più approfondite.
La conoscenza scientifica si sviluppa attraverso un processo progressivo, in cui osservazioni epidemiologiche, misurazioni fisiche, studi biologici e analisi sperimentali contribuiscono, nel tempo, a costruire una comprensione sempre più completa e affidabile dei fenomeni osservati.
Fonti scientifiche
Studio Harvard:
Alwadi M. et al. (2025)
Proximity to Nuclear Power Plants and Cancer Risk in Massachusetts
Environmental Health
https://doi.org/10.1186/s12940-025-01248-6
Studio KiKK Germania:
Kaatsch P. et al. (2008)
Leukaemia in young children living in the vicinity of German nuclear power plants
International Journal of Cancer
https://doi.org/10.1002/ijc.23330
Studio GEOCAP Francia:
Sermage-Faure C. et al. (2012)
Childhood leukemia around French nuclear power plants
International Journal of Cancer
https://doi.org/10.1002/ijc.27425
Particolato atmosferico:
Dockery DW et al. (1993)
An association between air pollution and mortality
New England Journal of Medicine
https://doi.org/10.1056/NEJM199312093292401
IARC (OMS):
Outdoor air pollution classified as carcinogenic
https://www.iarc.who.int/news-events/iarc-outdoor-air-pollution-a-leading-environmental-cause-of-cancer-deaths/
Amianto:
IARC Monographs Volume 100C
https://publications.iarc.fr/120
UNSCEAR:
Sources and Effects of Ionizing Radiation
https://www.unscear.org/docs/publications/2008/UNSCEAR_2008_Report.pdf
IAEA:
Radiation Protection and Safety Standards
https://www.iaea.org/publications/8930/radiation-protection-and-safety-of-radiation-sources



