Medio Oriente e energia: perché l’Italia è più vulnerabile

 Medio Oriente e energia: perché l’Italia è più vulnerabile

I nodi energetici del Medio Oriente stanno determinando, ancora una volta, le sorti della nostra economia. Articolo a cura di Sergio Ferraris, giornalista scientifico, caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”.

Non è solo un braccio di mare remoto: quando lo stretto di Hormuz si stringe, ne risente gravemente il respiro energetico globale, soprattutto quello dell’Italia. In quel passaggio tra Iran e Oman scorre infatti circa un quinto del petrolio consumato nel mondo e una quota analoga, attorno al 20%, del gas naturale liquefatto. Oggi, con il blocco deciso da Teheran nel pieno della guerra con Stati Uniti e Israele, tra petroliere ferme, navi attaccate, mine, terminal distrutti e tensioni militari, gli analisti parlano della crisi più grave dal 1973. I mercati hanno reagito subito. Il Brent è corso oltre i 100 dollari al barile, il gas naturale al mercato europeo del TTF è salito sopra i 50-55 euro per MWh e benzina e gasolio hanno registrato rincari fino a 30-40 centesimi al litro.

Ma per l’Italia il punto più vulnerabile non è soltanto il carburante, è la struttura stessa del sistema energetico. Nel 2024 il 44% dell’elettricità nazionale è stato prodotto con il gas naturale, quasi tre volte la media dell’Unione europea, ferma al 16%. Una dipendenza che si riflette nei prezzi. Il PUN, che il 28 febbraio 2026 era a 107,03 euro per MWh, è salito a 140,59 euro per MWh il 6 marzo, a 156,18 euro per MWh il 9 marzo, per poi attestarsi il 18 marzo a 149,87 euro per MWh.

Con lo shock su petrolio e gas, alcune stime indicano aumenti potenziali delle bollette tra il 30% e il 45% rispetto ai livelli medi recenti. Per una famiglia tipo, con consumi annui di 2.700 kWh di elettricità e 1.400 metri cubi di gas, ciò significa passare da una spesa complessiva compresa tra 800 e 1.200 euro fino a un conto che può arrivare a 1.750 euro.

L’impietoso confronto con la Spagna rende ancora più evidente il ritardo italiano. Madrid ha superato già nel 2023 il 50% di produzione elettrica da fonti rinnovabili e nel 2024 è salita al 56%. L’Italia, nello stesso anno, si è fermata al 41%. Lo conferma il rapporto di Legambiente “Scacco matto alle rinnovabili 2026”, presentato a Key Energy di Rimini: nel 2025 la crescita della potenza installata è rallentata del 3,9% e la produzione da fonti pulite è calata del 2,3%; il 2026 è iniziato peggio, con installazioni a gennaio in calo del 31% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Sempre secondo Legambiente, nel 2025 sono stati installati 7,2 GW di nuovi impianti, ma per raggiungere gli obiettivi al 2030 servirebbe procedere a oltre 11 GW l’anno. Intanto più di due terzi dei 1.781 progetti oggi in iter risultano bloccati e le nuove richieste di Via nel 2025 sono crollate del 75% rispetto al 2024.

Il punto è politico. Se l’Italia avesse seguito la traiettoria spagnola, oggi la chiusura di Hormuz sarebbe un problema serio ma non una minaccia sistemica. Con rinnovabili al 55-60% dei consumi elettrici, invece dell’attuale 41%, e con il gas molto più vicino alla media europea del 16%, anziché al 44% della generazione, il peso del GNL sulla bolletta sarebbe molto più basso. Invece, con quasi metà dell’elettricità ancora legata al gas, e con la “guerra lampo che lampo non è” di Trump e Netanyahu entrata nella quarta settimana, uno shock prolungato su Hormuz potrebbe far salire, secondo alcune simulazioni, le bollette della luce fino al 30% e quelle del gas fino al 37%.

La differenza con Madrid è strategica. La Spagna ha costruito il proprio scudo energetico attraverso il Plan Nacional Integrado de Energía y Clima 2021-2030, con obiettivi chiari su nuova capacità, accumuli, efficienza e reti. L’Italia, al contrario, continua a procedere tra stop-and-go, lungaggini autorizzative, opposizioni locali e ritardi nelle connessioni, sognando un improbabile nucleare. E finché il mercato all’ingrosso continuerà a basarsi sul prezzo marginale, con l’ultima centrale — quasi sempre a gas — a fissare il prezzo per tutta l’energia, anche quella rinnovabile a basso costo verrà trascinata verso l’alto ogni volta che il gas si impenna. La vera lezione che dovremmo imparare da Hormuz è che senza un’accelerazione su eolico, fotovoltaico, accumuli, reti e contratti di lungo periodo, l’Italia resterà esposta agli umori della geopolitica e delle presidenze americane. Se non peggio.

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Redazione

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