Guerre per le risorse: petrolio, metalli e nuove tensioni globali

 Guerre per le risorse: petrolio, metalli e nuove tensioni globali

Guerre e risorse. Molti conflitti per le risorse non li conosciamo, ma influiscono sui nostri stili di vita. Articolo di Michele Dotti, Ecofuturo Magazine.

Quando si parla di guerre per le risorse, quasi tutti pensano alla stessa cosa: il petrolio. È diventato un luogo comune. E in effetti, per decenni, il controllo delle fonti petrolifere è stato uno dei principali fattori geopolitici dietro conflitti, invasioni, destabilizzazioni e alleanze internazionali – come confermano rapporti IEA che stimano il 40% delle tensioni globali legate agli idrocarburi. Eppure, c’è un aspetto di questa storia che spesso non comprendiamo fino in fondo. Pensiamo al petrolio come a qualcosa che riguarda solo le automobili, la benzina, il diesel, gli aerei. Lo immaginiamo principalmente nei distributori e nei serbatoi. Ma raramente realizziamo quanto il petrolio sia letteralmente intorno a noi, presente negli oggetti più comuni della nostra vita quotidiana. Non è solo carburante. È materia prima.

Gran parte della plastica che utilizziamo deriva dal petrolio. Non si tratta soltanto delle bottiglie o degli imballaggi. Il petrolio è dentro ai vestiti sintetici come poliestere, nylon e acrilico. È presente nelle suole delle scarpe, negli pneumatici delle auto e delle biciclette. Lo troviamo nei cosmetici, nei rossetti, negli shampoo, nei detergenti e nei profumi. È alla base di molti farmaci, di vernici, colle, solventi e resine. È nei giocattoli dei bambini, nelle tastiere dei computer, negli smartphone, nelle carte di credito, nei rivestimenti dei mobili, in molti pannelli isolanti delle case. Perfino oggetti apparentemente “naturali” contengono componenti petrolchimiche: dai materassi alle moquette, dai cavi elettrici alle custodie degli occhiali. È anche la base di molti pesticidi ed erbicidi. Oltre ad essere impiegato per produrre il bitume, un sottoprodotto nero e viscoso del greggio, che lega inerti come ghiaia e sabbia per produrre l’asfalto delle nostre strade e autostrade.

Questa diffusione capillare ci aiuta a capire perché il petrolio sia stato – e continui a essere – una risorsa così strategica. Non si tratta soltanto di energia: si tratta dell’infrastruttura materiale della nostra civiltà industriale.

Alternative in crescita

La buona notizia è che sempre più alternative stanno emergendo. Negli ultimi anni la ricerca ha fatto passi da gigante nella chimica verde e nei materiali bio-based. Bioplastiche ricavate da amido di mais, alghe o cellulosa stanno progressivamente sostituendo alcune plastiche tradizionali, con performance del 90-95% rispetto a quelle fossili secondo il Rapporto Assobioplastiche-Plastic Consult 2025. Fibre naturali o innovative – come il lyocell, la canapa, il lino o i nuovi tessuti derivati da scarti agricoli – offrono alternative sempre più performanti alle fibre sintetiche.

Anche nel campo dei cosmetici e dei detergenti stanno crescendo le formulazioni prive di derivati petrolchimici. Le vernici a base vegetale, i solventi di origine biologica e i materiali compositi naturali stanno diventando progressivamente competitivi, non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico, grazie a economie di scala che ne abbassano i costi del 30%. E anche per quanto riguarda gli asfalti esistono alternative di origine biologica, non bituminose, durevoli, drenanti e a basso impatto ambientale. Insomma, l’uscita dal petrolio non è più soltanto uno slogan o un sogno. È un processo già in corso.

Metalli critici e nuove tensioni

Ma il petrolio non è l’unica materia prima attorno alla quale si stanno ridefinendo gli equilibri geopolitici. Negli ultimi anni sono diventate sempre più centrali altre risorse strategiche: litio, cobalto, nichel, rame, grafite, manganese, gallio, germanio e soprattutto le cosiddette terre rare, le quali – a dispetto del loro nome – non sono nemmeno così rare, ma piuttosto difficili da separare. Purtroppo, molte di queste risorse sono concentrate in poche aree del Pianeta: Il cosiddetto “triangolo del litio” tra Cile, Bolivia e Argentina, ne fornisce il 60% della produzione mondiale; il cobalto proviene per il 70% dalla Repubblica Democratica del Congo; molte terre rare sono estratte e lavorate principalmente in Cina (oltre il 90% della raffinazione globale secondo USGS 2025).

Questa concentrazione geografica crea inevitabilmente tensioni, dipendenze e nuove forme di competizione globale. Spesso se ne parla in relazione alla transizione energetica, quasi a voler suggerire che questa sarebbe all’origine dei nuovi conflitti, ma in realtà questi materiali sono già oggi il cuore dell’intera società tecnologica. Sono dentro gli smartphone che usiamo ogni giorno, nei computer, nelle reti di telecomunicazione, nei dispositivi medici, nell’elettronica di consumo. La transizione ecologica non li introduce: ne rende semplicemente più evidente l’importanza.

Vie d’uscita tecnologiche

Per alcune di queste risorse stanno emergendo alternative tecnologiche. Esistono, per esempio, batterie che riducono o eliminano l’uso del cobalto, come le LFP (Litio-Ferro-Fosfato) scalate da CATL nel 2025; si stanno sviluppando tecnologie basate su sodio invece che su litio, come le Musk Storage 8000 prodotte dall’italiana Western CO.. Nel campo dei magneti si stanno studiando soluzioni che riducono la dipendenza dalle terre rare, come i magneti ferritici di Niron con efficienza del 95% rispetto al neodimio. Anche il riciclo dei metalli critici sta facendo passi avanti importanti, con tassi oltre il 95% per il litio in impianti UE pilota. Ma non sempre la tecnologia può risolvere tutto da sola. In molti casi la vera risposta è cambiare il nostro rapporto con i materiali.

Questo significa ridurre gli sprechi e progettare prodotti che durino più a lungo. Significa riusare, riparare, riciclare, ma soprattutto prestare grande attenzione al momento dei nostri acquisti per evitare di comperare oggetti progettati per rompersi o diventare obsoleti nel giro di pochi anni. Significa, insomma, contrastare quella cultura dell’usa-e-getta che negli ultimi decenni è diventata quasi la norma. Ogni smartphone che sostituiamo troppo presto, ogni elettrodomestico non riparabile, ogni oggetto usa-e-getta contribuisce ad aumentare la pressione sulle risorse naturali e sulle aree del mondo da cui queste risorse vengono estratte. Le scelte individuali, quindi, contano. Ma sarebbe ingenuo pensare che tutto dipenda solo da noi. La dimensione del problema è tale che serve un cambio di passo anche a livello politico e industriale.

Il ruolo dell’Europa

Per troppo tempo la politica internazionale è rimasta ancorata a equilibri del passato. Oggi però qualcosa si sta muovendo. Anche in Europa la diffusione delle energie rinnovabili sta accelerando. Solare ed eolico stanno aumentando rapidamente la loro quota nel mix energetico: secondo il think tank ambientale Ember, nel 2025 hanno generato il 30% dell’elettricità UE (13% da solare, 17% da eolico), superando per la prima volta le fonti fossili, al 29%; le rinnovabili totali sono al 48%, con una crescita del solare del 20% annuo. Questo rappresenta un passo importante verso una maggiore autonomia energetica, supportato dal regolamento europeo “Critical Raw Materials Act” che mira al 10% di estrazione interna entro 2030.

Anche la Direttiva europea “Right To Repair” (Diritto a riparare), approvata nel 2024 dal Parlamento e dal Consiglio dell’UE – pur limitata e prudente rispetto alle proposte iniziali – va nella direzione di facilitare la riparazione dei prodotti, contrastando così l’obsolescenza programmata. E in parallelo ad essa va il regolamento sull’eco-design dei prodotti sostenibili “Ecodesign for Sustainable Products Regulation” che stabilisce requisiti tecnici come maggiore durata, facilità di smontaggio e ricambi disponibili più a lungo. Tuttavia, le contraddizioni restano evidenti. Da un lato, si parla di transizione ecologica e, dall’altro, continuano gli investimenti nelle fonti fossili. Da un lato, si promuove l’economia circolare e, dall’altro, si tollerano ancora modelli produttivi basati sull’obsolescenza programmata. La direzione è chiara, ma il ritmo è ancora troppo lento rispetto alle sfide che abbiamo di fronte.

Noduli polimetallici: opportunità nel Mediterraneo

Esistono strade che meriterebbero molta più attenzione nel dibattito pubblico e politico. Una di queste riguarda i noduli polimetallici, concrezioni naturali ricche di metalli strategici che da decenni sappiamo essere presenti sui fondali oceanici. In particolare – come ci ricorda il professor Gabbani – studi geologici indicano la presenza di queste risorse anche nel Mediterraneo, in aree di acque internazionali. Si tratta di aggregati naturali che contengono manganese, nichel, rame, cobalto e altri elementi fondamentali per l’industria tecnologica e per la transizione energetica.

In altre parole, una vera e propria “miniera” naturale già concentrata sul nostro fondale marino, che potrebbe contribuire a ridurre la nostra dipendenza da miniere terrestri spesso localizzate in aree politicamente instabili o segnate da gravi conflitti e ad alto impatto ambientale. Per molto tempo il recupero dei noduli è rimasto soprattutto un tema teorico, perché le tecnologie disponibili rischiavano di provocare danni significativi agli ecosistemi profondi. Oggi però stanno emergendo soluzioni innovative.

Tra queste c’è la tecnologia Blueloop di Decomar, azienda italiana che – come mostrato dai test presentati al Parlamento Europeo nel 2025 – recupera i noduli in circuito chiuso senza danneggiare il fondale, senza rilasciare inquinanti né alterare ecosistemi, riducendo i sedimenti sospesi rispetto ai metodi tradizionali. Questa soluzione potrebbe aprire uno scenario completamente nuovo: accedere a risorse strategiche riducendo al minimo l’impatto ambientale e diminuendo al tempo stesso la dipendenza da aree del mondo dove l’estrazione mineraria alimenta tensioni, sfruttamento e conflitti.

Un nuovo modello

La questione delle risorse non riguarda soltanto l’economia o l’industria. È una questione profondamente politica e culturale. Riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire. Possiamo continuare a inseguire le risorse con logiche di competizione, dominio e conflitto. Oppure possiamo scegliere un’altra strada: ridurre i consumi superflui, progettare sistemi più efficienti, investire nell’economia circolare e sviluppare tecnologie capaci di diminuire la pressione sugli ecosistemi e sulle comunità umane.

La geopolitica delle risorse non è scritta una volta per tutte. Dipende dalle scelte che faremo nei prossimi anni. Capire quanta materia – e quante risorse – si nascondono negli oggetti della nostra vita quotidiana è forse il primo passo per cambiare prospettiva. Perché solo quando diventiamo consapevoli dei legami invisibili tra il nostro stile di vita e gli equilibri del pianeta possiamo iniziare davvero a trasformarli. E forse anche a ridurre le ragioni delle guerre future.

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Redazione

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