Acqua: da risorsa vitale a causa di crisi ambientali e sociali
L’acqua spesso si trasforma da risorsa vitale a motivo di crisi ambientale e sociale. Articolo di Rudi Bressa per Ecofuturo Magazine.
Mentre il Medio Oriente è di nuovo in fiamme, non viene che da pensare quanto questi conflitti vengano scatenati non tanto per destabilizzare regimi o paesi, quanto per affondare le mani nell’oro nero e nelle risorse energetiche. È tutto ciò che fa una società ancora strettamente legata al petrolio e alle fonti fossili.
Ma c’è un altro grande elefante nella stanza di cui non si parla o si parla raramente: l’acqua. Basta guardare ai numeri. Oggi oltre 2,2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre più di 3 miliardi dipendono da risorse idriche che attraversano confini nazionali. E i conflitti legati all’acqua non sono più un’eccezione: tra il 2000 e il 2023 se ne contavano 1.385.
È il paradosso della nostra società: conta più il prezzo del barile che la gestione della sostanza più importante del Pianeta, senza la quale non esisterebbe la vita stessa. Eppure, è proprio sull’acqua che si sta giocando una delle partite più decisive del nostro tempo. Non solo per la sua scarsità, ma per il modo in cui il cambiamento climatico la sta trasformando in un fattore di instabilità globale. Siccità prolungate, piogge estreme e alluvioni improvvise: fenomeni che fino a pochi anni fa venivano considerati emergenze oggi sono diventati la nuova normalità.
Senza acqua non c’è agricoltura. Senza agricoltura non c’è cibo. E senza cibo, le tensioni sociali ed economiche diventano inevitabili. Nel Corno d’Africa, cinque stagioni consecutive con precipitazioni molto sotto la media hanno messo in ginocchio intere comunità. In Pakistan, le alluvioni sempre più frequenti e le ondate di calore sopra i 45°C, stanno compromettendo raccolti e infrastrutture. In entrambi i casi, la crisi climatica si traduce in crisi idrica, e la crisi idrica si trasforma rapidamente in crisi politica.
Il Nilo e la sfida della GERD: sviluppo o rischio per la valle del fiume?
Il Nilo è da sempre il cuore pulsante delle civiltà che attraversa. E l’inaugurazione nel settembre 2025 della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sul Nilo Blu, non ha fatto che esacerbare le tensioni tra Etiopia, Egitto e Sudan, diventando il simbolo di un dilemma cruciale: sviluppo economico e sicurezza idrica possono coesistere?
Per Addis Abeba, la GERD rappresenta un progetto di sviluppo nazionale e regionale, capace di generare energia idroelettrica e moderare la variabilità idrologica del fiume. Il diplomatico etiope Alemayehu E. Tedla ha ricordato in un editoriale che il progetto rientra in una visione continentale di cooperazione, come quella promossa dal Continental Africa Water Investment Programme dell’Unione Africana, mirata a mobilitare investimenti e rafforzare la governance delle acque.
Tuttavia, per Il Cairo e per Khartoum le prospettive sono più complesse. L’Egitto dipende quasi totalmente dal Nilo per irrigazione, industria e acqua potabile, e teme che la gestione del bacino etiope possa ridurre la disponibilità idrica a valle, con conseguenze sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare. Lo scorso febbraio il Ministro egiziano delle Risorse Idriche e dell’Irrigazione ha affermato che il Paese sta vivendo una grave crisi di scarsità d’acqua, con una disponibilità idrica pro capite di solo 500 metri cubi l’anno, meno della metà della soglia di scarsità secondo gli standard delle Nazioni Unite.
In uno studio del 2024 che tenta di valutare gli impatti della diga sui bacini idrici a valle del Nilo, viene indicato che se il riempimento della GERD dovesse continuare ai ritmi attuali durante periodi di siccità, l’Egitto potrebbe vedere diminuire di oltre il 35% la sua quota di acqua, con una perdita potenziale di circa un terzo delle terre coltivabili ogni anno. Anche il Sudan, pur beneficiando della regolazione delle piene, osserva con attenzione gli effetti sul suo sistema di dighe e sulla gestione delle risorse agricole.
Secondo un’analisi del 2022, l’approccio etiope è coerente con il diritto internazionale sulle acque e con la logica dell’African Union. Al contempo, altri esperti sottolineano che la narrazione «acqua come opportunità di sviluppo» non basta a risolvere il nodo delle percezioni di sicurezza nazionale, che restano forti al Cairo e Khartoum. La sfida è trovare un equilibrio tra sviluppo, gestione condivisa e tutela dei diritti idrici dei paesi a valle.
La GERD è così diventata un progetto che, oggettivamente, può rafforzare lo sviluppo e la cooperazione regionale, ma che comporta rischi concreti se le fasi di riempimento e gestione non saranno coordinate in modo trasparente tra tutti gli stati coinvolti. L’equilibrio tra sviluppo e sicurezza idrica è fragile, e il futuro della valle del Nilo dipenderà dalla capacità dei governi e delle istituzioni regionali di combinare dati scientifici, gestione tecnica e diplomazia attiva.
Acqua contesa
Uno scenario simile si osserva nel sistema Tigri-Eufrate. A monte, la Turchia ha investito per decenni in dighe e infrastrutture idroelettriche. A valle, Siria e Iraq devono fare i conti con portate sempre più ridotte, aggravate dalla siccità. Le sorgenti di entrambi i fiumi sono in Turchia, dove un crescente numero di dighe e infrastrutture idroelettriche è stato costruito a partire dagli anni ’70 nell’ambito del Southeastern Anatolia Project (GAP), che comprende decine di grandi dighe e centrali idroelettriche sui due corsi d’acqua. Queste opere, progettate per sviluppare l’agricoltura e produrre energia, hanno ridotto significativamente il volume d’acqua che raggiunge Siria e Iraq a valle.
Per decenni la Turchia ha gestito questi corsi d’acqua con l’obiettivo di soddisfare i propri bisogni irrigui e di energia, ma per i paesi a valle la situazione è diventata critica. Le analisi su base satellitare e dati idrologici mostrano che la portata d’acqua in entrata in Iraq e Siria è diminuita, contribuendo a gravi difficoltà di approvvigionamento idrico. In alcuni periodi recenti, l’Eufrate che entra in Siria ha registrato livelli di circa 200 mq al secondo, ben al di sotto dei livelli previsti da accordi storici, con effetti diretti sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare nelle province lungo il fiume.
La dipendenza di Siria e Iraq da questi fiumi è molto elevata: in entrambi i paesi oltre la metà delle risorse idriche viene dalle acque del Tigri Eufrate, e l’agricoltura nelle aree rurali del nord est siriano e dell’Iraq meridionale è fortemente legata alle portate fluviali. La riduzione delle portate ha condotto non solo a una scarsità d’acqua per l’irrigazione e il consumo umano, ma anche a problemi nei sistemi di generazione idroelettrica e nella gestione dei bacini.
In Iraq la situazione è stata aggravata anche dalla siccità prolungata e dal cambiamento climatico: le portate d’acqua nei fiumi sono diminuite di decine di percentuali rispetto ai livelli storici, e molti disponibili idrici si trovano a livelli critici. Secondo rapporti istituzionali, le riduzioni derivano sia dalla variabilità climatica sia dalla presenza di strutture a monte che trattengono l’acqua per uso interno. Questa combinazione di fattori ha avuto impatti significativi sull’agricoltura, sulla produzione alimentare e sulla qualità dell’acqua potabile, spingendo Baghdad a sollecitare ripetutamente Ankara per un rilascio maggiore di acqua e a cercare accordi di cooperazione per la gestione delle risorse. Così questo sottile filo blu tra Turchia, Siria e Iraq sta generando tensioni a più livelli.
Le conseguenze si vedono anche nei movimenti delle persone: senza acqua non resta che lasciare la propria terra. Se torniamo a guardare per un attimo ai numeri, secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare anche a causa dello stress idrico. È già realtà in molte aree del mondo: nel 2023, solo in Somalia, quasi 3 milioni di persone sono state costrette a spostarsi all’interno del Paese per la combinazione di siccità, inondazioni e conflitti.
Uno sguardo al nostro Mediterraneo
Ma la crisi non riguarda solo regioni geograficamente lontane. Il Mediterraneo è uno degli hotspot climatici più vulnerabili e l’Italia non fa eccezione. Negli ultimi anni sono aumentati eventi estremi, periodi di siccità e problemi nella gestione delle risorse idriche. La crisi climatica sta già modificando l’equilibrio idrico dell’intero bacino mediterraneo, determinando un aumento delle siccità, una maggiore evaporazione e una riduzione dei deflussi nei sistemi fluviali che sfociano nel mare. Questi effetti sono già osservati nelle variazioni dei regimi idrologici, dove la disponibilità complessiva di acqua dolce è destinata a ridursi per via della diminuzione dei deflussi superficiali e della diminuzione delle falde, aggravando la scarsità idrica nelle regioni costiere e interne.
Un Rapporto sui rischi idrici sottolinea che circa il 20 per cento del territorio europeo e il 30 per cento della popolazione sperimentano ogni anno stress idrico, con particolare accentuazione nel Sud Europa e nel bacino del Mediterraneo. Il Po, per esempio, ha sperimentato livelli di portata drasticamente ridotti in più occasioni, con flussi critici che hanno toccato valori ben al di sotto delle medie storiche. In Italia, la combinazione di siccità prolungata e precipitazioni irregolari ha già prodotto effetti tangibili. Il 2025, secondo Legambiente, è stato un anno segnato dall’emergenza ormai cronica della siccità. Ad essere più colpito soprattutto il Sud Italia, in particolare il Nord della Sardegna, la Puglia e la Sicilia. La vulnerabilità italiana emerge anche dalla posizione geografica del Paese: al centro del bacino mediterraneo, l’Italia è particolarmente esposta alle variazioni idriche causate da temperature in aumento, cambiamenti nei pattern di precipitazione e stress idrico stagionale.
Nel volume “Atlante geopolitico dell’acqua”, di Marirosa Iannelli ed Emanuele Bompan (Hoepli, 2019), viene descritta con precisione questa trasformazione: l’acqua non è più solo un bene naturale, ma una leva di potere, sempre più intrecciata a economia, energia e sicurezza alimentare. La vera differenza rispetto al petrolio, però, sta tutta in un punto. Il petrolio si può sostituire. L’acqua no.
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