Finanza climatica: perché riguarda anche i tuoi soldi

 Finanza climatica: perché riguarda anche i tuoi soldi

Filosofia della finanza climatica. L’economia del clima è una disciplina sconosciuta che possiede logiche precise. Articolo di Giorgio Mottironi (Strategy Advisor, Innovation Manager, Public Philosopher & Climate Ambassador) per L’Ecofuturo Magazine.

Con una buona dose di curiosità ed un pizzico di fortuna, ci si può imbattere sul web in uno “scritto” a firma di uno dei più grandi filosofi contemporanei, Giorgio Agamben, sul tema della “fede, del credito e del futuro”. Disvela in qualche modo l’etimologia antropologica del concetto di finanza.

Agamben, a sua volta, ci racconta dapprima come l’intuizione sia nata dall’esperienza di uno storico e biblista israeliano, David Flusser, il quale passeggiando per Atene fu colto da una scritta a caratteri cubitali: “Trapeza tes pisteos”. L’insegna di una banca. E non poté fare a meno di ricordare allo stesso momento che, nella Lettera agli Ebrei, San Paolo (Apostolo) usava la parola “pistis” (Πίστις) per intendere la fede. La conclusione fu tanto semplice quanto immediata: la fede è un credito, ed un credito è un atto di fede.

Dato che la finanza tutta si basa sull’esistenza di un credito e di un corrispettivo debito, si potrebbe ben dire che la finanza stessa sia una sorta di religione. Ma non è questo l’aspetto su cui voglio soffermarmi. La finanza opera come una scelta, un atto, un’azione nel presente che, grazie a questa capacità di credere, è in grado di generare un cambiamento nella realtà fisica futura. La finanza è però una specifica categoria di credito: quello monetario, che a sua volta si fonda sulla disponibilità di più o meno proporzionali risorse naturali. Ma, viste le premesse, questo credito monetario non esisterebbe se non vi fosse prima un credito emotivo, una necessità, e poi un credito cognitivo, una convinzione.

L’atto con cui tali risorse vengono messe a disposizione, ovvero tramutate in strumenti che siano in grado di incidere nel presente per creare quella realtà futura sperata, è noto come “investimento”. Qui, ci viene in soccorso un’altra frase, giunta ai giorni nostri in un’espressione che, a rifletterci bene, non risulta neanche troppo distorsiva del suo significato originale: «in vestimentis haud est sapientia mentis». Ovvero «l’abito non fa il monaco». Il suo significato letterale non è tanto che non si debba determinare il livello di sapienza di un individuo dalle vesti, quanto che non è la sua saggezza o sapienza a poterne determinare le fattezze. Ma altro: la sua fede, il suo credito esistenziale.

Quando investiamo ci mettiamo dunque una veste dal duplice significato. Quello legato alla responsabilità presente che ci assumiamo nel dedicare le nostre risorse per costruire un determinato tipo di realtà futura. E quello legato alla possibilità di alimentare la nostra speranza e convinzione (credo) che le azioni così generate possano effettivamente concretizzarla.

Rappresentare la speranza

Investire ha un significato profondo. Un significato che diamo a noi stessi nel tentativo di darlo alla nostra relazione con il mondo che ci circonda. Questo significato vale per tutti i tipi di finanza che esistono e soprattutto per tutti i tipi di finanziatori.

La finanza climatica è dunque la rappresentazione monetaria della speranza che noi riponiamo nella possibilità di costruire un futuro più sostenibile. Ma è anche la responsabilità di renderci autori di questo futuro e l’opportunità di derivarne un valore (che in questo specifico caso sarà indirettamente anche collettivo) proporzionalmente commisurato al rischio che lo caratterizza. Oggi (dato 2023 secondo la Climate Policy Iniziative) la finanza climatica, il cui scopo è promuovere la diffusione di tecnologie e iniziative per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, vale globalmente circa 1,9 trilioni di dollari. Il 65% dei quali provenienti dal settore privato, con un 38% (circa 470 miliardi di dollari) da individui privati: risparmiatori.

Nel 2022 valeva 1,3 trilioni di dollari, ed i privati pesavano per meno della metà della rilevazione più aggiornata. Un bel balzo in avanti che è stato trainato da maggiore consapevolezza del problema, conoscenza delle soluzioni e degli strumenti di partecipazione, ed esperienza di valore generato. Ma in realtà ancora lontano dai 5 trilioni di dollari che l’UNDP dichiara essere il volume globale necessario per rispettare gli Accordi di Parigi. E meno di un terzo dei contributi pubblici che le fonti fossili hanno ricevuto nel 2022 (circa 7mila miliardi di dollari).

Interessi contrastanti

Ancora oggi c’è un enorme dibattito sulla “giustezza” della finanza climatica, con un ben preciso scopo: creare confusione per disperderne il “credo”, evitare che si diffonda e si rafforzi troppo. Perché? Chiaro, una prima risposta è che ci sono ancora tanti interessi contrastanti, anzi antitetici che riguardano la necessità di preservare le funzionalità (e quindi gli investimenti) in quegli asset che sostengono un’economia “fossil fueled”. Una seconda è la necessità di grandi gruppi industriali di preservare la propria stessa esistenza basata sul modello “fossile”.

Ma probabilmente la più interessante da potersi dare, anche in chiave di geopolitica economica, la si desume da una teoria non troppo nota ma incredibilmente brillante e funzionante sin da quando è stata resa pubblica e nascosta: la teoria dell’“Onda Lunga” del Prof. Nikolai D. Kondratiev. La sua intuizione lo portò in disgrazia nel 1928 e fu addirittura condannato a morte in Russia nel 1930 per “eresia antisovietica”. Venne riabilitato solo nel 1984 dal più famoso J.K. Galbraith e dal connazionale Stanislav Menshikov, in un articolo sulla rivista “Comunist”. La sua teoria prevedeva in sintesi che il modello produttivo-economico capitalista si fondasse su cicli susseguenti composti da quattro fasi: accumulazione, concentrazione, dispersione e svalutazione.

Età elettrotecnica

Ma ogni nuovo ciclo non è una ripetizione del precedente, perché nasce in nuove e particolari condizioni storiche e mira a riempire le “riserve dei nuovi valori materiali” a livello mondiale, che nel frattempo però sono trascese ad un livello più alto. (In parole povere: ciò che prima aveva valore non lo ha più e si individuano nuovi valori, culturali, tecnologici, materiali). La teoria di Kondratiev è talmente precisa che si è potuto ricostruire l’andamento temporale di tutte le “rivoluzioni industriali”, dalla prima basata sul vapore e la meccanizzazione ad inizio ‘800, a quella dell’informatica iniziata nel 1990 e terminata poco dopo il 2008. Certo, un po’ i cicli si sono accelerati, compressi, ma oggi siamo proprio all’inizio della sesta rivoluzione industriale. Ovvero quella che EMBER ha definito dell’“Età Elettrotecnica”, basata su rinnovabili, elettrificazione dei consumi ed intelligenza artificiale.

Il motivo per cui oggi si produce “rumore mediatico” sul tema e si cerca ancora di evitare che la finanza climatica possa essere un’esperienza ancora più inclusiva ed impattante – considerando che gli strumenti abilitanti, normativi e tecnologici, sono ampiamente disponibili e che l’opportunità è vastissima – è proprio perché siamo probabilmente a cavallo tra la prima e la seconda fase del ciclo K: tra accumulazione e concentrazione. E dunque, secondo qualcuno che già ci sta guadagnando ampiamente, non possiamo permettere che si disperda tramite la partecipazione collettiva perché si svaluterebbe troppo presto. Nella pratica, quando i prodotti finanziari climatici o green saranno disponibili al desk della vostra banca, sarà già troppo tardi. O saranno troppo rischiosi o non pagheranno più nulla.

Dunque, la finanza climatica non è solo in grado di aiutarci a rendere vivibile il futuro per noi e per le generazioni che verranno, ma è anche una scelta che può sovvertire la deriva di quel modello capitalista che sta divenendo ogni giorno più sperequante e, per una volta tanto nella storia contemporanea ed industriale dell’economia, dare accesso a tutti quanti noi a quel valore, a quella ricchezza che vuole sempre rimanere nelle mani di pochi.

Leggi anche: Guerre per le risorse: petrolio, metalli e nuove tensioni globali

Redazione

Related post