Rifiuti, economia e pragmatismo: la rivoluzione di Francesco Girardi

 Rifiuti, economia e pragmatismo: la rivoluzione di Francesco Girardi

Rifiuti, economia e pragmatismo: la rivoluzione concreta di Francesco Girardi. Intervista a cura di Elena Pagliai per L’Ecofuturo Magazine.

Francesco Girardi ha costruito una carriera nel settore dei rifiuti dando dimostrazione di saper vedere e realizzare un nuovo approccio nella loro gestione. Una strategia che tiene conto non solo del recupero e riciclo, ma anche del riuso e, questione più importante di tutte, ha saputo costruire aziende che hanno tenuto conto del caro rifiuti per i cittadini e per le imprese. Un esempio emblematico è il “capolavoro” compiuto in Asa Tivoli. Pur definendosi con umiltà un ingegnere ambientale di origine casertana, oggi Girardi è Direttore di Scapigliato la più grande discarica della Toscana. Qui sta lavorando per eguagliare — e superare — l’esperienza di Tivoli restituendo valore ai rifiuti; perché la discarica moderna è ormai una vera e propria miniera urbana, ricca di materiali utili e recuperabili. Lo abbiamo intervistato per capire come si prende in mano una società in default e la si porta al risanamento. Senza pesare sui cittadini.

Francesco Girardi appartiene a quella categoria di tecnici che preferisce partire dai numeri, dai bilanci e dalla vita reale delle persone. Come si traduce tutto questo nella pratica?

«Ho sempre pensato che l’ambiente non si salvi evocandolo nei convegni o celebrandolo nei documenti programmatici. Si salva quando riesce a stare in piedi economicamente. Se l’economia ecologica non funziona, l’ambiente resta una bella intenzione. Quando mi sono trasferito in Toscana nel 2005, ho trovato un contesto culturale e sociale che affrontava seriamente questi temi. Seguivo già le riflessioni di Fabio Roggiolani, anche prima di Ecofuturo, grazie al blog Ecquologia, che per me rappresentava un riferimento utilissimo, un forum di natura tecnico-scientifico fondamentale. Questo ambiente mi ha permesso di crescere professionalmente e di rafforzare la convinzione che la sostenibilità, soprattutto nei paesi già sviluppati e non più dominati dalla frenesia di una crescita a ogni costo, si realizzi attraverso il progresso culturale e una profonda considerazione dell’ambiente, oltre alla preziosa possibilità di goderne mentre lo si abita».

Come si fa a prendere in mano una società in default grave, portarla al risanamento e contemporaneamente ridurre la bolletta per i cittadini?

«A Tivoli la raccolta differenziata era ferma all’8-9%, la Tari era altissima, la città sommersa di rifiuti, l’azienda pubblica era piena di debiti e i dipendenti facevano fatica a prendere lo stipendio. In queste condizioni, andare a parlare di Rifiuti Zero era impossibile se l’approccio non fosse stato alla portata del cittadino sfiduciato. La strategia scelta fu semplice e al contempo coraggiosa: parlare ai cittadini di soldi e non di ideologie ambientaliste. Ho iniziato a spiegare che quei mucchi di immondizia non erano rifiuti, ma oggetti che loro stessi avevano acquistato e che, una volta gettati, conservavano ancora un valore economico».

«L’ho fatto usando le addizioni, non le equazioni. Smaltire rifiuti indifferenziati costava circa 170 euro a tonnellata; differenziare, invece, permetteva non solo di evitare quel costo, ma anche di generare ricavi: 300 euro dalla plastica, 60 dalla carta, e così via. Quando moltiplichi questi numeri per un’intera città, improvvisamente l’ambientalismo diventa qualcosa di molto concreto: è l’Ecologia che entra in punta di piedi nelle case di tutti e inizia a smuovere le sinapsi sociali assopite».

Come siete riusciti a passare al sistema di raccolta porta a porta?

«Sono sempre stato contrario alla logica del bastone. All’inizio di un percorso civico, un’amministrazione pubblica ha il compito di accompagnare i cittadini, prendendoli per mano, soprattutto a Tivoli, dove si era finiti in un burrone di sfiducia e di falsi miti (“siete incivili”, “la differenziata non conviene”, “ora riaprono le discariche e si abbassa la TARI”, “bruciare i rifiuti produce energia ed è meglio che riciclare, quindi serve un inceneritore”, “l’inceneritore aprirà a breve”, ecc.). All’inizio solo carote: messaggi incoraggianti, esempi virtuosi da parte dell’Azienda comunale, per quanto ormai ridotta sul lastrico».

«L’imperativo era chiaro: niente multe né sanzioni. Dovevamo convincere i cittadini della bontà dei nuovi servizi e dimostrare che quelli precedenti erano ampiamente contestabili, perché né pianificati né gestiti nel modo migliore. Ho dedicato molto tempo al dialogo con la popolazione, partecipando a incontri pubblici, assemblee e momenti di confronto diretto, in cui il rischio di perdere “proseliti” e, al tempo stesso, inimicarsi i cittadini era costante. Ma sapendo come fare — e io ho dovuto impararlo in fretta — come comportarsi e soprattutto come argomentare coniugando il verbo dell’economia con quello della tutela ambientale e territoriale, è stato possibile innestare il seme del cambiamento in una pletora di cittadini, che a loro volta lo hanno diffuso altrove».

«Di grande supporto è stata l’istituzione degli ispettori ambientali volontari: non avevamo risorse sufficienti né per gli stipendi né per il carburante delle spazzatrici. Così, questi primi “discepoli” cittadini — in parte disoccupati, in parte ambientalisti della prima ora insieme a me — mi aiutarono a diffondere il verbo della raccolta differenziata in modo amichevole, con concetti semplici e rifuggendo ogni forma di talebanismo ambientalista».

«Dalla fase iniziale di assistenza e consigli — non senza qualche ramanzina — durante riunioni pubbliche e interventi informali in ogni dove, fino al richiamo diretto ai passanti che, persino nel pieno centro storico, si fregiavano di gesti di inciviltà come “fare canestro” nei vasi delle piante con bottigliette d’acqua o lattine accartocciate, gettare a terra pacchetti di sigarette o spargere coriandoli di cartacce alle candid camera pensate per premiare cittadine e cittadini che, dopo averle a lungo ignorate, iniziavano invece a raccogliere quelle stesse cartacce per gettarle nel primo cestino disponibile: i passi per educare la cittadinanza sono stati molti e diversi, quasi sempre veicolati attraverso giornali, pagine social e il classico tam tam da bar».

E i risultati non si sono fatti attendere.

«Il seme era innestato. In cinque anni siamo passati dal 9% all’81% di raccolta differenziata, un risultato storico e credo da primato per una popolazione di quasi 60 mila abitanti. È stato un passaggio salvifico, che ha permesso anche ai cittadini di riappropriarsi del proprio servizio pubblico. Abbiamo iniziato a generare risparmi per milioni di euro all’anno, che ci hanno permesso di pagare i debiti e, piano piano, come le formichine, accantonare “molliche” economiche per investire sia in nuovi macchinari e kit per estendere la raccolta porta a porta sia in riserve utili a ridurre progressivamente la TARI».

«In dodici anni abbiamo assunto oltre 60 persone tramite concorsi pubblici e portato il numero di operatori ecologici da 100 a 120. Questo è un messaggio che la gente comprende molto più rapidamente di qualsiasi manifesto ambientalista. Oggi abbiamo prove concrete, documentate e verificabili, che dimostrano come Ecologia significhi anche Economia: i redditi di un’azienda pubblica non finiscono nelle tasche di un privato, ma tornano ai cittadini “proprietari dell’azienda” sotto forma di riduzione delle tasse, nuovi posti di lavoro e servizi di pulizia migliorati».

Quali sono stati i momenti più difficili?

Tantissimi. I più delicati, tuttavia, riguardano sicuramente i licenziamenti che, mio malgrado, dovetti operare fin da subito. Appena arrivato ho dovuto licenziare due dipendenti per motivi validi: era necessario, perché i livelli di assenteismo erano fuori controllo, un comportamento pericoloso che i cittadini non solo avevano iniziato a percepire, ma anche a contestare apertamente in molti modi. Quando ho spiegato che il porta a porta richiedeva più personale e che alcuni operai avevano certificati di idoneità fisica ormai peggiorati rispetto ai requisiti originari, alcuni di loro sono addirittura miracolosamente “guariti”. Io lo chiamavo, con un sorriso, “l’effetto Lourdes” o, più biblicamente, “Lazzaro, alzati e cammina”». (Segue…)

Riguarda la puntata di Ecofuturo TV: Città Sostenibili

Redazione

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