Referendum, Piccole Imprese e Cooperative di Costruzioni
Riflessione sul Referendum sulla Giustizia e sul Futuro delle Piccole Imprese e delle Cooperative di Costruzioni. A cura di Sabatino Nocerino, Coordinamento Produzione e Servizi LEGACOOP.
Il risultato del referendum sulla giustizia ci consegna numeri che meritano una lettura onesta e senza trionfalismi.
Circa 12,5 milioni di persone hanno votato Sì. Non sono uno zoccolo duro di estremisti, non sono nemici della democrazia: sono cittadini italiani, spesso persone comuni e deluse, che hanno espresso un disagio reale nei confronto di un sistema giudiziario che sentono lontano, ingiusto o inefficiente. Ignorarli sarebbe un errore grave. Quel voto va capito, non archiviato come una sconfitta dell’avversario.
I circa 14,5 milioni che hanno votato No hanno certamente prevalso, e questo è un dato importante. Ma la sinistra farebbe malissimo a leggere questa vittoria come una conferma della propria forza. Ha vinto, in larga parte, contro il governo Meloni, non per un progetto alternativo credibile. Ha mobilitato la paura, l’identità, la contrapposizione. Non ha offerto visione.
La mia speranza è che proprio quei 14,5 milioni diventino uno stimolo, una responsabilità, una spinta affinché la sinistra smetta di esistere solo per opposizione e cominci finalmente a fare politica di sinistra — quella vera, quella che si sporca le mani con i problemi reali della gente.
Parlo di lavoro precario e salari da fame. Di sanità pubblica che si sgretola. Parlo di giovani che emigrano perché qui non trovano futuro. E di famiglie che non arrivano a fine mese e si sentono abbandonate da chi dovrebbe tutelarle per definizione.
E parlo anche di un tema che conosco da vicino, che vivo dire amente nel mio impegno come rappresentante di Legacoop Produzione e Servizi, e che rischia di essere completamente ignorato dal dibattito politico: il futuro delle piccole imprese di costruzioni e delle cooperative del settore.
Queste realtà — siano esse imprese familiari o cooperative di lavoratori, entrambe radicate nel territorio e fatte di persone che tramandano un mestiere con professionalità e dedizione — hanno retto negli ultimi anni grazie al Superbonus e ai cantieri legati al PNRR. Ma queste risorse si stanno esaurendo, e quando finiranno, cosa resterà loro?
Le cooperative di costruzioni meritano un discorso particolare. Esse non sono semplici aziende: sono comunità di lavoratori che condividono rischio e responsabilità, che reinvestono sul territorio, che per loro natura incarnano quei valori di solidarietà e mutualità che dovrebbero essere il cuore pulsante di qualsiasi politica autenticamente di sinistra.
Eppure anche loro si trovano oggi di fronte a un orizzonte sempre più incerto: il mercato privato è asfittico, i grandi appalti pubblici vanno quasi sempre alle grandi imprese, e i bandi sono spesso costruiti in modo tale da escludere chi non ha le spalle abbastanza larghe per partecipare, penalizzando proprio quelle realtà cooperative e artigianali che più meriterebbero sostegno e tutela.
Nessuno sembra voler affrontare seriamente questo problema. Eppure dietro ogni piccola impresa edile e dietro ogni cooperativa di costruzioni ci sono famiglie, ci sono soci lavoratori, ci sono subappaltatori, ci sono fornitori locali. È un pezzo intero di economia reale e di tessuto sociale che rischia di sfaldarsi nel silenzio generale, mentre la politica è impegnata a litigare su altro.
Ed è qui che il tema della giustizia torna al centro, ma con una prospettiva che raramente viene affrontata con onestà. Per una piccola impresa o una coopera va di costruzioni, la giustizia non è un tema astratto o ideologico: è una questione di sopravvivenza.
Voglio essere chiaro su un punto, perché non tollero ambiguità su questo: non sono contro la magistratura, non sono contro i giudici, non sono contro chi ogni giorno lavora con dedizione e senso dello Stato all’interno della macchina giudiziaria e amministrativa. Anzi, ho profondo rispetto per chi svolge questo lavoro difficile e spesso ingrato. La mia critica non è alle persone, ma al sistema nel suo complesso, a una macchina che nel tempo si è inceppata, appesantita, rallentata, e che oggi non riesce più a rispondere con la tempestività che i cittadini e le imprese oneste meritano e hanno il diritto di pretendere.
Quello che chiedo — con forza e con convinzione — è il rafforzamento dell’intera macchina amministrativa e giudiziaria: più risorse, più personale, più digitalizzazione, procedure più snelle, tempi certi e definiti . Non per indebolire la giustizia, ma per renderla più forte, più equa, più credibile agli occhi di chi in questa giustizia crede davvero e vorrebbe potersi fidare senza riserve.
Perché oggi la realtà è questa: una controversia contrattuale con un committente sleale, un contenzioso su un appalto pubblico mal gestito, una disputa con un fornitore diventano situazioni insostenibili per una piccola impresa o una cooperativa. Non perché la legge non le tuteli sulla carta, ma perché i tempi della giustizia civile e commerciale sono così lunghi e i costi così elevati da rendere il ricorso al diritto un privilegio di fatto riservato a chi ha grandi disponibilità economiche. Una grande società può permettersi studi legali costosi e anni di battaglia processuale senza battere ciglio. Una piccola impresa o una cooperativa, no.
La lentezza della giustizia funziona oggettivamente come un vantaggio competitivo per i forti e come una condanna per i deboli. E questo non è accettabile in uno Stato che si dice civile e democratico.
I tempi certi non sono un lusso: sono ossigeno per chi gestisce un’impresa con margini stretti, per chi deve decidere se avviare una causa sapendo che potrebbe durare dieci anni e divorare liquidità preziosa. Sono una condizione minima di equità per le persone oneste — imprenditori, lavoratori, cittadini comuni — che credono fortemente nel proprio Stato, che pagano le tasse, che rispettano le regole, e che in cambio chiedono solo che lo Stato funzioni, che li protegga, che risponda presente quando ne hanno bisogno.
Una sinistra seria dovrebbe allora riconoscere che battersi per una giustizia più efficiente e più rapida non è una battaglia di destra: è una battaglia di civiltà, è una battaglia per i più deboli, è una battaglia profondamente di sinistra. Rivendicarla con chiarezza, senza lasciare che questo terreno venga occupato solo dagli avversari, sarebbe un atto di coerenza e di coraggio politico.
La POLITICA dovrebbe avere il coraggio di mettere al centro anche una politica industriale seria per il settore delle costruzioni: investimenti pubblici continuativi, manutenzione del patrimonio edilizio scolastico e ospedaliero, rigenerazione urbana, messa in sicurezza del territorio. Non misure una tantum che creano un’ondata e poi lasciano il deserto, ma una visione strutturale e di lungo periodo che dia certezza e continuità a chi lavora con le mani e costruisce — letteralmente — questo Paese.
E in questa visione, le cooperative dovrebbero avere un ruolo privilegiato, non come concessione ideologica, ma come scelta strategica: perché sono un modello di impresa che funziona, che tiene insieme efficienza economica e giustizia sociale.
È tempo di scegliere da che parte stare. Non a parole, ma con politici coraggiosi e coerenti. Le persone in difficoltà — siano esse lavoratori dipendenti, famiglie fragili, piccoli imprenditori che rischiano tutto ogni giorno o soci cooperatori che credono in un’idea diversa di fare impresa — non hanno bisogno di una sinistra che vince i referendum: hanno bisogno di una sinistra che cambia la loro vita.
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