Il pompiere piromane. BlackRock, Davos e la bolla dei fossili (2/2)
Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto la scena: BlackRock che si prende il Forum di Davos, il “pragmatismo energetico” di Larry Fink, e una Carbon Bubble quantificata dalla letteratura scientifica tra i 1.000 e i 4.000 miliardi di dollari — da quattro a sedici volte i subprime del 2008 — con lo scoppio previsto dalle simulazioni prima del 2035. E abbiamo chiuso con la domanda: se è tutto pubblicato e quantificato, perché nessuno vende? Per rispondere bisogna capire perché questa bolla è diversa da tutte le altre. E peggiore.
Una bolla al contrario
Le bolle classiche — tulipani, dot-com, subprime — nascono da un eccesso di ottimismo su qualcosa di nuovo. Questa nasce dall’eccesso di ottimismo su qualcosa di vecchio: la convinzione, iscritta nei bilanci di mezzo mondo, che la domanda di petrolio, gas e carbone continuerà pressappoco per sempre. E c’è una seconda differenza, decisiva.
Il 2008 fu un incidente, in teoria evitabile con migliore regolazione. La Carbon Bubble è inesorabile, perché il suo motore non è la finanza ma la termodinamica dei costi: fotovoltaico e batterie scendono lungo curve di apprendimento che i pozzi di petrolio non hanno e non possono avere. Il fossile non finirà perché finisce il petrolio — su questo noi picchisti abbiamo dovuto aggiornare il tiro, e lo dico con la serenità di chi rifà i conti quando cambiano i dati. Finirà per erosione della domanda: auto elettrica, pompe di calore, elettrificazione dell’industria.
Attenzione al punto più controintuitivo: non serve che la domanda crolli. Basta il picco, e un declino del 2-3% l’anno. Chiedetelo al carbone americano: tra il 2008 e il 2016 la domanda è scesa di qualche punto l’anno, mica sparita — eppure Peabody, Arch, Alpha Natural, l’intero gotha del settore, sono finiti in amministrazione controllata. Chiedetelo alle utility tedesche, che hanno visto le rinnovabili mangiarsi i margini e bruciare centinaia di miliardi di capitalizzazione.
Il mercato non prezza il presente: prezza il futuro atteso. Il giorno in cui il consenso degli analisti passa da “la domanda di petrolio cresce” a “declina strutturalmente”, i multipli collassano, il credito si ritira, rifinanziare il debito diventa impossibile — e migliaia di miliardi evaporano in trimestri, non in decenni. Il domino parte molto prima dell’ultimo barile.
Il Paradosso del Capitale Inespresso
Ed eccoci al cuore della faccenda, che mi permetto di battezzare Paradosso del Capitale Inespresso.
Le riserve fossili sono iscritte nei bilanci come asset: capitale, ricchezza, garanzia di credito. Ma un asset vale solo il flusso di cassa futuro che genererà, e una quota crescente di quelle riserve non genererà mai un centesimo, perché non verrà mai estratta: non per divieto, ma per mancanza di compratori. È capitale che esiste solo in bilancio — contabilizzato, dato in garanzia, prestato e riprestato — ma destinato a non esprimersi mai nell’economia reale.
Il paradosso: quel capitale fantasma non può essere svalutato ordinatamente, perché chi vende per primo fa crollare il prezzo per tutti. Quindi nessuno vende, tutti aspettano, e la bolla si gonfia. Ma nemmeno può restare lì per sempre, perché ogni anno di elettrificazione avvicina il momento in cui il mercato riprezzerà tutto insieme. È il dilemma del prigioniero giocato con i risparmi pensionistici dell’Occidente: la strategia individualmente razionale — tenere, incassare i dividendi, sperare di uscire un attimo prima degli altri — è collettivamente catastrofica.
Ecco la risposta alla domanda della prima parte. Nessuno vende perché nessuno può vendere per primo. Ma c’è di peggio: la maggior parte dei detentori della bolla non solo non può vendere — compra. Ogni mese. Per contratto.
L’accumulo obbligatorio
Il risparmio mondiale è ormai gestito in larga parte da fondi passivi che replicano gli indici di borsa per mandato: non scelgono i titoli, comprano meccanicamente tutto ciò che sta nell’indice, in proporzione al peso. Finché Exxon, Shell e le altre stanno negli indici, ogni versamento pensionistico, ogni piano di accumulo, compra automaticamente un pezzetto di bolla. Non è una scelta di nessuno: è l’idraulica del sistema. Miliardi di persone accumulano esposizione fossile senza saperlo, ogni singolo mese, per contratto. Lo studio di Semieniuk citato nella prima parte lo dimostra seguendo le catene di partecipazione: il rischio degli asset incagliati risale fino ai fondi pensione dei paesi OCSE. La bolla non è “là fuori”, nei bilanci delle compagnie petrolifere. È nei vostri estratti conto.
E chi è il più grande operatore mondiale di fondi passivi? Esatto.
Il pompiere piromane
Ora rileggete la notizia di apertura della prima parte con questa lente. BlackRock non è un osservatore della Carbon Bubble: ne è l’architrave. Con i suoi fondi detiene quote rilevanti di praticamente ogni compagnia fossile quotata, e attraverso la replica degli indici incanala il risparmio mondiale dentro la bolla, mese dopo mese.
Il “pragmatismo energetico”, visto da qui, non è una filosofia: è gestione del passivo. È il tentativo di tenere in piedi le valutazioni fossili abbastanza a lungo da consentire una ritirata ordinata a chi la ritirata se la può organizzare, mentre il parco buoi dell’accumulo obbligatorio resta dentro fino all’ultimo. E il controllo del Forum di Davos completa il quadro: chi presidia il racconto («servono entrambi!», «la transizione sarà lunga!») presidia il tempo. E in una bolla il tempo è l’unica cosa che conta: il gioco non è evitare lo scoppio — quello è inesorabile — ma decidere chi sarà seduto sulla sedia quando la musica si ferma.
Nel 2008 almeno potevano dire di non aver capito. Stavolta gli studi sono pubblicati, revisionati, con le cifre in prima pagina: prima del 2035, dicono le simulazioni. Il sindaco di Davos lo sa benissimo. Per questo, invece di spegnere l’incendio, si è comprato la caserma dei pompieri.
Crisis? What crisis?
Pietro Cambi, ASPO Italia


