L’infrastruttura che non serve: la stazione AV costruita per nessuno
L’infrastruttura che non serve: storia di una stazione AV costruita per nessuno. Articolo a cura di Maurizio Pagliai – Presidente provinciale Arezzo MCL.
Come nel Canto di Natale di Dickens, mi immedesimo in Scrooge — che nell’immaginario potrebbe essere il Ministro dei Trasporti — e mi interrogo sullo “spirito del Natale futuro” osservando la stazione Alta Velocità “MedioEtruria” di Creti (Arezzo). Ed è lì che mi accorgo dell’errore compiuto.
C’è un filo rosso che attraversa l’Italia dagli anni Settanta a oggi: la smania di costruire prima ancora di capire perché e dove farlo. Un Paese che ha scambiato la pianificazione con la spesa, la visione con il cemento, l’interesse pubblico con l’urgenza di “far girare i soldi”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: città e campagne disseminate di incompiute, cattedrali nel deserto che non servono a nessuno e che, come cicatrici, deturpano un territorio che avrebbe meritato rispetto, cura, lungimiranza.
Immagino dunque di vivere davvero lo spirito del Natale futuro e vedo che, tra queste opere, una spiccherà per assurdità: una stazione dell’alta velocità costruita letteralmente nel nulla, lontana dai centri abitati e raggiungibile solo in automobile. Un’infrastruttura nata per collegare l’Italia che finisce invece per isolare chi non può guidare, chi non possiede un’auto, chi vive nelle aree interne e avrebbe avuto bisogno di tutt’altro.
La domanda che nessuno ha avuto il coraggio di porre — o che qualcuno ha posto, senza essere ascoltato — è semplice: a chi serve?
Perché costruire una stazione AV in mezzo ai campi, dove non esiste una viabilità in grado di sostenere un traffico significativo, dove manca lo scambio ferro-ferro e dove non c’è un collegamento degno di questo nome? Perché investire milioni in un’opera che non risponde a un bisogno reale, invece di realizzarla a Rigutino, alle porte di Arezzo, dove i benefici — anche per Siena e Perugia — sono ampiamente dimostrati?
La risposta, purtroppo, è sempre la stessa: perché si poteva fare. Perché c’erano fondi da spendere. Perché in Italia l’infrastruttura è spesso un fine politico, non un mezzo.
Le proteste non erano mancate. I comitati locali avevano avvertito: “State costruendo un’opera inutile, scollegata, dannosa”. Da Roma erano arrivate promesse di compensazioni, navette, collegamenti, sviluppo. Nulla di tutto questo si è concretizzato. La stazione è rimasta lì, un guscio vuoto, un monumento all’ostinazione burocratica e alla distanza siderale tra chi decide e chi vive il territorio.
E la cosa più grave? Nessuno paga.
Nessuno risponde del denaro pubblico sprecato, del paesaggio compromesso, delle opportunità perdute. Le responsabilità si dissolvono come nebbia: rimpalli, competenze condivise, firme che svaniscono, decisioni prese “a livello superiore”.
La stazione AV nel nulla è anche un insulto sociale.
In un Paese che invecchia, con milioni di persone senza patente e che dovrebbe puntare sulla mobilità sostenibile, si costruisce un’infrastruttura accessibile solo a chi ha un’auto o a chi è disposto a salire su un pullman che — traffico permettendo — prima o poi arriverà. È un paradosso che racconta meglio di mille analisi la distanza tra la retorica della politica e la realtà dei cittadini.
Come nella storia di Dickens, resta la speranza che qualcuno, prima o poi, si fermi a riflettere sul significato autentico di bene comune.
Maurizio Pagliai – Presidente provinciale Arezzo MCL
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