Bellezza e fragilità della Terra: intervista a Neri Marcorè
Neri Marcorè, intervistato dal direttore de L’Ecofuturo Magazine Michele Dotti, ci racconta il suo legame profondo con la natura, ricordandoci che noi siamo parte di essa e che l’intervento umano ne ha messo a rischio l’equilibrio e la fragilità. Un invito appassionato a riflettere sulle nostre responsabilità e sull’importanza delle nostre scelte, in particolare per le generazioni future.
Attore, cantante, conduttore televisivo, regista, ma soprattutto uomo curioso e profondamente sensibile, Neri Marcorè è una delle figure più versatili e amate del panorama culturale italiano. Capace di passare con naturalezza dall’ironia alla riflessione, dal palcoscenico alla montagna, porta con sé una visione dell’arte come strumento di incontro e di consapevolezza. Con progetti come “RisorgiMarche”, ha saputo unire musica, solidarietà e amore per il territorio, trasformando la bellezza in impegno concreto. In questa conversazione, Neri ci accompagna in un viaggio tra natura, comunicazione, futuro e sogni possibili.
Neri Marcorè, una carriera che spazia tra teatro, cinema, televisione e impegno civile. In questo percorso che ruolo ha avuto la natura come fonte di ispirazione e di equilibrio personale?
«Sono nato in un paese delle Marche, Porto Sant’Elpidio, con la fortuna di avere il mare a 700 metri e la campagna intorno a casa. Ho giocato molto fuori casa e ho da sempre apprezzato e vissuto i cicli naturali delle stagioni, la possibilità di salire sugli alberi, di sottrarre porzioni di campi coltivati per ricavarci rettangoli di terra dove piazzare due porte per il calcio o altri giochi».
«Ricordo che da piccolo facevo disegni ecologisti con ciminiere che inquinavano aria e acqua, sopportando poco fin da allora che lo sviluppo dovesse comportare una continua offesa all’ambiente. Magari ero anche influenzato dalla lettura di Calvino, che con Marcovaldo evidenziava anche queste conseguenze per la società moderna. Non so quanto questi elementi mi abbiano ispirato nel lavoro, ma sicuramente nella vita molto, perché sono stati una base culturale e di conseguenza anche ora prediligo gli ambienti naturali a quelli delle grandi città, sebbene per questioni professionali mi sia trasferito a Roma dai primi anni ‘90».
Viviamo in un tempo di grande confusione comunicativa, in cui i messaggi ambientali spesso si perdono nel rumore mediatico. Come pensi che si possa “raccontare la sostenibilità” in modo autentico e coinvolgente?
«La leggerezza non è mai sinonimo di superficialità e disimpegno, pertanto credo che oltre agli appelli e alle varie manifestazioni e iniziative che promuovono riflessioni sull’ambiente, un modo efficace sia sempre quello di proporre un tema accompagnandolo con ironia. Mi viene in soccorso il paragone col programma che ho condotto per dieci anni – Per un pugno di libri – nel quale attraverso il gioco si riusciva a parlare di letteratura approfondendo argomenti più vari. Trovo avvilente e irritante invece il modo in cui alcuni rappresentanti della politica e del giornalismo tentino di ridicolizzare movimenti e attivisti impegnati a sensibilizzare governi e società su temi ambientali».
Da sempre sei attento alle sfumature dell’animo umano e alla cura delle relazioni. Credi che la natura possa aiutarci anche a ristabilire un rapporto più sano tra le persone?
«Noi siamo la natura. I ritmi dettati da quest’epoca sempre più tecnologica ormai da parecchi anni non ci allontanano soltanto dai cicli naturali legati al necessario riposo, alla vita all’aria aperta e all’attività fisica, ma tendono anche a isolarci gli uni dagli altri, ormai dipendenti dai nostri cellulari e affini. Quando invece riusciamo a concederci esperienze a contatto con la natura, dove quindi è anche più facile entrare in contatto con altre persone e farsi sorprendere da incontri piacevoli, riscontriamo subito effetti positivi sul nostro umore e benessere, il che ci fa anche rivalutare l’importanza delle relazioni umane e della buona predisposizione all’incontro con gli altri».
Il tuo progetto “RisorgiMarche” ha un’anima ecologica e solidale. Cosa ti ha insegnato sul valore della comunità e sul modo in cui la cultura può rigenerare i territori?
«RisorgiMarche”, ora “IncantoMarche”, oltre allo scopo solidale nei confronti delle comunità terremotate per cui nasce, è proprio la dimostrazione di quanto dicevo sopra. I lunghi percorsi a piedi o in bici per raggiungere i luoghi dei concerti in zone non antropizzate, con paesaggi mozzafiato, circondati da montagne e vegetazione lussureggiante, sono stati l’occasione per far interagire tra loro migliaia di persone in cammino, scambiandosi acqua, cibo, parole e sorrisi. È un festival che combina insieme diversi fattori attraverso la cultura rappresentata in questo caso dagli artisti legati al mondo della musica, per cui solidarietà, sostegno morale ed economico, movimento, incontro, bellezza e adrenalina sono strettamente legati tra loro».
Molti oggi parlano di “transizione ecologica” come di una necessità tecnica. Tu da artista, come la percepisci dal punto di vista umano, emotivo e culturale?
«Sul fatto che sia una necessità per permettere all’umanità di continuare ad abitare questo Pianeta non ci sono dubbi, a dispetto di quanto sostengono i negazionisti. La sensibilizzazione di un crescente numero di persone a livello mondiale è l’unica strada per poter fare pressione su chi mette il profitto, l’arricchimento e lo sfruttamento di risorse e lavoratori davanti a tutto. Non so come finirà, ma il fatto che sia una lotta ardua non deve scoraggiare la volontà di impegnarsi. Non si arriverà mai, per ovvie ragioni, alla “decrescita felice” teorizzata da Latouche, ma si può comunque migliorare di molto l’approccio verso l’ambiente, compromesso da anni di industrializzazione smodata, con conseguente depauperamento delle risorse naturali del Pianeta».
Spesso la comicità è una forma di resistenza e di consapevolezza. Pensi che l’ironia possa essere un linguaggio efficace anche per far riflettere sulle grandi sfide ambientali del nostro tempo?
«Sì, lo dicevamo prima. Non c’è molto da scherzare, temo, ma ciò non implica che non si possa far riflettere anche attraverso una risata. Anzi, spesso la comunicazione passa più facilmente se accompagnata da un sorriso piuttosto che da un’espressione seriosa».
Come vede il futuro Neri Marcorè? Ti senti più ottimista o preoccupato rispetto al cammino dell’umanità verso un equilibrio con il Pianeta?
«Da quel che ho espresso finora si evince che sono parecchio preoccupato, ma essendo ormai vicino ai sessant’anni, il pensiero va a chi verrà dopo di noi, generazione fortunata che ha potuto vivere lontano da guerre e miseria e al contempo godendo di ritmi di vita più naturali, prima dell’avvento dell’era digitale. Non resta molto tempo per invertire la rotta e se i potenti della Terra non si renderanno conto del pericolo, i prossimi decenni non saranno semplici per l’umanità. Può far riflettere la metafora della rana nella pentola in cui la temperatura cresce molto lentamente, che non le fa percepire il pericolo di finire bollita prima di rendersene conto. O l’altra, del lago con l’erba infestante che ogni giorno raddoppia in quantità. Quando raggiunge il 50% dell’estensione, qualcuno potrebbe pensare “beh, ne resta ancora metà praticabile”, in realtà il giorno dopo sarà arrivata al 100%».
Nel tuo percorso di vita e d’arte, c’è stato un momento in cui hai percepito con particolare intensità la bellezza o la fragilità della Terra?
«Io sento l’intensità della bellezza della Terra in ogni manifestazione naturale. Se penso al mio lavoro, la connessione più forte l’ho provata ogni volta che mi sono esibito in contesti naturali: penso a “RisorgiMarche”, ai “Suoni delle Dolomiti” e ad altri eventi immersi nella natura. Ma è una sensazione che si ripete ogni volta che mi trovo a contatto con la forza naturale del mondo: un’eruzione vulcanica, un paesaggio mozzafiato, i luoghi visitati durante i viaggi. Tutto questo mi restituisce un senso profondo di bellezza e di potenza. Allo stesso tempo, la Terra è fragile. Ma non per sua natura: è fragile a causa dell’attività umana. Eppure, in questa fragilità, si rivela anche una forza incredibile».
«Mi viene in mente il periodo del lockdown durante il Covid: è bastato sospendere per poche settimane le attività umane perché la natura cominciasse a riprendersi i suoi spazi. L’erba spuntava tra i porfidi nelle città, gli animali tornavano in luoghi dove non si vedevano da anni. Questo ci ha fatto capire quanto la natura sia resiliente, e quanto poco le serva per rigenerarsi, se solo le si dà spazio. Noi spesso parliamo di “natura” come se fosse qualcosa di separato da noi. Ma va anche detto chiaramente: non sarà l’uomo a sopravvivere alla Terra. Se continuiamo così, il Pianeta andrà avanti, ma senza di noi. La natura si riprenderà tutto, come ha sempre fatto. E forse, in futuro, sarà abitata da altre specie. Ma difficilmente dall’essere umano, almeno per come lo conosciamo oggi».
Se potessi sognare un mondo possibile, come sarebbe? Cosa ti piacerebbe lasciare in eredità alle generazioni che verranno?
«È inutile pensare a mondi ideali, cioè tornare indietro da quello che siamo adesso è molto, molto complicato. Però quello che mi piacerebbe è che l’enorme tecnologia e le ricerche scientifiche possano essere messe al servizio della possibilità di arginare tutti i fenomeni che portano al deterioramento delle risorse naturali, come il fatto che si continui a produrre plastica e a immetterla nell’ambiente, così come tutti quei materiali che non sono biodegradabili. Questo, per esempio, è una cosa che potrebbe essere affrontata, credo, anche in virtù delle conoscenze che già abbiamo. Si potrebbe già modificare molto l’utilizzo di questi materiali, e magari tornare a vendere materie sfuse, con contenitori riutilizzabili, con la carta, ecc. Ci sono alcune isole felici, ma la diffusione non è ancora tale da poter pensare con ottimismo che si possa davvero invertire la rotta».
«Quindi mi piacerebbe molto che il mondo futuro potesse mettere a frutto e separare tutto ciò che è dannoso da ciò che è virtuoso, limitando il più possibile la produzione di materiali nocivi, e modificando anche i comportamenti nella nostra vita quotidiana. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può adottare comportamenti virtuosi anche nelle abitudini di ogni giorno: dall’evitare lo spreco dell’acqua, all’uso di materiali biodegradabili, fino alla scelta di cibi che non creino inquinamento sul pianeta. Limitare, ad esempio, il consumo di carne: se non si vuole diventare vegetariani o vegani, che per molti può essere difficile, almeno ridurne il consumo, considerando tutto quello che sappiamo sugli allevamenti. Quindi anche piccole cose, ma moltiplicate per milioni o miliardi di persone, possono fare la differenza».
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