Intervista a Fabio Brescacin, fondatore di EcorNaturaSì

 Intervista a Fabio Brescacin, fondatore di EcorNaturaSì

Michele Dotti intervista Fabio Brescacin, visionario pensatore del cambiamento che è riuscito a immaginare un’agricoltura profondamente diversa.

In un’epoca segnata da crisi ambientali, perdita di biodiversità e una profonda disconnessione tra uomo e natura, parlare di agricoltura significa parlare di futuro. Fabio Brescacin non è solo il fondatore e presidente di Ecor-NaturaSì, la principale realtà italiana nel settore del biologico e biodinamico: è soprattutto un pensatore radicale, un agricoltore dell’anima che coltiva idee prima ancora che prodotti.

Laureato in Agraria all’Università di Padova, già nel 1985 apre il suo primo negozio di alimenti biologici, a Conegliano; nel 2009 guida la fusione tra Ecor (distributore) e NaturaSì (catena di supermercati), dando vita al gruppo Ecor NaturaSì, che oggi comprende circa 320 punti vendita e oltre 300 aziende agricole partner e dal 2021 è divenuto anche Società Benefit. Con lui, abbiamo parlato di ecologia profonda, filiere etiche, educazione al consumo consapevole e della possibilità – concreta – di un’agricoltura che rigenera la terra e le relazioni umane.

Qual è la missione profonda con la quale ha creato EcorNaturaSì?

«Ci siamo innamorati dell’agricoltura biodinamica e abbiamo visto che dietro c’erano infinite possibilità, innanzitutto per un lavoro concreto rivolto al bene del Pianeta, della terra, quindi quella che era una missione ecologica. C’era un’agricoltura allora, e c’è ancora adesso, che penalizza e che distrugge la terra. E c’è invece un’agricoltura, quella biodinamica, capostipite di tutta l’agroecologia, che invece si prende cura della terra, risana la terra. Da qui abbiamo capito che dietro c’era anche una filosofia di vita, uno stile di vita, l’antroposofia, che andava ad approfondire certe tematiche esistenziali».

«Poi, c’era il tema sociale, erano anni caldi da quel punto di vista, si cercava una terza via tra il capitalismo e il modello socialista e quindi una via economica che riuscisse veramente a conciliare libertà umana, libera iniziativa con un senso sociale, per il bene comune e non per l’egoismo umano. Quindi, agricoltura biodinamica, scienza sociale, visione spirituale e la conseguenza di tutto questo è quello che facciamo adesso, ovvero un cibo sano. Erano anni in cui entrava la macrobiotica, ci si poneva il tema del cibo, c’era la necessità di fornire alle persone un cibo sano che fosse fonte di salute».

In che modo l’agricoltura biologica e biodinamica può offrire una risposta concreta alla crisi climatica, e le misure del Green Deal europeo sono davvero sufficienti a sostenerne lo sviluppo?

«Spero che nel tempo emerga sempre più questo tema, l’agricoltura biologica e biodinamica è forse il principale modo per affrontare il tema climatico perché l’agricoltura biologica e biodinamica, se fatta bene, crea un bilancio del carbonio negativo; mentre le aziende convenzionali – e noi stessi – siamo produttori di CO2, l’agricoltura biodinamica può invece assorbire CO2, può accumulare CO2 nel terreno sottoforma di humus, di fertilità del suolo. I bilanci del carbonio nelle nostre aziende agricole sono una risposta concreta ai cambiamenti climatici. Quindi mangiare sano non è solo per la salute umana, ma anche per la salute del Pianeta».

Parla spesso di “cura della terra” e “cura delle relazioni”. Come si traducono questi concetti nella governance aziendale?

«La cura della terra è quello che si cerca di fare in campagna, la cura delle relazioni è un lavoro quotidiano che abbiamo cercato di fare in questi quarant’anni, cercando di mettere insieme una comunità di persone: 1.500 lavorano direttamente in azienda, altre 1.500 nei negozi, poi ci sono le aziende agricole, ci sono 300 mila consumatori circa che vengono regolarmente nei nostri negozi. Questa è una cura quotidiana della relazione. La relazione tra le persone oggi tende a deteriorarsi, ha momenti difficili. Istintivamente oggi l’uomo è antisociale, vuole affermare se stesso, la propria individualità, per contrapporsi a questo serve curare la relazione, curare il rapporto con l’altro, un lavoro cosciente di cura quotidiana che controbilancia il nostro individualismo ed egoismo».

Il biologico può davvero nutrire il mondo? Cosa risponde a chi sostiene che è meno produttivo?

«Il biologico ha infinite capacità auto rigenerative, usa meno input energetici e contribuisce al risanamento ambientale ma da solo non ce la fa. La critica è che il bio produce meno. La soluzione a mio avviso è un lavoro congiunto: da una parte, prenderci cura di tutta la terra e oggi vediamo anche in Italia quanto i terreni siano abbandonati. Bisognerebbe riprendere a coltivare anche quelli marginali, dare il giusto valore ai prodotti e al lavoro degli agricoltori, in modo che l’agricoltura abbia una sostenibilità economica. Dall’altra, dobbiamo anche noi come consumatori fare le nostre scelte e iniziare a trasformare la nostra dieta, iniziare a vivere i prodotti animali come carne, latte, uova come preziosi, e ridurre il consumo di prodotti animali, eliminarlo per chi riesce, nella libertà di ognuno, aumentando il consumo di prodotti vegetali».

«Questo spetta ai consumatori, serve un lavoro di auto educazione alimentare e sullo stile di vita. La terra produce per tutti, però non dobbiamo depauperare le risorse ambientali. Tra poco scadrà l’Hearth Overshoot Day (a livello globale, quello dell’Italia è stato il 6 maggio), vuol dire che stiamo intaccando le risorse future e depauperando le risorse del Pianeta, dobbiamo fare un po’ marcia indietro su molte cose, non solo sull’alimentazione, ad esempio chiedendoci quanto consumiamo, quanto contribuiamo come consumatori. È l’insieme che risolve il problema, non l’agricoltura da sola. L’agricoltura fa la sua parte e il biologico può produrre per tutti, in maniera sana, ma per un consumatore che abbia fatto un percorso di educazione, di rieducazione».

Quali innovazioni agricole (es. agroforestazione, rigenerazione dei suoli) state sostenendo attivamente?

«Stiamo lavorando soprattutto sulla rigenerazione dei suoli, sul tema della CO2, sull’aumento della fertilità, della sostanza organica. Il tema agroforestale è importante e sempre di più dobbiamo concepire l’azienda agricola come azienda agroforestale dove conciliare l’aspetto ambientale, forestale – una forestazione ripensata con intelligenza – assieme alla coltivazione di prodotti per il cibo. Questa è una grande prospettiva. Noi stiamo lavorando soprattutto sul tema della biodiversità e, in alcune aziende siamo anche al 20% di biodiversità con corridoi ecologici, piantumazione di alberi nelle zone marginali. Per adesso il tema principale è la fertilità del suolo, la rigenerazione dei suoli, questo è importantissimo, crea enorme resilienza, riduzione dei costi perché non si usano input chimici esterni, ma è un lavoro a lungo termine».

Il consumatore ha sicuramente un ruolo importante nella trasformazione ecologica dell’agroalimentare. Come si costruisce una filiera “giusta” per agricoltori, ambiente e consumatori?

«Il consumatore è l’elemento determinante, l’attore principale della filiera agricola a seconda delle scelte che fa. La scelta del bio è un tema culturale, per questo va fatto un lavoro di consapevolezza e noi stiamo cercando di fare la nostra parte. Sempre più dovremo collaborare con le istituzioni, con le strutture scolastiche. Un percorso di consapevolezza in questi anni lo stiamo facendo, lo vediamo tutti i giorni, è dovuto anche alla crisi ambientale, alla crisi culturale che stiamo vivendo. Notiamo una crescita delle persone che si avvicinano a questo mondo, un sempre maggiore contributo del consumatore alla nostra missione».

Da sempre cercate di diffondere una nuova cultura del cibo e della terra. Come coinvolgete scuole, comunità e giovani agricoltori nel vostro progetto di trasformazione ecologica?

«Il nostro concept è aprirci, una buona parte delle risorse viene destinata alla divulgazione, all’apertura, per diffondere un messaggio culturale, è un compito che abbiamo, che dobbiamo prendere in mano sempre più consapevolmente».

Se potesse cambiare una sola cosa nel sistema agroalimentare italiano, da dove partirebbe?

«Non saprei, non è un fatto tecnico passare dall’agricoltura convenzionale all’agricoltura biologica, è un fatto culturale, a mio avviso serve cambiare un po’ l’approccio. La scienza offre tutte le possibilità per affrontare il tema agricolo in maniera diversa, più consapevole, più ecologica, più olistica, ma servono persone che si mettano in gioco e che siano sostenute dalla comunità».

L’utopia concreta di NaturaSì oggi qual è? E quella personale di Fabio Brescacin?

«Ci sono mille possibilità. Come azienda non abbiamo un compito solo di distribuzione ma molto più ampio, ovvero diffondere consapevolezza, cultura del biologico, cultura del prodotto sano, cultura della vita, della terra. Ci sono infinite cose da fare a livello formativo, su questo dovremo lavorare molto. Sulla formazione degli agricoltori. Per esempio, stiamo avviando una scuola e speriamo di partire già nel 2026. Il nostro obiettivo è lavorare sul consumatore in ogni modo possibile, per allargare il pubblico e offrire anche nuovi servizi. A Roma lanceremo un progetto chiamato SaluteSì, dedicato a un approccio integrato alla salute: una terapia complementare, più olistica. Stiamo infatti affrontando anche il tema della cura delle persone».

«Quello che facciamo non deve riguardare solo il cibo e l’agricoltura, ma diventare un vero e proprio stile di vita, un percorso che porti a un “esodo al contrario”: se in passato c’è stato un esodo dalle campagne verso la città, oggi vogliamo promuovere un ritorno alla campagna. Un ritorno dove le aziende agricole diventino luoghi di vita, di comunità, di lavoro, di relazioni e di cultura. Questo è il nostro ideale, ed è su questo che nei prossimi anni concentreremo sempre di più il nostro impegno».

Intervista pubblicata sull’ultimo numero de L’ECOFUTURO MAGAZINE – LEGGILO GRATIS

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Redazione

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