Intervista a Riccardo Iacona: la Presa Diretta del giornalismo

 Intervista a Riccardo Iacona: la Presa Diretta del giornalismo

L’informazione giornalistica non può essere altro che un viaggio. Intervista a Riccardo Iacona a cura di Sergio Ferraris.

Da oltre trent’anni racconta l’Italia con la forza delle immagini, la precisione dei dati e la passione civile che distingue il vero giornalismo d’inchiesta. Riccardo Iacona è mente, volto e voce di “Presa Diretta”, programma di Rai3 che coniuga rigore e narrazione. In questa intervista, ripercorriamo con lui le trasformazioni del giornalismo italiano, le sfide del racconto ambientale, i limiti e le possibilità dei media tradizionali e digitali.

Lei ha vissuto per decenni il giornalismo in Italia. Cosa è cambiato nel modo di fare inchieste?

«Intanto è cambiata la quantità e questo è importante. Quantità e qualità spesso sono collegate, nel senso che se ne fa di meno. Quando ho cominciato, nell’89, c’erano tante botteghe aperte che lavoravano sui prodotti lunghi. Anzi, diciamo che ho cominciato con Andrea Barbato, che aveva messo in piedi un programma in prima serata “Lo scenario”, sulla nuova Rai3 di Guglielmi e tutto si poggiava sui pezzi. Poi c’era qualche passaggio in studio. Via via il giornalismo delle televisioni mainstream, generaliste, è cresciuto sempre di più attorno allo studio, alla diretta, al dibattito e la quota di racconto della realtà è diminuita».

«Questo vuol dire che c’è poco investimento, poche botteghe artigianali che fanno questo mestiere. E poi, naturalmente, la concorrenza con l’informazione quotidiana, quella che esce fuori dagli schemi e che riempie le testate online, ha imposto un’accelerazione anche al giornalismo d’inchiesta. C’è un po’ di fiato sul collo che spinge a fare le cose che stanno sul dibattito e un po’ alza la sfida del racconto».

Qual è stata l’inchiesta che più l’ha segnata, umanamente e professionalmente?

«Direi la prossima che farò. È una battuta, ma non lo è. È dall’89 che sono in giro con telecamera e microfono, e quindi ho avuto la fortuna, in tutti questi anni, anche lavorando a squadre importanti che investivano molto sulla realtà, di andare in giro. Ne ho fatte tante, tantissime, tante a cui sono affezionato e sono tante quelle che sto mettendo in cantiere per le prossime stagioni. Se penso a qualcosa che mi ha colpito molto a “Presa Diretta”, da quando lo conduco, penso al 2016, quando sono andato a Baghdad in Iraq. Sono finalmente riuscito a entrare dopo il 2003, quindi quasi tredici anni dopo quella sciagurata invasione americana e ho potuto toccare con mano il disastro scatenato da quell’invasione. L’Iraq, di fatto, non esisteva più come Stato: dilaniato dalla guerra civile con una sanguinosa lotta fratricida tra sunniti e sciiti».

«Abbiamo raccontato anche l’assedio di Falluja, ma ciò che più mi ha colpito è stata la possibilità di parlare con le persone e scoprire che sia sunniti sia sciiti erano consapevoli del disastro: corruzione, milizie armate, illegalità diffusa, luoghi di tortura diventati routine. Le stesse verità che sarebbero poi emerse nei file di Wikileaks, su cui aveva lavorato anche Assange».

Come nasce “Presa Diretta” e che cosa ha voluto offrire di diverso rispetto agli altri format?

«“Presa Diretta” nasce da un’idea di Paolo Ruffini, allora direttore di Rai3. Dopo l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi, avevo passato tre anni chiuso a lavorare in una stanza della Rai. Fu Paolo a tirarmi fuori da lì e a portarmi in prima serata su Rai3, chiedendomi di realizzare personalmente dei reportage. Poi, un giorno, mi disse: «Perché non portiamo questa tua competenza alla domenica sera? All’epoca c’era la squadra di “Report” di Milena Gabanelli, che andava in onda per un certo numero di puntate l’anno. Paolo credeva molto nel racconto lungo e così abbiamo messo insieme una squadra. Piano piano è nata “Presa Diretta”. Il titolo lo dice: l’idea era che la realtà si racconta con la realtà. Il cuore del programma è sempre stato questo: raccontare i territori attraversati e le storie incontrate, in presa diretta, senza mediazioni. E credo che non abbiamo mai tradito questa missione».

«Intorno a me hanno cominciato ad arrivare molti giovani. Tra loro anche Domenico Iannacone, che all’epoca aveva già lavorato a “Ballarò”. Insieme abbiamo vissuto una stagione molto intensa, prima che lui partisse per i suoi programmi: prima “I dieci comandamenti” poi “Che ci faccio qui”. Nel tempo, grazie a una vera e propria “bottega”, fatta di persone appassionate, si è formato un sapere artigianale fortissimo. Oggi ho una ventina di inviati, tutti molto, molto bravi, capaci di realizzare racconti da 25, 30, anche 40 minuti. Una cosa per nulla scontata».

Quali sono, secondo lei, i princìpi non negoziabili del giornalismo d’inchiesta?

«Uno. l’onestà intellettuale. Nei confronti del pubblico e di tutte le persone che incontriamo. Chi ci apre la porta ci consegna un pezzo della propria vita, e non lo fa su argomenti leggeri: qui non si parla di gossip, di musica o di arte. Ci affidano le loro storie nei passaggi più sensibili della loro esperienza — che si tratti di lavoro, diritti, denunce o questioni etiche. Serve quindi un grande, enorme rispetto per le persone che si incontrano. Abbiamo in mano la televisione, uno strumento estremamente potente. Molto più della carta stampata, perché alle parole si aggiungono le immagini».

«Quando qualcuno entra nei nostri racconti — anche se lo fa nella parte del “cattivo”, anche se deve essere interrogato sulle proprie responsabilità — va comunque rispettato. Sempre. Perché se non rispetti le persone, non rispetti te stesso. E se non rispetti te stesso, non rispetti nemmeno il Paese. E non puoi pretendere che le persone che incontrerai nei prossimi racconti ti aprano la porta di casa. Quanto all’onestà intellettuale verso il pubblico: bisogna essere sempre chiari, mai usare la televisione come un’arma che taglia la realtà in bianco e nero, in maniera brutale e grezza ma rendere conto al telespettatore sia dei punti di vista sia della complessità delle storie che si raccontano».

Nel suo lavoro ha spesso trattato i temi ambientali. Qual è il limite principale del giornalismo italiano nel raccontare l’ecologia?

«Il limite è stato non aver capito — o averlo capito troppo tardi — che l’ecologia è una questione che riguarda tutti. Un po’ come ci ha insegnato Papa Francesco con il concetto di ecologia globale e integrale. Oggi parlare di ecologia significa mettere l’uomo in relazione con il suo contesto, relativizzarlo, raccontare i mondi in cui viviamo: le sfide tecnologiche, economiche, occupazionali, le vere e proprie rivoluzioni che ci aspettano. Tutto questo rende evidente che la spinta verso la transizione energetica — il passaggio da una matrice fossile alla mobilità elettrica, l’esigenza ormai imprescindibile di ridurre le emissioni di gas serra e rallentare l’aumento esponenziale della temperatura globale — riguarda ogni aspetto della nostra vita».

«Io ho sempre pensato che il Ministero dell’Ambiente dovrebbe essere il primo ministero, e che le questioni ambientali dovrebbero attraversare tutte le politiche in tutti i ministeri. È stato un errore non capirlo per tempo. Dico “è stato” perché, dopo la COP di Parigi — la prima a mettere nero su bianco le evidenze scientifiche e obiettivi precisi, come il limite dei 2 °C di aumento della temperatura globale — si è iniziato a comprendere meglio la gravità della situazione. Negli ultimi anni, però, abbiamo assistito a un riflusso. Un forte attacco culturale e ideologico da parte delle lobby del mondo fossile, per riconquistare gli spazi che avevano perso, arrivando quasi a negare la necessità stessa della transizione energetica».

Come si può rendere il racconto ecologico non retorico, ma incisivo, credibile e in grado di influenzare l’opinione pubblica?

«Raccontare l’ecologia, perché l’ecologia è appassionante. È un territorio talmente ricco, che coinvolge così tanti aspetti della vita, che se la racconti davvero a 360 gradi, finisce per appassionare anche chi ascolta. Noi ci siamo appassionati tanti anni fa. Già nel 2009 avevamo realizzato la puntata Sole, vento, alberi, in cui raccontavamo l’incredibile sviluppo delle energie rinnovabili in Germania. E intanto facevamo le pulci a quello che succedeva in Italia — il Paese del Sole — mentre in Germania si installava più fotovoltaico di quanto non si faccia adesso».

«Nel frattempo c’è stata una rivoluzione tecnologica straordinaria: oggi i pannelli solari restituiscono il 24-25% dell’energia assorbita e si punta al 30%. Si parla di centrali solari installate in spazi sempre più ridotti. È una materia che ha a che fare con la vita: con le sue conseguenze negative, ma anche con le praterie enormi che si aprono per contrastare il cambiamento climatico. Come mi ha detto un fisico a Bologna qualche tempo fa: è una materia di cui siamo responsabili. E questa, in fondo, è una buona notizia. Perché vuol dire che possiamo ancora intervenire»… Continua a leggere gratis l’intervista su L’ECOFUTURO MAGAZINE

Ecofuturo premia la trasmissione “Presa Diretta” di Rai Tre per la migliore comunicazione ambientale ed ecotecnologica del 2025.

LEGGI ANCHE Le ecotecnologie, il lavoro e il futuro arrivano nel cuore d’Europa

Redazione

Related post