Il Green Deal europeo al bivio tra Cina e Stati Uniti
Ispirati dal recente articolo “Green deal, il dilemma sulla Cina” di Lucrezia Reichlin, pubblicato l’8 giugno 2025 sul corriere.it, andiamo ad analizzare lo stato dell’arte della transizione energetica in Europa ed i rapporti del vecchio continente con la Cina.
Lucrezia Reichlin sottolinea il crescente disinteresse politico verso la transizione energetica in Europa e il paradosso di un successo tecnico (l’UE avvicina l’obiettivo di –55% di CO₂ entro il 2030) contrastato dalla volontà di alleggerire le regole verdi. Allo stesso tempo, il dominio cinese nella filiera delle energie rinnovabili rende impossibile una transizione sostenibile senza Pechino, ponendo Bruxelles davanti a scelte geopolitiche complesse.
Secondo Reichlin, la discussione politica in Italia e in molti Paesi europei si è spostata su altre priorità, nonostante “l’Unione europea è con ogni probabilità in grado di raggiungere l’obiettivo di riduzione del 55% delle emissioni di CO₂ entro il 2030”. Questa discrepanza tra risultati tangibili e minore enfasi mediatica o politica segnala una potenziale stanchezza o rivalutazione delle priorità, ma rischia di minare la continuità delle politiche necessarie per consolidare e superare i progressi finora ottenuti.
Bruxelles, sotto la pressione di alcuni Stati membri preoccupati per la competitività industriale, sta valutando scenari per diluire obiettivi e vincoli ambientali. L’argomentazione prevalente è che “i maggiori inquinatori” sarebbero al di fuori dell’Europa (soprattutto Paesi emergenti come la Cina) e che, quindi, norme più severe non inciderebbero significativamente sul clima globale, ma graverebbero sui costi delle imprese europee, già esposte alla concorrenza internazionale. A ciò si aggiunge il raffronto con gli Stati Uniti, accusati di abbandonare politiche verdi in favore di strategie “drill, baby drill”, che alimenta la percezione di uno svantaggio competitivo per l’industria UE.
Reichlin contrappone a questa narrativa la considerazione che l’Europa, dipendente dalle importazioni di gas e petrolio, non può permettersi di ridurre l’impegno verso le rinnovabili: “la strategia verde è fondamentale per raggiungere l’indipendenza energetica” e rafforzare la resilienza economica e strategica a lungo termine. Sebbene nel breve-medio periodo la decarbonizzazione implichi costi — come evidenziato nel rapporto BIS curato da Reichlin con Fornaro e Guerrieri — a lungo termine rappresenta la condizione per evitare shock esterni e volatilità dei mercati fossili.
Il dilemma geopolitico: USA vs Cina.
L’Europa si trova “intrappolata in un dilemma scomodo”: per tradizione e sicurezza si allinea con gli Stati Uniti, ma questi mantengono economie basate sui combustibili fossili e stanno riducendo le politiche verdi. D’altro canto, la Cina non è un alleato politico affidabile, ma domina la filiera delle tecnologie rinnovabili, rendendosi indispensabile per realizzare il Green Deal europeo. Questo contesto spinge l’UE verso una politica estera multipolare, in cui coesistono cooperazione transatlantica e dialogo pragmatico con Pechino.
Reichlin ricorda che Pechino controlla quote di mercato straordinarie: oltre l’85% delle terre rare, circa il 60% del litio e il 90% della grafite anodica a livello globale. Domina inoltre ogni fase della produzione di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici. Questa posizione deriva da decenni di politiche industriali aggressive, sussidi statali, forte concorrenza interna e grandi economie di scala, che hanno abbassato i costi e creato un ecosistema di tecnologie pulite difficilmente replicabile altrove.
Analisti di Bloomberg avvertono che escludere la Cina dalle filiere verdi potrebbe far salire i costi di pannelli solari e componenti per veicoli elettrici dal 30% al 50%. In Europa ciò penalizzerebbe competitività e consumatori. E nei Paesi in via di sviluppo, che lottano per finanziare infrastrutture verdi, l’impatto sarebbe ancora più drammatico, compromettendo l’elettrificazione su cui si basa la lotta al cambiamento climatico globale. Un disaccoppiamento brusco rischia di rendere irrealizzabile il Green Deal stesso.
Verso un “disaccoppiamento intelligente”.
L’articolo suggerisce di evitare divieti o tariffe punitivi immediati: l’Europa dovrebbe adottare un approccio di “de-risking graduale”, individuando le dipendenze critiche e investendo in capacità alternative interne (Ricerca & Sviluppo, produzione europea, partnership con altri Paesi) senza rinunciare ai vantaggi di costo e scala offerti dalla Cina per la transizione in corso. Parallelamente, va aperto un dialogo climatico pragmatico con Pechino, finalizzato a progetti congiunti su innovazione, standard ambientali e infrastrutture, pur riducendo progressivamente la dipendenza strategica.
Per sostenere questo percorso, serve maggiore unità tra Stati membri e strumenti UE robusti: fondi, incentivi e infrastrutture per rafforzare la produzione di tecnologie verdi in Europa, favorendo economie di scala e filiere diversificate. È cruciale comunicare ai cittadini e alle imprese che il Green Deal è una politica di sicurezza energetica e resilienza economica, non un onere burocratico fine a sé stesso, contrastando narrazioni focalizzate solo sui costi immediati.
Il Green Deal deve essere percepito non solo come risposta ambientale, ma come pilastro di indipendenza energetica, resilienza e leadership globale dell’Europa. Navigare il complesso equilibrio tra alleanza transatlantica e collaborazione pragmatica con la Cina richiede maturità politica e visione a lungo termine. Senza una solida strategia industriale europea e una diplomazia climatica multilaterale, l’UE rischia di restare vulnerabile e di perdere credibilità nella guida della transizione energetica mondiale.
Fonte: Corriere della Sera
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