Cannabis light: assolto con formula piena Luca Marola
Dopo sei lunghi anni, lo scorso 29 Maggio è stata definitivamente scritta la parola fine alla vicenda giudiziaria di Luca Marola: assoluzione piena, il fatto non sussiste.
Con il suo Canapaio Ducale, Marola è stato tra i primi imprenditori italiani a investire nelle potenzialità del CBD.
Per l’attività di commercializzazione di cannabis a basso contenuto di THC, il procuratore capo di Parma Alfonso d’Avino aveva formulato un’accusa di spaccio, richiedendo una pena di 4 anni e 10 mesi, oltre a 55mila euro di multa.
La chiusura del processo ribadisce quanto in sede scientifica è un dato indiscusso da anni: le infiorescenze di cannabidiolo non inducono effetti stupefacenti.
La sentenza, oltre a segnare la conclusione del calvario giudiziario di Marola, assume una valenza capitale: se, in primo luogo, si pone come un precedente giuridico di rilievo, in particolare essa giunge in coincidenza dell’approvazione del dl sicurezza, che intende punire la stessa condotta per la quale Marola è stato giudicato innocente.
La criminalizzazione governativa del settore della cannabis a fine industriale, dunque, si vede smentita dal punto di vista giudiziario ancor prima di essere ufficialmente messa in atto.
“Tre anni per un’inchiesta grottesca che il procuratore di Parma, unico in Italia ha voluto concepire e altri tre anni di processo, a tratti surreale, non potevano portare che a questo risultato. L’assoluzione così cristallina non può nascondere comunque il gigantesco torto subito dalla mia azienda: oltre 2 milioni di euro di magazzino distrutti, l’azienda pioniera della cannabis light e prima in Italia per fatturato cancellata, cinque anni di mancato guadagno. Sei anni di calvario giudiziario senza alcuna ragione, spese legali per difendermi da accuse che non avevano alcuna ragione d’esistere“. Così Luca Marola, pioniere della cannabis light e patron di EasyJoint.
«La formula di assoluzione è piena, la migliore delle assoluzioni possibile. Attenderemo le motivazioni, ma si può dire perché evidentemente non è stato provato che la sostanza avesse effetto stupefacente. Questa sentenza è un precedente importante. Marola non ha mia nascosto la sua condotta, ma ha sempre rivendicato la propria attività. La procura di Parma riteneva che i fiori fossero uno stupefacente a prescindere da una qualità certificata di canapa e dal suo livello effettivo di Thc. Che è la stessa impostazione del ddl. Ma a Parma si è deciso che i fiori non sono droga per il diritto penale. Vuol dire che pure se si faranno dei processi ai negozianti che vendono la cannabis light sulla base delle norme del ddl, se non c’è l’efficacia drogante i tribunali continueranno ad assolvere». Commenta Giacomo Bulleri, nel team di avvocati che ha seguito Marola nel processo.
Fonti: La Stampa | megliolegale.it
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