La storia di Andrea e il mito della droga di passaggio

 La storia di Andrea e il mito della droga di passaggio

Si comincia con uno spinello e si finisce con l’eroina? È uno dei luoghi comuni che hanno accompagnato per decenni il dibattito sulle droghe. Ma cosa racconta davvero la vita di chi ha attraversato la dipendenza?

Nel secondo appuntamento di “Storie che contano… poco” (qui il primo articolo – Cannabis: una legge di ordinaria follia), il medico Nunzio Santalucia ripercorre la vicenda di Andrea: una lunga storia personale segnata dall’eroina, dalla cocaina, dal carcere e da gravi problemi di salute, ma anche dalla capacità di ricostruirsi una vita.

La sua testimonianza diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia: è davvero lo spinello la porta d’ingresso alle droghe più pesanti, oppure è il mercato clandestino, con le sue sostanze incontrollate e le sue dinamiche, a rendere più pericoloso il percorso della dipendenza?

Una storia complessa, che invita a guardare oltre gli slogan e a interrogarsi sulle conseguenze delle politiche proibizioniste.

CHIAMATEMI ANDREA…

Sono nato nel ’58. Pesavo 5450 grammi. Nel ’70 i miei genitori si sono separati per poi divorziare in seguito. Nel 1968 già in collegio cominciai a fumare qualche sigaretta, ma smisi subito poiché amavo fare atletica e mi sembrò che il fumo disturbasse il mio rendimento. Nella primavera del ’74 dovetti, per un problema ad un tendine, smettere qualsiasi allenamento per attività agonistiche che comportassero l’uso delle gambe. (Avevo nel ’72 eguagliato un record italiano nella mia specialità e nel ’73 mi ero guadagnato un provino, mai effettuato causa incidente, nella Fiorentina).

Nell’ottobre del ’74 ero già un fumatore di Marlboro e nel dicembre dello stesso anno fumai hashish nelle vacanze natalizie. Nell’estate del ’76 divenni un assiduo fumatore di marijuana e hashish e da allora non ho mai smesso, tranne che per pochi forzati intervalli. Nel novembre del ’76 usai per la prima volta, e subito per via endovenosa, eroina. Nell’aprile del ’77 ero già dipendente. A maggio presi la decisione di smettere poiché avevo capito che la tossicodipendenza non faceva per me. A novembre di quello stesso anno ricomincio ad usare eroina riuscendo ad usarla 2-3 giorni di seguito ogni due mesi circa e vado avanti così due anni dopodiché mi stufo di questa forma di dipendenza e smetto.

Nell’agosto dell’80 vado in India due mesi e uso eroina una sola volta e per aiutare un amico. Al ritorno, a febbraio, un’epatite contratta in India mi debilita per mesi. A ottobre cambio look e comincio a lavorare. Nella primavera successiva, anche a seguito di contrasti con mio padre, ricomincio ad usare eroina e smetto a gennaio, ma ricomincio ad agosto e mi metto anche a sniffare assiduamente cocaina. Poi eroina e cocaina insieme per via endovenosa. A dicembre crollo! Sto sei mesi a letto a guardare il soffitto. Il luglio dell’85 vengo arrestato e tradotto anche in carcere dove rimango sei mesi, poi altri dieci agli arresti domiciliari. Durante il secondo mese di carcere scopro di essere HIV positivo!

Dalla fine dell’86 fino all’89 non uso più polveri e cerco di ricostruire una vita dignitosa. Nell’89, sempre in primavera, nuovo crollo a picco, dovuto anche al fatto che vedevo compromesso il mio stato di salute inevitabilmente: il degrado è veloce. Mi iscrivo per la prima volta al Ser.T. Prima di allora avevo usato come supporto morfina avuta con prescrizione medica privata. Nel ’91 ormai intossicato anche da psicofarmaci (minias, roipnol, darkene, tavor) entro in una comunità privata, non coercitiva. Vi rimango per sei mesi una prima volta e tre mesi una seconda volta nel 92/93.

Dal ’93 al ’98 continuo l’uso di eroina!!! Il 5 maggio del ’98, dopo che in pochi giorni mi ero fatto alzare il metadone da 30 a 100mg al giorno (ndr: per non tornare a cercare eroina), vengo, in un pomeriggio primaverile, tradotto in carcere. Cumulo di pena per uno scippo non eseguito da me, ma che, per sfortunate circostanze, mi era stato attribuito, e per un motorino da me usato una domenica di luglio per andare a bere il metadone: detto motorino era stato rubato e abbandonato già da qualche mese. Comincio dal 6 maggio ad usare alti dosaggi di metadone per tre mesi + zuppata a base di Tavor, Darkene e Roipnol in gocce. Dopo tre mesi, vengo mandato, per motivi di salute, agli arresti domiciliari per 10 mesi.

Nei primi quattro mesi mi libero degli psicofarmaci. Fra l’ottavo e il nono mese le mie condizioni di salute precipitano. Da casa di mio padre vengo trasferito in ospedale e dopo tre mesi di febbre a 39 e passa, ormai ridotto al “lumicino”, mi trasferiscono in un altro ospedale dove mi viene diagnosticata una TBC (ndr: tubercolosi) linfonodale extra polmonare. Non assimilo più del 20% di ciò che deglutisco, medicine comprese. Vengo dichiarato in AIDS CONCLAMATO.

Siamo a fine giugno del ’99, da luglio comincio la cura per la tbc linfonodale. Peso circa 60 Kg dagli 80 e passa del 5 maggio ’98. A febbraio 2001 sono circa 68 Kg e bevo 180mg di metadone al giorno. Scalo 100mg di metadone in un mese. A febbraio arrivo a 80mg al giorno, sconfino… e vengo ricoverato prontamente in psichiatria dove si rendono conto che le mie condizioni sono causate dal metadone. Mi tengono a 40 una settimana e quando esco sono a 60, dose che mantengo per quasi due anni. Nel febbraio 2003 sono 80cc di metadone. Non ho avuto altri episodi psichici e comincio a scalare il metadone. Il 30 novembre 2003 assumo l’ultimo cc di metadone.

Quando nel settembre dell’85 in carcere apprendo di essere HIV+ avevo modo di procurarmi hashish e posso affermare che da allora, tranne i periodi trascorsi in comunità, ho fatto uso quotidiano di hashish, anche quando nel giugno 99 andai vicino al trapasso. Il particolare è riscontrabile in qualsiasi analisi mi sia stata fatta in proposito.

Ad oggi i miei anticorpi sono quelli di una persona normale. Peso 75 Kg, lavoro e provvedo al mio sostentamento, nonostante 5 epatiti accertate e un paio sicuramente sfuggite. La mia funzionalità epatica è normale, un’attività sessuale soddisfacente e nessuna particolare menomazione, né a livello fisico né cerebrale. Siccome uso hashish da ormai 30 anni, ritengo di poter affermare che gli unici problemi che mi sono derivati dall’uso di tale sostanza sono seguiti alla mancanza di tolleranza da parte della mia famiglia e dello Stato. Innumerevoli sono invece i vantaggi di carattere psicologico, e non solo, che mi ha procurato ed è stato essenziale nell’equilibrio raggiunto negli ultimi anni che mi ha permesso di liberarmi dalla dipendenza da oppiacei e derivati, vera zavorra della mia vita.

Andrea

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Una cronistoria, quella di Andrea, di un rocambolesco vissuto. I ricordi sono messi in ordine datando dei punti precisi, sia come eventi che come momenti farmacologici: il metadone, dosaggi e conflitti. Ho lasciato le maiuscole come riportate nel manoscritto per il significato emozionale rivestito. Qualcuno dirà “ecco la carriera di un tossico, si inizia con lo spinello e si finisce a bucare eroina”. Un luogo comune che ha dominato per decenni e continua a dominare imperterrito, sostituendo però la parola bucare con fumare, o inalare eroina, che è la modalità di assunzione al momento più diffusa, anche se la via endovenosa non è affatto abbandonata. Sì, effettivamente una bella carriera, se si pensa che è partito dallo spinello, si è infilato nel tunnel della droga, ma ne è uscito brillantemente ritornando alla base, lo spinello. È uscito dal tunnel dalla stessa parte dalla quale è entrato, lo spinello.

“Ma lo spinello sempre droga è”. Non va bene, deve vivere libero da tutte queste schifezze. Ad essere precisi Andrea non è approdato disgraziatamente allo spinello come trampolino di lancio per l’eroina perché, come accade nella quasi totalità dei casi in Italia, e non solo, la prima droga usata è stata l’alcol. Infatti, nel manoscritto fa riferimento solo alle sostanze proibite. In Italia è quasi un obbligo culturale la prima sbornia. Quasi sempre avviene in età adolescenziale. È molto frequente alla seconda o terza media, alle feste di compleanno dei compagni di scuola, “assaggiare” la birra con la pizza.

“Chi se lo scorda più, ho vomitato l’anima!”. Questa è la frase che ho più ascoltato nelle migliaia di anamnesi (raccolta di notizie cliniche) durante il mio lavoro.  Chiaramente se la domanda è: qual è la prima droga usata? La risposta è lo spinello, perché per droghe intendiamo solo quelle proibite, anche se fumiamo già da tempo le sigarette e ci capita già da tempo di ubriacarci.

La verità vera è il MERCATO CLANDESTINO, il vero trampolino per un agevole e drammatico traghettamento da una sostanza all’altra. Sostanze sempre tagliate e\o inquinate. Tutte le sostanze sono vendute dappertutto in una paradossale libera-clandestinità, al di fuori di qualsiasi possibilità di controllo o di estinzione del traffico. Chi non ci crede e pensa che una capillare repressione possa risolvere il problema dia uno sguardo alla storia delle società e delle loro politiche delle droghe. Un totale e innegabile fallimento.

Il diktat della completa sparizione di tutte le droghe dalla faccia della terra continua a risuonare con macabri rintocchi nei cimiteri, nelle galere, negli ospedali e nelle disperate famiglie tartassate dai problemi fisici, psicologici e legali del membro colpito dalla peste. Quando ci si occupa di alcolizzati ci si occupa di tutte le problematiche connesse a questa dipendenza. Problemi fisici, psichiatrici, psicologici, relazionali, lavorativi e sociali. Non ci si occupa quasi mai di problemi legali penalmente rilevanti, se non quando combinano guai sotto l’effetto dell’alcol.

Per gli assuntori di droghe illegali i danni della dipendenza fisica e psichica vengono moltiplicati dalla legge. Clandestinità, tanti soldi tutti i giorni, piccoli reati, carcere, tribunali, avvocati, comunità, recidive ecc. Un peso socioeconomico che la nostra situazione economica non può certamente sopportare. È uno spreco insostenibile. Un lusso che non ci possiamo permettere. È incalcolabile il rientro economico derivante da un cambiamento radicale della politica delle droghe. Studi americani riportano cifre molto allettanti, utili anche al risanamento dei bilanci degli Stati.

Soldi che escono tutti i giorni dalle tasche di tutti gli strati sociali, ma che prendono vie diverse dall’investimento per il bene comune, si infilano nelle tasche dei furbi di tutte le categorie per l’investimento nel bene proprio. Criminalità organizzata, criminalità comune, politici collusi o rappresentanti ufficiosi, multinazionali. Non dimentichiamo che gli alcolizzati hanno avuto problemi spaventosi durante il proibizionismo dell’alcol negli Stati Uniti. Sono emerse malattie provocate dalla produzione clandestina delle sostanze alcoliche, la criminalità ha trovato un bel regalo di introito economico inaspettato, reati, tribunali e carceri in piena attività con un costo socioeconomico mostruoso che ha poi indotto ad una marcia indietro dalla filosofia proibizionista. Ora l’alcol è legale e, nonostante la vergognosa quotidiana istigazione al suo consumo, fa molto meno danni del periodo dell’illegalità.

Se una parte dei soldi risparmiati fossero stati utilizzati per la prevenzione culturale dell’abuso alcolico i danni sarebbero stati ben inferiori a quelli indotti dall’istigazione tuttora vigente. Ad oggi gli alcolisti cronici si confrontano con la dipendenza, con i danni organici, lavorativi ecc. ed è di notevole difficoltà trovare la strada per essere concretamente di aiuto. Se si fossero sommati i danni derivanti da una condizione di proibizione morti e feriti non si conterebbero. Morti e feriti si continuano invece a contare tra gli assuntori di droghe illegali.

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EROINA E DIPENDENZA

L’eroina agisce sulle emozioni. Tutti gli oppiacei agiscono sulle emozioni.

Se somministriamo morfina contro il dolore questo non viene eliminato, ma ne viene scissa la componente emozionale. Il dolore c’è, ma non ci importa nulla.

Se ci diamo una martellata sul dito si producono in loco delle sostanze chimiche, prostaglandine ecc., che, agendo sulle terminazioni nervose, inducono queste a dire al cervello di attivare tutti i sintomi del dolore.

Gli antidolorifici più comuni agiscono inibendo queste sostanze prodotte dal trauma, pertanto, il dolore diminuisce o scompare finché il farmaco viene metabolizzato. Invece gli oppiacei – morfina, eroina, codeina, metadone, buprenorfina, ecc. – agiscono direttamente sul sistema nervoso centrale, su alcune aree del cervello implicate nella elaborazione delle emozioni.

Viene ‘’ovattata’’ la sofferenza nella sua componente emozionale.

Sappiamo che il dolore c’è, ma ne prendiamo le distanze, come se non ci riguardasse del tutto. Siamo ben protetti dalle sofferenze sia fisiche che psichiche.

Una vera e propria sfera di cristallo dove dall’interno vediamo e sentiamo tutto, ma siamo ben protetti dagli effetti negativi di ciò che ci accade, dentro e fuori.

L’eroina è una di queste sostanze ed è ben efficace la cappa protettiva contro tutte le sofferenze, le angosce, le preoccupazioni, le ansie o gli stress quotidiani. Stai bene comunque. È questo il motivo che porta a ripetere l’esperienza. Se la dose di eroina pura è adeguata e proporzionale al proprio stato di tolleranza, la sensazione di benessere globale è intensa e totalizzante fino all’esperienza del cosiddetto “flash”. La sensazione di benessere si somma ad una intensa piacevolezza corporea.

Il flash è di breve durata ed è praticamente sconosciuto alla stragrande maggioranza dei dipendenti da eroina delle nostre città, sia per le sostanze mescolate all’eroina (taglio), quindi bassissima percentuale di sostanza pura, sia per la tolleranza fisica che si instaura. 

Quando si è instaurata una condizione di dipendenza la situazione diventa paradossale.

La sensazione di benessere è legata non più alla sostanza che induce benessere, ma alla sospensione del malessere ingravescente indotto dalla mancanza della sostanza. Praticamente si arriva ad assumere eroina non per stare bene, ma per non stare male, per essere normali!  

Questo paradosso induce spesso a maturare la decisione di smettere.

Non è impossibile e non sarebbe neanche difficile in un contesto culturale e politico ben diverso!

Comunque, sicut experientia docet: ‘‘il difficile non è smettere, ma non ricominciare’’.

Le discese ardite e le faticose risalite fanno parte della quotidiana esperienza degli stessi protagonisti. Si smette con un farmaco sostitutivo, metadone, buprenorfina od anche senza farmaci, si rimane ‘’puliti’’ per un periodo, poi ricaduta! O recidiva che dir si voglia!

Come se la dipendenza inducesse una totale incapacità a tollerare le emozioni negative senza la sostanza. Si diventa incapaci di gestire le avversità, piccole o grandi che siano. Una multa, una lite, un disguido sul lavoro, un abbandono da parte del partner, se non un tradimento, sono motivi di grande ansia fino all’angoscia che porta immediatamente la mente ad una sostanza, ben conosciuta, che ovatta l’angoscia, ne stordisce la sofferenza pur non eliminandola. Chi usa eroina si abitua a non confrontarsi direttamente con la sofferenza, ma la “accoglie” attraverso un filtro chimico che ne smussa le componenti dolorose… ‘’Non usavo eroina da tempo ma appena ricevuta la notizia della morte di mia madre, non ci ho pensato due volte, sono partito alla ricerca di eroina, mi sono sentito letteralmente impotente, incapace di confrontarmi con un tale profondo dolore’’.

È luogo comune che la sofferenza tempra, forma la persona, la fa crescere. Le avversità allenano e preparano a confrontarsi con le prossime. L’oppiaceo non consente questo allenamento. Per questo è uso dire che non fa crescere.

Non fa crescere la capacità di gestire le emozioni negative. Quando si smette di assumere tutti gli oppiacei è frequente un senso di vuoto, di inadeguatezza emozionale ad affrontare i problemi. Spesso la sofferenza viene percepita con la stessa drammatica intensità infantile.

Nella dipendenza da eroina non è assolutamente interessata la componente intellettiva, né la capacità di condurre qualsiasi attività a tutti i livelli (per un etilista cronico ciò non sarebbe possibile). E’ la dipendenza “mentale” e l’impellenza di procurarsi la sostanza che può diventare troppo condizionante, se non invalidante, nella vita quotidiana e nella relazione con gli altri. 

L’astinenza non è un problema prettamente fisico o psicologico, ma un problema globale che coinvolge tutta la persona nella percezione del proprio corpo e nella gestione dei conflitti psichici.

Questa possibilità, d’altra parte, è aperta a tutte le forme di dipendenza. Da innocue gestualità rituali quotidiane, a volte quasi coatte, a comportamenti condizionati da bisogni emozionali profondi, dall’alcool al gioco d’azzardo, dalla nicotina all’eroina, dalla “mamma”, alla psicanalisi, ai farmaci.

Bere alcolici è normale abitudine ben accetta nella nostra cultura finché non si esagera.

Che significato o che valore vogliamo dare all’esagerazione?

Se uno è ubriaco e si addormenta senza arrecare danni o disturbo a nessuno l’esagerazione è in relazione agli eventuali danni psico-fisici acuti e/o cronici dello stesso ubriaco. Se disturba gli altri o fa danni siamo già nell’ambito dell’esagerazione.

Di fatto ogni assuntore di sostanze alcoliche ne beve una personale quantità che può essere compatibile con una vita normale o, più o meno, gradualmente condizionarla.

Nel primo caso la sostanza non provoca disturbi psicofisici, ma il rischio è sempre dietro l’angolo (le condizioni cliniche e gli esami di laboratorio possono confermarlo ). Nel secondo caso l’ingravescenza dei disturbi gastro-intestinali, la gastrite, l’ulcera, l’epatite, la cirrosi, i disturbi mentali, i disturbi affettivi, i problemi lavorativi o anche solo il bisogno, primario e coatto, di accedere alla sostanza ci fanno pensare non solo all’esagerazione, ma ci induce ad affermare che siamo in un ambito di malattia conclamata, pur se conseguenza di un legittimo comportamento da libera scelta: il bere…

Nunzio Santalucia

Continua nei prossimi articoli…

per approfondire (in inglese): Revisiting the Gateway Drug Hypothesis for Cannabis: A Secondary Analysis of a Nationwide Survey Among Community Users in Japan – Masataka – 2025 – Neuropsychopharmacology Reports

Redazione

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