Un pozzo al sole – le potenzialità della geotermia italiana
Geotermia. Un pozzo al sole. Cronaca di una cronica carenza di rinnovabili e dell’abbondanza di risorse nascoste. Sotto ai piedi per l’esattezza. Articolo di Giancarlo Busti
Una gita in Baviera ha portato me e un manipolo variegato di scienziati, ricercatori, amministratori locali, tecnici e qualche curioso, a valicare le Alpi alla ricerca di conferme. A mettere il naso dentro la crosta terrestre sono stati i tedeschi questa volta. Un naso che si è infilato in maniera tenace e pervicace fino a 5.000 metri alla ricerca di una risorsa geotermica per nulla a portata di mano. 5.078 metri per l’esattezza la profondità toccata a Holzkirchen per trovare una temperatura massima di 157°C. Mi viene un po’ da sorridere se la confronto al pozzo che ho visitato ai Campi Flegrei dove a 80 metri la temperatura già superava i 120°C. La potenza elettrica espressa dalla centrale è di 3,6-4,4 MW mentre la potenza termica di 22-24 MWTH.
La centrale elettrica è stata realizzata dalla Turboden, società italiana con sede in provincia di Brescia. Anche questo fa sorridere, unito al fatto che le imprese che si occupano di perforazioni in Italia sono tra le migliori al mondo. Non è vuoto campanilismo il mio, ma la realtà di una nazione che ha tutte le competenze, le tecnologie e le aziende leader nel settore ma le perforazioni vengono effettuate in tutto il mondo tranne che a casa nostra. Fondamentalmente a causa di norme incerte, dalla mancanza di incentivi per gestire il rischio minerario e dall’ingerenza politica di poche grandi società più impegnate a mantenere il controllo che a garantire il benessere del paese.
Costa un patrimonio, è tecnicamente rischioso, ma in Germania scavano lo stesso. Anzi, a Geretsried due pozzi da quattromilacinquecento metri si connettono sottoterra con un reticolo di cunicoli che formano un grande radiatore. A dire il vero più di qualcosa è andato storto e l’impresa è rimasta incompiuta. Perforatori meno esperti dei nostri hanno, per così dire, toppato e le trivellazioni non si sono incontrate come dovevano, formando un reticolo poco efficace. I materiali impiegati per isolare gli scavi dal terreno, si sono poi rivelati non all’altezza del compito e hanno finito per otturare alcuni cunicoli. Gli italiani sono stati chiamati a mettere la cosiddetta toppa con prodotti migliori, ma alla fine la Eavor, impresa canadese titolare della tecnologia, sta alzando bandiera bianca e, in attesa di nuovi finanziatori, chiude l’impianto dopo aver lasciato sul campo circa 200 milioni di euro in 3 anni.
Ma per quello che è un fallimento ci sono in Germania altri 43 impianti dedicati esclusivamente o parzialmente alla fornitura di calore tramite teleriscaldamento, 10 che producono anche energia elettrica e due che fanno solo questo. Il messaggio, per chi guarda dall’Italia, è vagamente umiliante: loro sotto i piedi hanno meno calore del nostro, eppure sotto i piedi ci guardano con una certa insistenza.
Noi, sotto i piedi, avremmo risorse che entro i primi cinque chilometri coprono quattro volte il fabbisogno nazionale. Il sottosuolo italiano è, stando agli addetti ai lavori, “molto più hot di quello tedesco”. Abbiamo inventato la geotermia elettrica a Larderello oltre un secolo fa, quando in mezza Europa non sapevano nemmeno da che parte girarsi. E siamo fermi lì: circa 916 megawatt installati, sostanzialmente invariati dal 2014, circa il 2 per cento della domanda elettrica. In Germania finanziano il rischio esplorativo, in Italia la fase iniziale se la carica interamente l’investitore, con norme incerte e permessi che sembrano progettati per far desistere anche i più testardi. Il risultato è che il Paese che ha più calore “nascosto” sotto ai piedi è lo stesso che, quando si parla di rinnovabili programmabili, tira fuori ogni volta la solita, cronica carenza, non di risorse, ma di voglia di andarle a prendere.
Quousque tandem, verrebbe da chiedersi, o Italia, abuserai della pazienza di chi ti guarda scavare altrove? Fino a quando continuerai a inseguire la politica di turno, quella che promette di accontentare un elettorato sempre più distratto da una propaganda che ha un solo ritornello: il nucleare è l’unica fonte in grado di garantirci la resilienza energetica? E poi, in crescendo, la fusione, la soluzione finale, quella che ci metterà al riparo da tutto e da tutti, sulla quale si invocano investimenti di miliardi che non abbiamo, da spendere in laboratori che non abbiamo, per inseguire un traguardo che le stesse comunità scientifiche collocano, nella migliore delle ipotesi, a metà secolo.
Nel frattempo, l’uranio per le centrali che sogniamo continueremmo a comprarlo dalle stesse superpotenze dalle quali dipendiamo oggi per il gas, direttamente o per il tramite di qualche fornitore che ci fa sentire più tranquilli senza esserlo. La geopolitica dell’atomo, a ben guardare, è la fotografia sbiadita della geopolitica del metano: cambiano i minerali, resta la sudditanza.
E sotto ai piedi, intanto, abbiamo un tesoro che non richiede né arricchimento dell’uranio, né accordi internazionali, né giacimenti dall’altra parte del mondo. Abbiamo acqua a centocinquanta gradi a qualche chilometro di profondità, abbiamo il know-how delle nostre aziende di perforazione, abbiamo il primato storico di Larderello. Eppure la geotermia resta la cenerentola del dibattito energetico, quella che nessun talk show invita, quella per cui non si fanno spot elettorali, perché non ha una narrativa epica da vendere: è solo calore che sale, silenzioso e programmabile, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, senza dipendere dal sole che tramonta o dal vento che smette di soffiare. È la rinnovabile che non ha bisogno di batterie per essere resiliente, e proprio per questo non ha bisogno di essere raccontata. Ma la politica, si sa, preferisce le promesse che si vedono in televisione ai pozzi che si vedono solo nelle bollette.
Quousque tandem, dunque, continueremo a finanziare la fusione del futuro con i soldi del presente, mentre il presente ce lo teniamo sotto i piedi, inutilizzato, in attesa di un permesso che non arriva e di una classe dirigente che smetta di guardare in alto con occhio miope e provi, una volta tanto, a guardare giù, sotto i piedi?
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