Aree interne: la sfida della transizione energetica
La transizione energetica al centro di una nuova strategia per le aree interne. Articolo di Gaia Pedrolli – Ecolobby.
Per contrastare spopolamento, impoverimento e deindustrializzazione delle aree interne o si passa dalla transizione energetica rinnovabile o non ci saranno altre opportunità.
Le aree interne si svuotano, si marginalizzano e si frammentano sempre di più. Il dissesto idrogeologico che viviamo – dovuto ad anni di mancati interventi e accelerato sia dall’abbandono dell’agricoltura che dagli eventi climatici estremi – è l’elemento più evidente di questo fenomeno. Quante frazioni restano isolate dopo l’ennesimo evento di precipitazioni estreme, e per tempi lunghissimi? Conosco ragazzi che per andare a scuola nel paese vicino, distante 10 minuti di scuolabus, hanno dovuto usare per un intero anno scolastico percorsi alternativi di più di un’ora, solo per la presenza di una frana sulla strada. Intervenire ha costi elevatissimi, e in certi casi si preferisce abbandonare i territori a una lenta agonia, soprattutto quando siamo di fronte a frazioni con pochi abitanti.
Lo abbiamo visto con il terremoto di Amatrice del 2016: interi paesi distrutti con spostamento di parte della popolazione sulla costa e una lentezza inesplicabile – se non politicamente voluta – nelle ricostruzioni, che ha portato all’abbandono definitivo di intere frazioni e paesi. La politica ha una responsabilità e sceglie consapevolmente: la gestione ben diversa del terremoto del 1997 in Umbria ha portato a una ricostruzione rapida dei borghi colpiti, con un forte coinvolgimento della popolazione e a un rilancio di intere aree. Il tutto ha avuto un costo cospicuo, ma si è deciso di sostenerlo.
La scelta deliberata di abbandonare
Il governo ha formalizzato questa scelta nel nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, dichiarando che non esiste possibilità di invertire la rotta e che l’unica strategia possibile è «un accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza. (…) Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento». Praticamente un’eutanasia poco “eu” – sarebbe più opportuno definirla ‘cacotanasia’.
Anche la legge 131/2025 “Disposizioni per il riconoscimento e promozione delle aree montane” va nella stessa direzione. Con la scusa della razionalizzazione, riduce il numero di comuni riconosciuti come Comuni montani di quasi il 10%. Le conseguenze concrete sono pesanti: un comune che perde questa denominazione non può più usufruire delle deroghe al dimensionamento scolastico che permettono di tenere aperti plessi più piccoli del previsto, né degli incentivi fiscali per nuove aziende, né dei trasferimenti economici dedicati. Per queste comunità si prospettano tempi molto difficili.
Il problema è strutturale e precede questo governo. I dati di Open Coesione sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne – avviata nel 2013 dal ministro Fabrizio Barca – mostrano che nel primo ciclo solo il 17% dei progetti è stato concluso, il 4% liquidato e il 20% non ancora avviato: un risultato mancato non per mancanza di visione ma per insufficienza di fondi, complessità burocratica e scarso coinvolgimento delle comunità locali.
Come chiarisce Filippo Tantillo in L’Italia vuota (Laterza, 2023), alle aree interne non servono progetti spot di sviluppo turistico, ma servizi e contrasto alle disuguaglianze. In altri tempi si sarebbe detto «più Stato e meno mercato». In realtà le cose non sono così nette: serve più Stato non solo in quanto tale, ma anche per creare le condizioni di attrarre più mercato.
Non si torna indietro ad un buon tempo antico che non era affatto buono: era fame, ignoranza, mancanza di servizi essenziali. La strategia per invertire la rotta non passa dalla casa nel bosco o dagli Elfi, e nemmeno il B&B gestito per lo più da proprietari terrieri che vogliono solo tutelare la propria rendita.
Perché serve anche il lavoro industriale
La creazione di lavoro nelle aree interne non può essere solo agricoltura e servizi. Deve essere anche industriale. Il motivo è strutturale: i servizi seguono la popolazione, non la precedono. Se la popolazione cala, la domanda di servizi cala, i servizi chiudono, accelerando la partenza di chi resta. Per invertire questo ciclo servono attività che creino lavoro indipendentemente dalla dimensione demografica locale e che precedano, non seguano, il ripopolamento.
La transizione energetica ha esattamente questa caratteristica: il decentramento produttivo è nella sua natura stessa. Gli impianti rinnovabili devono stare dove stanno le risorse – sole, vento, terreno – e quelle risorse sono spesso nelle aree interne.
Il rapporto SVIMEZ 2025 stima che la messa a terra dei progetti rinnovabili creerebbe oltre 25.000 addetti fissi e una media annua di 55.000 nella costruzione degli impianti nel quinquennio, solo nelle regioni del Mezzogiorno. È un dato riferito all’intero Sud, non alle aree interne in quanto tali – non ho trovato un dato disaggregato pubblico a quel livello. Ma se anche solo una quota significativa di quegli impianti fosse localizzata nelle aree interne, l’effetto occupazionale locale sarebbe rilevante, e ancora più cospicua sarebbe la creazione di posti di lavoro se la transizione diventasse il catalizzatore di nuovi insediamenti industriali ad alta sostenibilità.
Chi fa la transizione: tre livelli, tre ruoli distinti
La transizione energetica che conta – quella che installa decine di GW di nuova capacità, incluso l’eolico utility-scale e gli accumuli di grande taglia – non può essere realizzata solo dal basso. Richiede grandi operatori, capitali ingenti, infrastrutture di rete. Le comunità locali da sole non installano un parco eolico da 50 MW.
Il rischio però è che quella transizione si faccia senza coinvolgere le comunità delle aree interne, e questo finisce per dare benzina alla narrazione della transizione come speculazione energetica denunciata dai comitati locali.
La risposta non è bloccare la transizione, o limitarla a pochi progetti di autoconsumo, che, da soli, non possono svolgere né il compito di decarbonizzare né quello di creare sviluppo e quindi contrastare lo spopolamento. La risposta è strutturarla attraverso tre livelli con ruoli distinti.
Il primo livello è quello delle grandi partecipate pubbliche: ENI ed ENEL sono già a controllo pubblico – il MEF è azionista di riferimento – ma agiscono come imprese private, massimizzando il rendimento per tutti gli azionisti inclusi quelli privati. La leva politica non è rinazionalizzarle, ma assegnare loro missioni strategiche esplicite, verificabili e vincolanti, orientate alla giustizia sociale e ambientale – come propone il Forum Disuguaglianze Diversità nella sua proposta 3: ENEL che installa parchi eolici nelle aree interne con clausole di beneficio locale non è fantascienza, è una scelta di mandato. Il nodo irrisolto è individuare il soggetto che verifica queste missioni e definisce quali sono le conseguenze se non vengono rispettate. Su questo la proposta del Forum è ancora vaga, ma la direzione è corretta.
Una proposta analoga si può applicare anche alle partecipate locali, molte delle quali sono già protagoniste del settore energetico: gruppo Magis in Veneto, HERA in Emilia-Romagna, ACEA Energia, A2A in Lombardia, e molte multiutility.
Il secondo livello è quello cooperativo. Le cooperative energetiche – come èNostra in Italia, o come le storiche cooperative elettriche di montagna dell’Alto Adige e della Valle d’Aosta, alcune nate nel 1926, come E-Werk Prad – occupano uno spazio intermedio che né le CER né le grandi partecipate coprono. Possono raccogliere capitale diffuso da soci-cittadini e investirlo in impianti di taglia superiore al limite delle CER, incluso l’eolico. La loro governance democratica redistribuisce i benefici ai soci per struttura, non per buona volontà degli investitori. Possono inoltre operare in partnership con grandi operatori mantenendo una quota di controllo locale – ed è questo il modello danese applicato in versione cooperativa: dal 2009 la Danimarca ha introdotto l’obbligo che i nuovi parchi eolici abbiano una quota di almeno il 20% di partecipazione comunitaria locale. Non è filantropia, è legge.
Un caso a parte è quello della fabbrica pubblica socialmente integrata, la SOMS Insorgiamo, che dovrebbe nascere dalle ceneri della ex GKN-Driveline dopo il brutale licenziamento di tutti i lavoratori via mail e senza preavviso nel luglio 2021. Una fabbrica la cui proprietà sarà di Consorzio Industriale Pubblico della Piana Fiorentina, «un nuovo strumento di politica industriale pubblica […] che permette alle istituzioni locali di intervenire sulle aree ex industriali, proteggerle, rilanciarle» citando direttamente il Collettivo di Fabbrica. La fabbrica sarà inserita a pieno titolo nella transizione energetica, andando a produrre cargo bike e pannelli fotovoltaici.
Si tratta di un caso singolo eccezionale, che apparentemente nulla ha a che fare con il nostro tema, ma che potrebbe invece essere replicato in molte aree interne per potenziarne o recuperarne la vocazione industriale che si è andata perdendo nei processi di riorganizzazione capitalistica che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni. Una modalità diversa di intervento pubblico, con un coinvolgimento diretto del pubblico nella proprietà dei e con una partecipazione dal basso, dei cittadini e dei lavoratori.
Il terzo livello è quello delle Comunità Energetiche Rinnovabili. Le CER hanno un limite strutturale preciso: ogni singolo impianto non può superare 1 MW per accedere agli incentivi, e le grandi imprese non possono farne parte. Questo le esclude dall’eolico utility-scale e dagli accumuli di grande taglia. Il loro contributo alla transizione industriale è quindi marginale. Il loro valore reale è di altro tipo: sono strumenti di alfabetizzazione energetica, aggregazione sociale e dimostrazione pratica che la transizione può essere redistributiva. Un comune di 200 famiglie che attraverso una CER azzera i 600.000 euro annui di spesa energetica che altrimenti escono dal territorio fa una cosa importante per quella comunità – ma non è un motore di sviluppo, è risparmio. La differenza è rilevante.
Esistono già esempi di CER in aree interne: la CER di San Vito in Monte costituita a fine 2021 in una piccola frazione del comune di San Venanzo, in Umbria, su iniziativa della Cooperativa di Comunità Monte Peglia – un territorio che ha caratteristiche comuni a tante aree interne del Paese: spopolamento, difficile accesso alle vie di comunicazione, ridotte attività economiche, difficoltà nell’accesso ai servizi pubblici. Altro esempio la CER di Ussaramanna (Sardegna), nata nel 2021 come risposta alla povertà energetica, con due impianti fotovoltaici al servizio di 61 soci.
Anche RSE in uno studio del 2024 evidenzia le potenzialità delle CER come strumento concreto per risollevare le aree interne, in quanto servizio coterritoriale che diventi leva di sviluppo locale trainato dalle comunità.
Vale la pena notare che il bando PNRR per le CER – 2,2 miliardi a fondo perduto al 40%, originariamente riservato ai comuni sotto i 5.000 abitanti e poi esteso a 50.000 nel 2025 per il basso tasso di adesione – si è chiuso a novembre 2025. Inizialmente poco partecipato ha visto poi un picco di adesioni con l’estensione ai comuni di 50.000 abitanti, ed è stato chiuso con una riduzione in camera caritatis da 2,2 miliardi e 795 milioni, lasciando senza contributo moltissimi richiedenti. È stata quindi una misura molto gradita ai cittadini e alle piccole aziende, utile ad una transizione dal basso, con una conclusione amara e che, essendo fondi PNRR, difficilmente sarà replicato nella stessa forma.
Lo strumento che esiste già: le compensazioni territoriali obbligatorie
Esiste già una norma che rende la transizione redistributiva per obbligo di legge, non per buona volontà: non si tratta di pochi spicci, da di cifre che se ben utilizzate possono diventare un potente strumento distributivo, soprattutto in comuni con pochi abitanti.
Le compensazioni territoriali previste prima dal DM del settembre 2010 e quindi modificate con il D.Lgs. 178/2025 sono lo strumento normativo che trasforma la transizione da evento subìto a risorsa attiva per le aree interne – ma solo se i comuni sono messi nelle condizioni di usarle. Non possono essere inferiori all’1% e superiori al 4% del valore economico della produzione attesa durante la vita utile dell’impianto: si tratta di una cifra consistente che per un piccolo comune può fare la differenza.
Si possono immaginare diverse modalità di utilizzare le compensazioni, una proposta interessante è quella di offrire a cittadini e imprese domiciliati nel Comune che ospita gli impianti contratti PPA (Power Purchase Agreement) a un prezzo fisso inferiore al PUN medio, orientativamente intorno a 50€/MWh. Ovviamente le bollette conterrebbero comunque gli oneri di sistema. In questo modo si garantirebbe ai cittadini un risparmio in bolletta, sia sulla parte energia che sull’IVA, e un costo dell’energia certo, aspetto questo particolarmente significativo soprattutto per le aziende. Rispetto ad altri utilizzi delle compensazioni questo avrebbe il duplice vantaggio di essere semplice da applicare e gestire da parte dell’Amministrazione e facilmente comprensibile per i cittadini, che otterrebbero una riduzione immediatamente quantificabile della spesa per l’energia, una voce del bilancio delle famiglie che sta diventando sempre più imprevedibile e difficile da pianificare.
Le compensazioni possono essere utilizzate in modi ancora più sofisticati, ad esempio per finanziare in parte la costruzione e gestione di un impianto di comunità, ovvero un impianto che diventerebbe di proprietà della comunità stessa: in questo modo oltre a garantire la fornitura ai cittadini dell’energia elettrica a prezzo di costo si produrrebbero ulteriori utili che potrebbero essere investiti nel territorio.
Vanno però precisati alcuni aspetti: le compensazioni restano di natura ambientale e territoriale, non possono consistere trasferimenti diretti ai cittadini. In pratica: il comune riceve risorse che devono andare verso efficienza energetica, installazione di rinnovabili, mitigazione degli impatti. Questo è comunque utile – finanzia CER comunali, riqualificazioni, infrastrutture energetiche locali, quindi crea opportunità di lavoro – ma non è reddito diretto per i residenti.
Il secondo è che l’efficacia dipende interamente da come i comuni usano queste risorse. Senza un indirizzo politico esplicito, senza una consapevolezza da parte dei politici e dei tecnici dei comuni interessati, il rischio è che le compensazioni finiscano in bilancio corrente o in opere non correlate alla transizione, e questo le renderebbe meno efficace in termini di creazione di valore e di posti di lavoro.
Il meccanismo del prezzo come leva per lo sviluppo industriale
Al di là degli strumenti di governance, ci sono leve di mercato già attive che rafforzano l’argomento. Da un lato il crollo dei costi delle rinnovabili che sono diventate estremamente economiche, anche con accumulo, dall’altro dal gennaio 2025 l’Italia ha introdotto prezzi elettrici zonali al posto del PUN unico nazionale. Le zone che raggiungeranno prima un alto livello di rinnovabili nel mix locale avranno prezzi dell’energia strutturalmente più bassi. Non è un’ipotesi: la Spagna, con una penetrazione di rinnovabili superiore al 60%, ha prezzi medi circa il 40% inferiori a quelli italiani; la Germania circa il 30% in meno. La volatilità del PUN italiano – passato da 52 €/MWh nel 2019 a 304 €/MWh nel 2022, per ridiscendere a 108€/MWh nel 2024 – è la dimostrazione concreta del rischio d’impresa legato alla dipendenza dal gas che paralizza gli investimenti industriali nelle aree fragili.
Energia a costo fisso, basso e certo – invece che volatile e dipendente dal mercato del gas – diventa un fattore attrattivo reale per nuovi insediamenti produttivi in territori oggi penalizzati. Il meccanismo zonale unito al crollo dei costi introduce quindi un incentivo diretto per regioni e comuni ad accelerare la transizione, con ricadute concrete sulla competitività industriale locale.
Agrivoltaico: reddito agricolo e presidio del territorio
Per l’agricoltura, voce importante nella creazione di valore nelle aree interne, le opportunità dell’agrivoltaico sono concrete e quantificabili. Come scrive Fungipane su QualEnergia Science «l’agrivoltaico risponde a una delle fragilità più critiche delle imprese agricole: l’instabilità del reddito. La produzione di energia rinnovabile rappresenta una fonte di entrate aggiuntive relativamente stabile, capace di compensare le fluttuazioni dei mercati agricoli e i rischi legati agli eventi climatici estremi» (QualEnergia Science, nr. 1/2026).
L’integrazione di pannelli con l’attività agricola può generare entrate aggiuntive superiori a 100.000 euro annui per impianti da 1 MW – con un payback di 7 o 8 anni – integrando un reddito il reddito agricolo, sempre più basso e incerto. I bandi PNRR per l’agrivoltaico già prevedono priorità esplicita per le aree interne, i giovani agricoltori e l’agricoltura biologica.
C’è anche un effetto spesso sottovalutato: l’agrivoltaico mantiene attiva l’attività agricola su terreni altrimenti a rischio abbandono, contribuendo alla gestione del territorio e alla prevenzione del dissesto idrogeologico, che è uno dei problemi che più minaccia le aree interne.
Il centro-sinistra ha una responsabilità specifica. Governa molte regioni e comuni – i livelli istituzionali dove questi strumenti si attivano concretamente. Il programma elettorale del PD del 2022 e la proposta di legge per le Aree Interne (PDL 2517, XIX legislatura) contengono elementi interessanti ma non integrano la transizione energetica come leva di sviluppo territoriale. È una lacuna che non dipende dalla mancanza di strumenti normativi – che ci sono – ma da una visione che non ha ancora connesso questi due assi.
Vale la pena notare che questa lacuna non è solo della politica. Persino il Libro Bianco degli Stati Generali dell’Azione per il Clima (2024) – uno dei documenti più organici prodotti dall’attivismo climatico italiano – tratta le aree interne e la transizione energetica in proposte separati, senza stabilire un collegamento esplicito.
Le prossime programmazioni regionali dei fondi europei 2028-2034 sono l’occasione concreta. Arrivarci senza una visione integrata – che colleghi esplicitamente transizione energetica, sviluppo delle aree interne e strumenti redistributivi – significherebbe sprecare la possibilità di invertire la rotta prima che diventi troppo tardi.
FONTI
Giulio Isola, «A nove anni dal terremoto c’è chi vive ancora nelle casette provvisorie», Avvenire (2025)
Erasmo D’Angelis, «Cronaca del terremoto infinito e della “catastrofe perfetta” nel Centro Italia. Dopo 8 anni di macerie e spopolamento le sfide della ricostruzione nell’Italia smemorata che rimuove il rischio sismico», Greenreport (2024)
Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne
Strategia nazionale per le aree interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance [a cura di Fabrizio Barca, Paola Casavola e Sabrina Lucatelli]
Filippo Tantillo, «L’Italia vuota», Laterza (2023).
Rapporto Svimez 2025 • Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno
Aree interne e piccoli comuni – programma elettorale PD
Il Libro Verde della Transizione Energetica – Coordinamento FREE
Le 15 proposte – Forum Disuguaglianze Diversità
Il Libro Bianco – Stati Generali dell’Azione per il Clima
AA.VV., «Un piano per il futuro della fabbrica di Firenze», Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 46 (2022)
T. Chiti, «GKN, l’occasione del consorzio pubblico», Jacobin Italia (2025)
COMUNITÀ ENERGETICHE RINNOVABILI E GRUPPI DI AUTOCONSUMATORI – GSE
Comunità energetica di San Vito in Monte
Monica Bolognesi, Alessandro Bonifazi, Franco Sala, «La transizione energetica nelle aree interne: le comunità dell’energia rinnovabile come dispositivi per dare impulso a nuove ecologie territoriali, RSE» (2024)
Cooperativa energetica E-Werk Prad di Prato allo Stelvio
Feldheim, il primo comune tedesco energeticamente indipendente | Euronews
Pino Bruno – Il villaggio elettrico
IEA, Denmark community ownership of renewables
L. Aterini, «Col superamento del Pun, più impianti rinnovabili sul territorio significa bollette più basse»
S. Fungipane, «Sistemi agrivoltaici avanzati per frutteti, vigneti e oliveti», QualEnergia Science nr. 01/2026.
DECRETO LEGISLATIVO 26 novembre 2025, n. 178 «Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 25 novembre 2024, n. 190, recante disciplina dei regimi amministrativi per la produzione di energia da fonti rinnovabili, in attuazione dell’articolo 26, commi 4 e 5, lettere b) e d), della legge 5 agosto 2022, n. 118»
Il bilancio dell’UE per il 2028-2034
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