L’acqua è donna: la riflessione ecologica di Jeremy Rifkin
Si basa sull’acqua, una risorsa troppo spesso dimenticata, la riflessione ecologica odierna di Jeremy Rifkin. Intervista esclusiva per Ecofuturo a cura di Angelo Consoli e Antonio Rancati, presidente e coordinatore generale Centro studi europeo Cetri-Tires.
In occasione delle tre giornate “Planet Aqua Days 2026”, svoltisi lo scorso marzo a Roma, come Cetri-Tires, fondato nel 2009 sulla base delle teorie dell’economista e sociologo Jeremy Rifkin, abbiamo avuto il privilegio di raccogliere alcune riflessioni di Rifkin, a partire dall’acqua, ma non solo, durante gli eventi in Campidoglio, alla Facoltà di Architettura di Villa Giulia, all’Auditorium Parco della Musica e presso la sede di Marevivo per l’incontro finale.
La transizione ecologica ridisegna gli equilibri globali: l’ambiente secondo lei diventerà il nuovo fronte dei conflitti geopolitici o potrà essere un terreno di cooperazione?
«Esiste un nesso acqua-cibo-energia (le centrali fossili utilizzano sterminate quantità di acqua da portare a ebollizione producendo il vapore che fa girare le turbine delle centrali fossili). Queste risorse sono sempre state alla base dei dissidi fra Stati poi degenerati in guerra. Alla base di ogni guerra ci sono sempre contrasti fra stati sul possesso delle risorse relative al nesso acqua-cibo-energia».
Il superamento degli stati nazione e l’adozione di nuove politiche idrologiche basate sugli idro ecosistemi possono portare a una nuova forma di governance bioregionale?
«È l’acqua a determinare le bioregioni con i loro ecosistemi, e la governance bioregionale dovrebbe sostituire le politiche nazionali. I fenomeni atmosferici estremi legati al ciclo idrogeologico (come tornado, tempeste, desertificazione) colpiscono sempre più frequentemente e non rispettano le frontiere nazionali. Sarebbe utile adottare pratiche di governance bioregionali che trascendano i confini e gli interessi nazionali, come nel caso della bioregione mediterranea, governata da organismi internazionali, per affrontare la crisi climatica tramite un “Blue Deal” che supporti il Green Deal».
Quali sono le priorità per l’Europa di fronte a siccità, dissesto e crisi idriche?
«Nel mio ultimo libro (“Pianeta Acqua”, ndR) propongo di rinominare il Pianeta Terra come “Pianeta Acqua”, sottolineando la necessità di politiche blu per rispettare una idrosfera che si sta rinaturalizzando a causa del cambiamento climatico. Ciò permetterebbe il rifiorire degli ecosistemi regionali e la salvaguardia delle generazioni future. Il primo passo di questa visione simbolica è la ridenominazione del Pianeta».
Qual è il ruolo delle donne nella Terza Rivoluzione industriale?
«Un tema fondamentale per rispettare l’idrosfera e prevenire fenomeni estremi legati al cambiamento climatico è valorizzare il ruolo delle donne. Il genere femminile è naturalmente propenso a salvaguardare l’acqua, poiché il ciclo idrologico è essenziale per la vita sul Pianeta, e le donne sono portatrici di vita. Le decisioni sull’acqua e le infrastrutture idrauliche dovrebbero essere affidate alle donne, che vedono l’acqua come fonte di vita, non come profitto. Penso che il tema del ruolo delle donne nella gestione dell’acqua sia una domanda dal grande potenziale mediatico».
La sua teoria della Terza Rivoluzione Industriale ha orientato politiche e territori. Oggi, alla luce delle crisi climatiche e sociali, quali aggiornamenti proporrebbe a quel modello?
«Il Green Deal e il Blue Deal sono a rischio perché il Paese più potente del mondo è governato da un uomo che, appena rieletto Presidente, ha rilanciato lo slogan “Drill Baby Drill” e considera le energie rinnovabili troppo impattanti sul paesaggio, mentre non ha mai parlato delle catastrofi ambientali causate dalle centrali fossili, l’industria siderurgica e gli impianti minerari».
Nei suoi lavori parla di “coscienza biosferica”: vede segnali concreti di questa trasformazione nelle giovani generazioni? Quali strumenti educativi e politici possono sostenerla?
«L’avventura umana sta entrando in una fase nuova, consapevoli che siamo parte di un Pianeta acquatico, non terrestre. Per sopravvivere, dobbiamo affiancare al Green Deal un “Blue Deal” che influenzi ogni aspetto della nostra vita, dalla natura alla scienza, dalla società all’economia, fino all’educazione dei nostri figli. Questa fase inizia dalla ridenominazione del Pianeta Acqua, come l’ha definita Papa Francesco “la nostra casa comune”».
È urgente un Blue Deal per proteggere il Pianeta Acqua?
«Un legame basato su una visione condivisa: riconoscere nell’acqua e nel mare il cuore della vita sul Pianeta. Il libro “Pianeta acqua” propone una visione idrocentrica, dove l’acqua, risorsa strategica del XXI secolo, è chiave per affrontare la crisi ambientale, promuovendo un cambiamento verso un modello economico sostenibile e innovativo. Gli oceani coprono il 71% della Terra, custodiscono oltre il 95% della biosfera e producono più del 50% dell’ossigeno. Ma sono minacciati da inquinamento, sovrasfruttamento e crisi climatica».
«L’obiettivo 30×30 del “Global Biodiversity Framework” prevede di proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, con il 10% sotto tutela integrale. Attualmente solo l’8,4% degli oceani è protetto, di cui solo il 3,2% in modo completo. Nel Mediterraneo, le aree protette coprono il 6-9%, ma con protezione limitata. In Italia, le Aree Marine Protette sono essenziali per la difesa del mare, ma soffrono di criticità legate a habitat, finanziamenti e governance. Investire nel loro rafforzamento significa prevenire costi futuri e integrare tutela ambientale e crescita sostenibile. Proteggere il mare significa proteggere il nostro futuro».
Rappresenta un cambiamento radicale di paradigma?
«Ripensare l’acqua come fonte di vita e non di profitto è una rivoluzione culturale. Significa riconoscere che siamo parte di un sistema acquatico interdipendente. L’avventura umana sta entrando in una fase nuova, per preservare la nostra sopravvivenza, dobbiamo divenire consapevoli che la Terra è un Pianeta d’acqua e che questa influenza ogni aspetto della nostra vita: energia, risorse, città, economia e formazione delle nuove generazioni. L’acqua diventa il principio di una trasformazione che unisce innovazione, responsabilità sociale e tutela degli ecosistemi. Questa fase inizia dalla consapevolezza che “la nostra casa comune”, come l’ha definita Papa Francesco, è un Pianeta Acqua e va governata come tale».
Le comunità energetiche possono guidare verso una nuova democrazia economica, dando ai cittadini sovranità energetica e quindi anche politica?
«Le comunità energetiche rinnovabili rappresentano un passo verso una nuova democrazia economica, dove l’utente diventa anche fornitore e produttore. Questo modello non è solo energetico, ma anche sociale e politico, conferendo sovranità energetica, economica e politica. Il cambiamento di fonte energetica rende possibili queste dinamiche: petrolio e gas non sono accessibili a cittadini e comunità, mentre sole, vento e idrogeno sì. In questo senso, comunità energetiche e democrazia economica si incontrano».
Come può l’idrogeno verde guidare la decarbonizzazione industriale e trasformare il modello produttivo per la transizione ecologica?
«L’idrogeno verde è un pilastro della transizione energetica e della decarbonizzazione industriale, risolvendo il principale ostacolo alla diffusione delle rinnovabili: la discontinuità delle fonti. La Presidente von der Leyen lo ha inserito nel Green Deal europeo e Romano Prodi lo ha scelto come focus per la Commissione europea con la “Hydrogen and Fuel Cell Technology Platform”. Entrambi hanno compreso che le tecnologie dell’idrogeno richiedono un ripensamento profondo del modello produttivo e dei consumi, fondamentale per una transizione ecologica che è essenziale per la sopravvivenza umana sul Pianeta».
L’Europa sta abbandonando le sue strategie green? Siamo alla fine dell’ambientalismo?
«Assolutamente no. La stagione dei Fridays for Future è appena iniziata e non si fermerà, anche se qualcuno nega i cambiamenti climatici e promuove le trivellazioni. Quel mondo è finito. Trump può negare il cambiamento climatico, ma 37 governatori repubblicani lo smentiscono con politiche green finanziate dall’Inflation Reduction Act di Biden. In Europa, gli obiettivi del Green Deal restano invariati: decarbonizzazione al 2050, auto a motore a scoppio vietate dal 2035, emissioni ridotte del 55% entro il 2030. La scienza climatica è chiara e l’IPCC conferma le responsabilità umane. L’Europa non sta abbandonando nulla. Chi difende il fossile dovrebbe ammettere che quel modello è morto e che i sussidi fossili (7 mila miliardi l’anno) impediscono la transizione. Gli investimenti fossili sono ormai “stranded assets”, superiori al PIL mondiale. Mantenere in vita un settore morto rallenta la transizione che l’umanità ha urgente bisogno di compiere».
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