Anche la Merda ha il suo (bellissimo) Museo
In occasione dell’edizione 2016 di Ecofuturo Festival, avemmo il piacere di ospitare Gianantonio Locatelli che ci presentò il suo bizzarro, ma straordinariamente stimolante, Museo della Merda, nato l’anno prima nelle campagne lombarde per trasformare lo sterco delle mucche mucche nel segno della sostenibilità, dell’arte e del design. Qui di seguito si può rivedere il suo intervento di allora.
e approfondire i contenuti nell’articolo che pubblicammo.
Museo della Merda: https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_della_merda
sito web: https://www.museodellamerda.org/
e https://www.travelonart.com/arte-contemporanea/museo-della-merda-piacenza-consigli-visita/
Un progetto che non si è mai fermato e di cui è tornata parlare Francesca Barbiero, “ode alla merda, anche lei merita un suo museo”, sull’edizione digitale de Il Sole 24 Ore del 27 luglio.
A ben vedere, una volta superati più o meno i cinque anni d’età, la cacca non è un argomento di conversazione socialmente accettato… Questo non vale per le mamme di neonati (..) e per chi con la cacca per qualche motivo ci lavora (..) E per Gianantonio Locatelli. Perché Locatelli non lavora esattamente con la merda ma le ha dedicato nientepopodimeno un museo, Il Museo della Merda, un nome quasi dadaista «per dare valore a un materiale da sempre considerato la cosa più bassa che esiste e per regalare, concettualmente, dignità a tutto ciò che dignità apparentemente non ha». Con tanto di vendita dei prodotti Merdacotta® e Merdame®: l’eccezionale concime del Museo della Merda. Due prodotti che insieme compongono il kit ideale per il benessere delle piante e dell’ambiente.
Locatelli, moderno principe del suo Castello a Gragnano Trebbiense (..), incarna alla lettera il modello dell’imprenditore illuminato. Studi classici, colto, amante e mecenate dell’arte contemporanea, mescola una dose di eccentricità decisamente più alta della media (..) a una realistica e sana visione del business.
E dunque eccoci al business: le mucche. Piantata nella placida e mansueta campagna del piacentino, l’Azienda agricola Castelbosco – nella magnifica cascina con Castello costruita alla fine del XIII secolo dagli Scotti – produce latte per il Grana Padano. Ospita 2.500 bovini di razza selezionata, super-efficienti, che producono quotidianamente 500 quintali circa di latte e mille di sterco. Una quantità di letame che Locatelli ha trasformato in un progetto ecologico e industriale.
Dallo sterco ricava oggi biogas, concime per i campi, materia grezza per intonaco e mattoni. E lo fa con sistemi di nuova concezione che oltre a ridurre l’inquinamento atmosferico e la distribuzione di nitrati nel terreno, seguono un principio che ridisegna il ciclo della natura in un circolo virtuoso.
Nei digestori, giganteschi totem di forma cilindrica che svettano tra i campi, il letame viene decomposto e trasformato in energia. Una volta concluso il processo, viene riutilizzato come concime e, miracolosamente, non puzza. (…)
Dunque, nell’azienda di Locatelli la merda ispiratrice del Museo senza dubbio da qualche parte c’è-ma-non-c’è, nemmeno nella sua forma aerea, quella zaffata maleodorante che ti investe di solito nella campagna e nelle stalle.
Come la Merda d’Artista di Piero Manzoni o come il gatto di Schrödinger nella scatola, dobbiamo assumere che ci sia senza averla vista.
La merda è una metafora, una potente allegoria di un concetto astratto evocata attraverso un’immagine concreta. Non è un ossimoro, una parola alta, museo, luogo che mette in mostra le cose più preziose e merda, parola volgare per le deiezioni e gli scarti: «Volevo lanciare un messaggio di rivalutazione: nulla è così privo di valore da non poter essere rivalutato». (…).
Il primo artista invitato a intervenire nello spazio e sul paesaggio di Castelbosco è stato il britannico David Tremlett cha ha realizzato composizioni colorate, geometriche e verbo-visuali, suggestionato dalle forme e dai colori del contesto naturale e industriale.
A Castelbosco ha trasformato con i suoi wall drawings gli edifici storici e produttivi oltre ad aver concepito l’insegna dell’ingresso (Perché buttarla se puoi riusarla?) e la recinzione dell’azienda. Tremlett si è anche fatto ispirare dai colori della religione sikh, dal momento che i dipendenti dell’azienda sono per la maggioranza indiani, i migliori mungitori del pianeta per il loro culto delle mucche.
Successivamente Anne e Patrick Poirier hanno incrociato botanica e allegoria in un’opera di land art evolutiva. Per gli spazi esterni di Castelbosco hanno progettato una grande aiuola a forma di foglia di mais al cui interno sono state seminate varie tipologie di graminacee.
«Da queste esperienze e dal contributo curatoriale – prosegue Locatelli – ha preso gradatamente forma l’idea di un museo nuovo, che dallo sterco avrebbe affrontato il tema della trasformazione».
Infine, nel 2015, insieme a Luca Cipelletti – che ne ha curato il progetto architettonico e di design – Gaspare Luigi Marcone e Massimo Valsecchi, nasce il Museo che ospita reperti, manufatti e opere d’arte: gli scarabei stercorari considerati divini dagli Egizi, pannelli didattici, documenti, fotografie delle costruzioni di antiche architetture africane e asiatiche, dalla copia della Naturalis Historia di Plinio fino alla documentazione di ricerche scientifiche più attuali.
Non mancano opere dei popoli primitivi che la usavano per edificare e parte della vasta produzione artistica che ha usato, nel corso dei secoli fino ad oggi, materiali di scarti e rifiuti.
(…) Da segnalare anche un gigantesco «pezzo» di merda di dinosauro vecchio di 200 milioni di anni comprato da Locatelli molti anni fa in un’asta a Parigi e la sala dedicata al Fantasma della libertà, un film surrealista del 1974 di Louis Buñuel in cui le convezioni sociali vengono ribaltate. Nella scena più celebre del film, un gruppo di borghesi è a tavola ma invece di mangiare è seduta sul water e sta defecando.
Ma bisogna arrivare alla fine dell’esposizione per vederla, finalmente, la merda, e non impastata con l’argilla o spalmata sulle pareti. Daniel Spoerri, artista di fama internazionale scomparso qualche anno fa, era celebre per i suoi «quadri-trappola» realizzati dopo pranzi e cene e costituiti dagli avanzi di cibo, posate, bicchieri direttamente incollati su tavole poi esposte verticalmente a parete.
«Il rifiuto, lo scarto e la memoria dell’azione divengono arte; i reperti dell’evento sono consegnati alla posterità con una nuova vita», spiega Locatelli.
Il film Resurrection realizzato da Spoerri in collaborazione con Tony Morgan è la ricostruzione a ritroso di una bistecca di carne tra creazione, consumazione, defecazione…


