I grani antichi siciliani tra tradizione e innovazione
I grani antichi siciliani non sono solo tradizione, ma anche e soprattutto innovazione. Articolo a cura di Andrea Degl’Innocenti, vicedirettore Italia che Cambia.
Timilia, Russello, Perciasacchi, Maiorca. Hanno nomi che sembrano usciti da un canto contadino, suonano, evocano immagini ancestrali. Sono i grani antichi siciliani, che ondeggiano e brillano sotto il sole nel cuore dell’entroterra, tra l’oro rovente delle colline e il profumo secco della terra.
La Timilia – o Tumminìa – è un frumento scuro, con spiga barbuta e chicco piccolo, il Russello è più alto e slanciato, il Perciasacchi, il cui nome evoca il seme che “buca il sacco”, ha un sapore intenso e una fibra che resta impressa nel palato, la Maiorca, è bionda e delicata come la farina che regala. Sono grani che hanno resistito a secoli di caldo, di vento e di abbandono. E che adesso rifioriscono.
Secondo dati del progetto Ancient e del CREA, oggi oltre 20 mila ettari in Sicilia sono coltivati a grani antichi – un numero in netta crescita rispetto agli anni 2000, quando erano ridotti a poche migliaia di ettari, quasi residuali. Le varietà ufficialmente riconosciute nel Registro Nazionale sono 27, ma se si considerano tutti gli ecotipi locali tramandati tra famiglie, si arriva a oltre 50 cultivar distinte.
I grani antichi siciliani sono uno straordinario esempio di resilienza, da molti punti di vista. A differenza delle varietà moderne, selezionate per rese massime ma poco adattabili, i grani antichi siciliani hanno un patrimonio genetico ricco e flessibile. Sopportano meglio lunghi periodi senza pioggia, hanno radici profonde e non crollano al primo caldo fuori stagione. Alcune varietà, come Timilia e Russello, maturano in soli 90 giorni – un vantaggio in tempi di piogge imprevedibili.
Crescono bene senza fertilizzanti chimici, senza diserbanti. Sono quindi perfetti per l’agricoltura biologica, restituiscono fertilità ai suoli, riducono l’erosione e la loro coltivazione produce in media meno CO₂. Fino al 45% in meno di emissioni rispetto ai grani moderni, secondo uno studio pubblicato su Great Italian Food Trade.
La resilienza di queste coltivazioni non è solo ambientale, ma anche sociale e culturale. Dietro ogni nuovo campo coltivato c’è la storia di una o più persone che hanno scelto di riappropriarsi di un pezzo del proprio passato e della cultura collettiva. Su ItaliacheCambia.org abbiamo raccontato decine di esperienze. Da Maurizio Spinello e il suo “pane più buono di Sicilia”, che ha attirato l’interesse mediatico di tutto il mondo e spinto le persone a ripopolare un borgo, a Tony Rocchetta, che ha dedicato la sua vita alla Chiattulidda, una varietà locale diffusa nella costa sud vicino Licata, passando per Giuseppe Li Rosi che li studia, protegge e classifica, e Carla La Placa, che ha convertito l’azienda di famiglia per coltivarli e tanti altri.
Ogni semina di grani antichi è anche un rito. Contadini e contadine scelgono i semi da conservare, spesso custoditi da generazioni. Macinano a pietra, panificano a lievitazione lenta, raccontano storie attorno al forno. I grani antichi non sono solo agricoltura: sono identità, orgoglio locale, memoria comunitaria. E oggi, grazie a panificatori, piccoli molini, startup agricole e mercati contadini, questi semi ritornano sempre più spesso sulle nostre tavole… LEGGI GRATIS L’ULTIMO NUMERO DE L’ECOFUTURO MAGAZINE
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