Ambiente: narcisismo collettivo e danni alla causa

 Ambiente: narcisismo collettivo e danni alla causa

Ambiente: narcisismo collettivo e danni alla causa. Articolo di Giancarlo Busti, consulente ambientale.

C’è un fenomeno curioso, e nemmeno così raro, che attraversa certi movimenti ambientalisti. È una specie di narcisismo di gruppo, non tanto l’ego smisurato del singolo leader, quanto un senso condiviso di superiorità morale. Si traduce in un pensiero silenzioso ma persistente: noi siamo i buoni, e gli altri no.

Il paradosso è che, mossi dalla passione per una causa giusta, si finisce a fare il gioco opposto. A forza di brandire la bandiera verde come un’arma, alcuni trasformano l’ambientalismo in un esercizio di immagine. Non è più “salviamo il pianeta”, ma “guardate come siamo bravi mentre salviamo il pianeta”. A quel punto la causa scivola in secondo piano, il palcoscenico prende il sopravvento.

«Non c’è più tempo!» «Se non ora, quando?» «La Terra sta morendo e voi pensate al calcio!». Se chiudi gli occhi, li senti. In piazza, al megafono, o in un reel su Instagram con la scritta in maiuscolo e il font indignato. Sono parole giuste, per carità, ma a volte suonano come il coro di una recita scolastica: stesso tono, stessi gesti, stessa certezza di essere nel giusto. Ed è qui che l’ambientalismo rischia di trasformarsi in una grande scena corale di Braveheart – tutti dipinti di verde invece che di blu, urlanti libertà, ma con l’esercito nemico ancora lontano… e la telecamera puntata solo sul proprio volto.

C’è un punto in cui la battaglia per il pianeta smette di essere una battaglia, e diventa un abito da indossare. Non un’uniforme da combattimento, ma un costume di scena. Il gruppo diventa un cerchio rassicurante in cui sentirsi “tra pari”, con il linguaggio comune, le frasi chiave, i nemici ufficiali. Un’identità più che una causa. Così tutti i membri si radunano nel seminterrato e ripetono le stesse regole, convinti che quello sia il cuore della rivoluzione… senza accorgersi che stanno solo costruendo un nuovo club, con nuove regole e lo stesso bisogno di appartenenza di prima.

Il narcisismo verde si riconosce da certi tic. L’aria di chi ha già tutte le risposte. L’impazienza verso chi la pensa in modo diverso, scambiata per coerenza. La tendenza a ridurre questioni enormi, clima, energia, biodiversità, a slogan facili, perché così arrivano più like e qualche titolo in più. In mezzo, la ricerca costante di visibilità, come se il consenso pubblico fosse l’unico metro di successo.

C’è una sorta di marchio di fabbrica. Non si sbaglia mai (nemmeno quando si sbaglia). L’ansia di essere in prima fila in ogni foto, meglio ancora se con una frase a effetto (riciclata) stampata su cartellone (riciclato). La semplificazione brutale di problemi complessi, non per rendere più chiaro il messaggio, ma per vincere la gara a chi ha lo slogan più virale, la ricerca costante di visibilità, come se il consenso pubblico fosse l’unico metro di successo. Mi ricordano quelle band emergenti che suonano più per essere fotografate che per finire un album.

In Italia abbiamo visto episodi emblematici. Attivisti che imbrattano opere d’arte per “scuotere le coscienze”, riuscendo solo a scatenare rabbia e sarcasmo. Campagne social in cui chi osa porre una domanda critica viene trattato come complice della catastrofe. E gruppi che, nel furore dell’azione, dimenticano l’obiettivo iniziale: far crescere la consapevolezza e stimolare soluzioni concrete. L’effetto boomerang è assicurato, e la simpatia dell’opinione pubblica evapora in fretta.

Il danno è doppio. Da un lato, si creano fazioni: chi è dentro e chi è fuori, chi ha la medaglia verde sul petto e chi “non capisce nulla”. Dall’altro, la credibilità si sbriciola. La polarizzazione aumenta, e invece di parlare di problemi e soluzioni, si discute di chi ha ragione e chi torto. Perché un ambientalismo che appare autoreferenziale perde potere di persuasione, e rischia di essere percepito come uno spettacolo itinerante più che come un progetto di cambiamento reale. E poi c’è la perdita dei moderati, che sono spesso la massa critica capace di influenzare davvero le politiche.

Il contrasto con l’ambientalismo efficace è netto. Esistono invece approcci più pragmatici, capaci di dialogare con aziende, amministrazioni e cittadini comuni senza trasformare ogni confronto in un processo pubblico. C’è chi lavora su piccoli compromessi e li fa crescere, chi preferisce l’azione concreta al post indignato. E funziona: perché coinvolgere è molto più produttivo che escludere.

Un ambientalismo maturo è capace di fare un passo indietro dall’ego e guardare la complessità per quello che è: scomoda, lenta, piena di contraddizioni. Dovrebbe imparare a dare valore anche ai progressi imperfetti, a costruire alleanze improbabili, a parlare con chi non condivide ancora tutte le battaglie. Non è questione di smussare i principi, ma di capire che un muro alto non si scala da soli.

Forse il punto è proprio qui: togliere l’ego dal centro e rimettere lì la causa. Accettare che non tutto è semplice, che il progresso può essere invisibile all’inizio, che non serve vincere la gara a chi è “più verde” degli altri. Un ambientalismo maturo costruisce ponti anche con chi indossa ancora la giacca di pelle o guida un diesel, perché il cambiamento non si ottiene con una standing ovation interna, ma con il lavoro sporco e paziente.

Alla fine, il pianeta non si salva con il filtro seppia delle foto su Instagram. Non si salva nemmeno con le petizioni firmate in diretta o con i cartelli in cartone bio-certificato. Si salva, se si salva, con meno selfie e più mani sporche di terra. La crisi climatica è urgente e non lascia spazio per guerre di ego. Riconoscere le derive narcisistiche non significa smettere di lottare, ma lottare meglio. Se davvero il pianeta è la priorità, allora servono movimenti inclusivi, credibili, capaci di parlare a chiunque. Il resto – applausi, titoli, selfie davanti al corteo – può aspettare.

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Redazione

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