Libertà di stampa: da Stati Uniti e Israele segnali inquietanti

 Libertà di stampa: da Stati Uniti e Israele segnali inquietanti

La stampa è sempre meno libera. Dagli Stati Uniti e Israele arrivano segnali molto inquietanti. Articolo di Sergio Ferraris, giornalista scientifico, caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”.

Democrazia in pericolo.

«Democracy Dies in Darkness» è il motto adottato da The Washington Post nel 2017 che segnò la presa di posizione del giornale contro Donald Trump, che attacca sistematicamente i media definendoli “nemici del popolo”. Il Post rispose all’epoca con un massiccio fact-checking (oltre 30 mila dichiarazioni false di Trump in quattro anni), mantenendo una linea critica che premiò in termini di abbonamenti digitali, passati da 1,5 a 2,5 milioni tra il 2017 e il 2020. Di questa “schiena dritta” oggi non c’è più traccia.

Con la scelta di non sostenere pubblicamente Kamala Harris nel 2024, fatta direttamente da Jeff Bezos, il giornale ha perso 250 mila abbonati in pochi giorni, segnando una crisi di fiducia e reputazione. Bezos ha giustificato la scelta come volontà di rafforzare la neutralità, ma ex direttori e analisti hanno letto la mossa come una forma di autocensura per evitare ritorsioni politiche, soprattutto dopo la presenza di Bezos all’insediamento di Trump nel gennaio 2025 e la stretta sui contenuti della opinion page. Il declino del Post è emblematico: negli anni ’70 fu protagonista del Watergate, difendendo i suoi giornalisti contro il potere politico.

Oggi, la stampa americana è schiacciata tra la necessità di indipendenza e la crisi della pubblicità, con il fatturato del settore che è sceso da 80 a 30 miliardi di dollari tra 2005 e 2023. La pubblicità si è spostata sui social e sulle piattaforme digitali, mettendo i media tradizionali in crisi. Negli ultimi vent’anni, il numero di quotidiani statunitensi è sceso da 8.891 a circa 6.000; 208 contee sono diventate “news desert”, prive di informazione locale e 55 milioni di americani hanno accesso limitato o nullo all’informazione locale. È anche una crisi della libertà di stampa e «Democracy Dies in Darkness» attualmente è un’immagine sfocata.

Anche l’informazione si è spostata verso i social, gestiti da algoritmi opachi che selezionano contenuti in base agli interessi degli inserzionisti e profilano gli utenti. Questo sistema, che appare “gratuito”, compete con i media tradizionali nell’economia dell’attenzione, ma non garantisce la libertà di informazione come bene comune. I media tradizionali hanno reagito tardi e male, spesso demonizzando i social invece di comprenderne il funzionamento. Alcuni media, però, hanno saputo innovare con resilienza.

Eccoli:

  • The New York Times (NYT): ha investito in una piattaforma digitale proprietaria, mettendo al centro i lettori (11,4 milioni di abbonati nel 2024, 69% dei ricavi da abbonamenti).
  • The Guardian: modello gratuito, finanziato da donazioni e pubblicità etica, con 1,4 miliardi di utenti unici annui e il 70% dei ricavi dal digitale.

Oltre a ciò, NYT e The Guardian hanno strutture che difendono l’indipendenza editoriale: azioni duali (NYT) e trust (The Guardian). La concentrazione proprietaria, infatti, resta un rischio, come dimostra il caso Bezos-Post. Ma l’attacco rimane ed è netto. Il Project 2025 della Heritage Foundation, programma della destra repubblicana adottato di fatto da Trump e Vance, propone il taglio totale dei fondi ai media pubblici (CPB), la revoca dello status di “non commerciale” alle radio pubbliche, la riforma della FCC per favorire la concentrazione dei media e il divieto per i social di rimuovere contenuti politici, anche se disinformativi. Si prevede la chiusura di Voice of America e altre agenzie pubbliche, mentre le principali piattaforme social (Facebook, X, ecc.) hanno già allineato le policy alle richieste politiche conservatrici.

Ed è paradossale il fatto che la destra americana invochi il Primo Emendamento per giustificare la diffusione di fake news politiche, piegando la libertà di espressione alle esigenze della propaganda. Da notare che la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice ha stabilito che il diritto a ricevere informazioni è parte integrante della libertà di parola, ma le piattaforme private possono regolamentare i contenuti. La strategia conservatrice mira a delegittimare i media tradizionali, definanziarli e normalizzare gli editori “non puri”. Il tutto affinché un’unica voce raggiunga l’elettorato.

Censura e repressione.

Altro banco di prova della limitazione della libertà di stampa è Israele. Dal 7 ottobre 2023, lo Stato ebraico ha intensificato il controllo: nel 2024 la censura militare ha vietato 1.635 articoli e ne ha parzialmente censurato altri 6.265. Una legge del 2024 consente al governo di chiudere media stranieri considerati minaccia alla sicurezza ed è stato vietato l’accesso a Gaza ai media internazionali. Per due motivi. Il primo è per limitare la diffusione “scomoda” sulla guerra di Gaza, mentre il secondo è quello d’evitare d’uccidere giornalisti occidentali, cosa che avrebbe screditato il Governo israeliano.

Dal 2023 al giugno 2025, infatti, sono stati uccisi 185 giornalisti (177 palestinesi, 2 israeliani, 6 libanesi), soprattutto nella Striscia di Gaza, spesso deliberatamente presi di mira. Oltre 100 giornalisti sono stati feriti, 86 arrestati, 2 sono dispersi. Il caso di Shireen Abu Akleh, giornalista Al Jazeera uccisa a Jenin nel 2022 da un soldato israeliano, è emblematico. Il clima di intimidazione e censura produce i suoi effetti sulla società israeliana: l’82% degli israeliani ebrei sostiene l’espulsione forzata di tutti i palestinesi da Gaza e il 56% anche dei cittadini palestinesi di Israele. La crescente sfiducia nei media, la polarizzazione e la marginalizzazione delle voci critiche sono alimentate dalla censura, dalla chiusura di fonti alternative e dalla narrazione univoca.

I media occidentali, privi di accesso diretto, dipendono da fonti locali spesso censurate, con copertura distorta. Insomma, la direzione unica dell’informazione produce un sostanziale effetto di validazione delle politiche del Governo israeliano, scrivendo una nuova pagina nella sociologia dei media. Israele, infatti, sta usando, con un successo evidente per il suo Governo, metodologie di gestione dei media utilizzate in passato da dittature, nonostante sia una democrazia… Continua a leggere gratis l’articolo su L’ECOFUTURO MAGAZINE

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Redazione

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