Processo agli alimenti ultra-processati
Processo agli ultra-processati. Sarebbe il caso di fare causa ai colossi del cibo cattivo. Articolo a cura di Andrea Battiata, agronomo e contadino urbano a Firenze.
La diffusione degli alimenti ultra-processati, chiamati dagli specialisti UPF, sta modificando in profondità il nostro modo di mangiare e di intendere l’alimentazione.
Anche in Italia, dove il modello alimentare della dieta mediterranea è ancora dominante, stiamo assistendo a una progressiva sostituzione di cibi freschi e preparazioni domestiche con prodotti industriali pronti al consumo, spesso ricchi di zuccheri, grassi e additivi.
Questo cambiamento, ampiamente riscontrato, non riguarda solo la qualità nutrizionale, ma anche gli aspetti sociali e culturali legati al cibo, che rappresentano parte integrante del benessere collettivo.
Viene evidenziato come comprendere e contrastare questa trasformazione sia oggi una priorità di salute pubblica, che richiede politiche mirate e un rinnovato impegno nella promozione di abitudini alimentari sane e sostenibili.
In California, a San Francisco, in quella che è stata definita una causa unica nel suo genere, la città progressista ha denunciato alcuni dei più grandi nomi del settore alimentare, tra cui Kraft Heinz, Coca-Cola, Nestlé e Kellogg. «Queste aziende hanno creato una crisi di salute pubblica con la progettazione e la commercializzazione di alimenti ultra-processati», ha dichiarato il procuratore di San Francisco, David Chiu. «Hanno reso il cibo dannoso per l’organismo umano».
Gli alimenti ultra-processati, tra cui caramelle, patatine, bibite e cereali per la colazione, sono in genere realizzati con ingredienti scomposti, modificati chimicamente e combinati con additivi artificiali. Spesso contengono coloranti, esaltatori di sapidità, dolcificanti, addensanti, agenti schiumogeni ed emulsionanti e in genere non possono essere prodotti in casa.
San Francisco ha da sempre un conto aperto con le industrie del cibo. Più di dieci anni fa mise nel mirino McDonald’s con un’ordinanza che vietava di regalare giocattoli a quei bambini che consumavano pasti «non rispettosi degli standard nutrizionali», ovvero la catena del fast food. In queste ore, la metropoli dello Stato della California ha invece intentato una causa ai produttori di alimenti ultra-processati con un’accusa ben precisa: hanno portato milioni di americani all’obesità. Gli alimenti ultra-processati non sono solo un problema nutrizionale – sono un problema di potere.
Una nuova Serie della rivista scientifica “The Lancet” lo mostra chiaramente: la diffusione globale degli UPF (alimenti ultra processasti) è trainata dalla crescente forza economica e politica di un numero ristretto di multinazionali, non dalla mancanza di forza di volontà dei singoli individui. VD: Towards unified global action on ultra-processed foods: understanding commercial determinants, countering corporate power, and mobilising a public health response – The Lancet
Alcuni punti chiave particolarmente importanti:
- il profitto è il motore – gli UPF sono più redditizi degli alimenti minimamente processati. Per questo capitale, innovazione e sostegno politico convergono su di essi, riorganizzando interi sistemi alimentari attorno a diete ultra-processate.
- potere corporativo globalizzato – un piccolo gruppo di aziende domina produzione, distribuzione, branding e lobbying in quasi tutte le regioni del mondo, con i paesi a basso e medio reddito come principali mercati di espansione;
- controllo della scienza e dei racconti pubblici – l’industria finanzia ricerca, gruppi di facciata e strategie di comunicazione che creano dubbio sui danni degli UPF, spostano la colpa sugli “stili di vita” e sulla sedentarietà e promuovono l’auto-regolamentazione volontaria.


