Nucleare e Rinnovabili: intervista a Nicola Armaroli
Nel dibattito energetico la contrapposizione rinnovabili e nucleare è spesso trattata come una sfida da tifo calcistico, più che come una questione basata su dati e analisi. Per i non addetti ai lavori diventa complicato distinguere tra informazione solida e slogan e il rischio di cadere vittime di comunicazioni distorte è molto alto. Per provare a fare chiarezza, la giornalista scientifica Cecilia Bergamasco ha incontrato per Ecofuturo Magazine Nicola Armaroli, dirigente di ricerca al CNR e tra i più noti divulgatori scientifici italiani. Un confronto su transizione energetica, nucleare e rinnovabili, ma anche su comunicazione, formazione e competenze, aspetti spesso sottovalutati eppure cruciali per il futuro energetico del Paese.
Rinnovabili: il nodo è la combustione fossile.
«Quando parliamo di rinnovabili, il dibattito si concentra sempre e solo sull’elettricità. Ma bisogna ricordare che l’elettricità oggi rappresenta meno del 25% dei consumi finali di energia in Italia», spiega Armaroli. «Il nostro vero problema è che il sistema energetico si regge ancora in larga parte sulla combustione di gas e petrolio. Il primo serve soprattutto a produrre elettricità e calore per il settore residenziale e industriale, il secondo domina nei trasporti».
Se dunque l’obiettivo è ridurre le emissioni, non ci sono scorciatoie: «Dobbiamo prendere il toro per le corna: smettere di bruciare petrolio e gas ovunque sia possibile. Non dimentichiamo che le automobili e il riscaldamento residenziale generano insieme il 34% delle emissioni italiane: non un dettaglio, ma un nodo centrale. La strada è segnata e passa dall’elettrificazione del trasporto leggero, con la propulsione elettrica a batteria, e dalle pompe di calore negli edifici. Sono tecnologie mature, con bassi costi di gestione, diffuse e installabili rapidamente, ora serve la volontà politica».
Rete elettrica e accumuli.
La trasformazione richiede infrastrutture adeguate. «In Italia la rete elettrica è buona, ma ci sono ancora colli di bottiglia», osserva Armaroli. «Per renderla più resiliente, come ci ha insegnato anche il blackout spagnolo, è necessario sviluppare, tra le altre cose, sistemi di accumulo elettrochimico. Qualcosa si sta muovendo: Terna, ad esempio, sta installando impianti di stoccaggio di grande scala».
Il nucleare: reale opzione o arma di distrazione?
Sul nucleare, Armaroli è netto: «È una tecnologia che produce elettricità a basse emissioni di CO2, e in linea teorica rinnovabili e nucleare potrebbero coesistere. Ma bisogna confrontarsi con la realtà economica, tecnica e temporale. E qui nascono le difficoltà. La questione non è nucleare sì o no, per ragioni di principio. La questione è: il nucleare è una scelta utile per l’Italia, nel 2025?». Ed è proprio lì che il castello crolla. «Nel mercato elettrico liberalizzato il nucleare è in crisi da decenni. Negli Stati Uniti non ci sono reattori in costruzione, in Francia il parco esistente ha un’età media di 40 anni, nel Regno Unito i reattori di Hinkley Point accumulano ritardi e costi astronomici.
Per l’Italia il nodo è triplice: innanzitutto manca ancora il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi; ci stiamo provando da decenni, senza successo. Poi mancano i soldi – perché parliamo di decine di miliardi che lo Stato non ha – e soprattutto manca il tempo. Anche iniziando oggi, la prima centrale entrerebbe in funzione non prima del 2040, quando il sistema elettrico dovrà già essere decarbonizzato. Quindi, se vogliamo parlare seriamente di nucleare, dobbiamo prima risolvere queste tre incognite, altrimenti sono solo chiacchiere utilizzate per distrarre i cittadini dalla questione più urgente: decarbonizzare ora il sistema elettrico con tecnologie esistenti e a buon mercato».
Inoltre, secondo Armaroli: «C’è un equivoco di base da sottolineare: il nucleare non abbassa le bollette. Anzi, oggi è l’opzione più costosa. E comunque non possiamo dire alle imprese o alle famiglie che – forse – tra quindici anni pagheranno meno. Stiamo parlando di un problema molto concreto di competitività del sistema industriale italiano e anche di tenuta di molte famiglie, che sono in difficoltà rispetto alla bolletta energetica. Il problema del caro-energia è qui e ora, per questo dobbiamo andare avanti con le rinnovabili perché adesso abbiamo l’esigenza di ridurre il costo della bolletta energica italiana».
Una convivenza difficile.
Il futuro, secondo Armaroli, è segnato: «Nel 2040 l’Italia potrebbe avere 100 GW di fotovoltaico e 50 GW di eolico. In molti mesi dell’anno ci sarà un surplus di produzione rinnovabile. Se avessimo anche centrali nucleari, ci troveremmo davanti a un paradosso: o spegniamo le rinnovabili per far funzionare il nucleare, aumentando i prezzi dell’energia elettrica, oppure spegniamo il nucleare e buttiamo via enormi capitali investiti. La convivenza non può reggere». Per questo il nucleare, in Italia, è «a mio parere l’opzione più costosa, complessa e controversa, mentre le rinnovabili sono l’opzione più rapida, più economica e più adatta al sistema produttivo italiano, fatto principalmente di piccole e medie imprese, non di grande industrie energivore».
Rinnovabili nella rete elettrica europea.
Andare verso un modello 100% rinnovabile significa aumentare le interconnessioni elettriche europee. «Pensare a un’autarchia elettrica è semplicemente irrealistico», osserva Armaroli. «La rete è già una realtà europea e dovrà esserlo sempre di più, con interconnessioni rafforzate per sfruttare al meglio la variabilità geografica delle rinnovabili: quando non c’è vento in Spagna c’è in Danimarca; quando la produzione solare cala in un’area può crescere in un’altra. È l’integrazione continentale a garantire stabilità. Detto questo, dobbiamo essere pragmatici: è possibile che anche nel 2040 avremo bisogno di un certo numero di centrali a turbogas di supporto, da utilizzare nei rari giorni in cui non vi è né Sole né vento, meglio se alimentate a biometano. L’idrogeno su larga scala, invece, non sarà disponibile in tempi utili e non rappresenta a oggi un’opzione valida».
Competenze e comunicazione: i veri colli di bottiglia.
C’è però un aspetto che rischia di vanificare ogni piano di sviluppo delle rinnovabili: le competenze. «Fare elettrificazione senza elettricisti e ingegneri non è possibile. Oggi in Italia trovare un elettricista è difficile persino per piccoli lavori domestici. Figuriamoci quando serviranno decine di migliaia di tecnici per installare pompe di calore, pannelli fotovoltaici, sistemi di accumulo. Abbiamo un Paese colmo di laureati in discipline umanistiche – con tutto il rispetto – e povero di figure tecniche e professionali che vanno dagli ingegneri fino agli elettricisti, passando per termotecnici, architetti, ingegneri progettisti e così via. La mancanza di competenze professionali è un problema enorme».
Il secondo nodo è la comunicazione: «Molti cittadini non credono ancora che un’auto a batteria possa portare una famiglia in vacanza o che alcune lastre di vetro e silicio sul tetto possano coprire il fabbisogno elettrico annuale di un’abitazione o un’azienda. A volte ho l’impressione che le persone credano si tratti di stregonerie. Finché nelle scuole si organizzano solo eventi sul nucleare e non sulle rinnovabili e i media continuano a mostrare ignoranza diffusa sul tema energia, sarà difficile fare passi avanti. Abbiamo bisogno che scienziati, tecnici, docenti escano dai laboratori e dalle università e spieghino alle persone la realtà della transizione, dove il 90% delle tecnologie necessarie sono già a disposizione, ma bisogna metterle in atto».
«Il vero nodo – aggiunge Armaroli – oggi è sociale e culturale. Bisogna aiutare le persone a comprendere il cambiamento, e questo richiede competenze non solo tecniche ma anche – ad esempio – il supporto di sociologi e psicologi, capaci di spiegare e abbattere diffidenze e resistenze. Io e altri possiamo continuare a fare informazione scientifica, ma questo non basta: servono strumenti e professionalità che sappiano parlare alla società in tutte le sue dimensioni».
Le illusioni dell’atomo.
Parlando sempre di comunicazione Armaroli non risparmia critiche neppure alle nuove narrazioni: «Quando sento parlare di fusione nucleare o di piccoli reattori modulari, vedo innanzitutto operazioni di comunicazione. La fusione non sarà mai pronta in tempi utili per la decarbonizzazione; non a caso, chi ha interessi a mantenere lo status quo parla spesso di fusione. D’altro canto, i piccoli reattori modulari avanzati si basano su una narrazione molto efficace che mira innanzitutto ad attrarre investimenti… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE – CLICCA QUI
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