Il nucleare avanza. Come la zuppa
Il nucleare avanza. Come la zuppa. Articolo tratto da Ce lo chiede l’Europa, il blog di Davide Sabbadin su VeZ – Veneto ecologia Z Generation.
Qualche giorno fa sono stato alla presentazione europea del World Nuclear Industry Status Report, un mega studio di 600 pagine che ogni anno viene aggiornato con una montagna di dati e di analisi. Lo tengo sulla scrivania del mio PC come riferimento per andarmi a prendere dati quando mi capita di discutere del tema. Svolge la funzione che esercitava l’Enciclopedia Treccani nelle librerie delle famiglie per bene nel secolo scorso. Io a questa presentazione ogni anno ci vado perché sì, mi interessa il tema, ma no, 600 pagine non ce la faccio proprio a leggermele. E quindi approfitto della sintesi che ne fanno gli autori.
Lo hanno presentato al Parlamento europeo, ospiti di due eurodeputati tedeschi, uno dei socialisti (Jens Geier) e una dei verdi (Jutta Paulus). C’erano ovviamente anche gli autori, cinque dei circa 15 di nove diverse nazionalità che hanno contribuito allo studio.
I discorsi introduttivi non hanno detto molto di nuovo. Geier ha sottolineato i problemi di tempistiche di realizzazione dei reattori (tutti, nessun tipo escluso) che di base solo in Corea e in Cina riescono a stare sotto i dieci anni. E di costi. Jutta Paulus ha ricordato che la maggior parte dei reattori attivi in Europa dipende dalle forniture russe. E che l’unico reattore in costruzione in Europa, in Slovacchia (progetto degli anni ’80 del secolo scorso), lo stanno facendo sempre con tecnologia russa. Dice che solo i russi e i cinesi riescono a produrre un certo tipo di combustibile che è essenziale per le centrali francesi.
Interessante, dice sempre lei, che mentre ci siamo affrettati a tagliare le importazioni russe di petrolio e gas, le importazioni di combustibile nucleare dalla Russia sono aumentate dopo l’invasione dell’ucraina. La guerra ha messo la strizza ad alcuni Paesi che hanno pensato fosse meglio fare un po’ di scorte.
Il principale curatore, tale Mycle Schneider, introduce gli aspetti generali del rapporto. Il fatto che il nucleare ci ha messo diciott’anni ma alla fine ce l’ha fatta ad eguagliare il picco storico di produzione elettrica, nel 2025. Poi spiega che la crescita delle centrali lo scorso anno è stata importante, ma che è quasi esclusivamente dovuta alla Cina (un discorso che vale anche più in generale). Effettivamente, dice, la Cina sta investendo anche nel nucleare, ma solo in virtù di investimenti decisi nei decenni scorsi e punta in realtà a mantenere una quota minima di nucleare nel mix, investendo i veri miliardi in rinnovabili.
Altri highlights che non conoscevo comprendono i problemi della centrale di Fukushima dove, dice la ricercatrice Phred Dvorak, la TEPCO – l’azienda che la gestiva – ha finalmente iniziato a togliere il materiale radioattivo da uno dei reattori. Ha trovato il modo di toglierne ben 0,9 grammi, che è circa un miliardesimo del materiale stimato. Da qualche parte si deve pur cominciare, dice un vecchio proverbio samurai.
Passando agli Stati Uniti, Timothy Judson, un altro degli autori, racconta che al momento non esiste nessun piccolo reattore (SMR – Small Modular Reactor) di nuova generazione che stia fornendo energia ai server delle grandi aziende high tech americane, i cui padroni miliardari tuttavia parlano di questa tecnologia un giorno sì e altro pure. “Put your money where your mouth is”, dice il signor Timothy. Che poi ha detto anche un altro di paio di cose che mi hanno colpito. (Oh, capiamoci, erano due ore di presentazione, io vi racconto solo quello che mi ricordo, per il resto il sunto è online).
La prima è che Trump ha sostanzialmente commissariato e svuotato l’agenzia federale per il controllo dei permessi sulla filiera nucleare, di fatto dando carta bianca alle varie startup di fare quello che vogliono, con generosi incentivi. E la seconda è che solo di startup parliamo, perché nonostante il gran parlare di ritorno del nucleare, nessuna azienda elettrica ha presentato progetti di nuove centrali.
In altri termini, la notizia (per me, almeno) è che nel Paese al mondo con il più alto numero di centrali attive (94), quello con la più consolidata tradizione di investimento per il profitto, nessuna azienda che abbia esperienza di costruzione e gestione del nucleare ha la benché minima intenzione di investire in nuove centrali. Anzi, diceva il signor Judson, 12 di queste sarebbero già spente da un pezzo se non fosse per i generosi sussidi da miliardi di dollari.
Arrivato il tempo delle domande, ho approfittato della presenza di tutti questi esperti per chiedere lumi rispetto al cosiddetto Zaporižžja test. Ovvero le aziende che gestiscono centrali nucleari in Europa e nel resto del mondo stanno investendo in sicurezza aggiuntiva per renderle sicure rispetto ad attacchi in caso di conflitti, così come hanno fatto per i terremoti e i maremoti dopo Fukushima? E se sì, questi costi stanno impattando sulla redditività del nucleare?
La domanda non è stata molto capita e alla fine il tempo era tiranno. E quindi sono rimasto con la curiosità. Non contento, ho avvicinato dopo la fine dell’incontro un altro degli autori, Dmitri Gorchakov.
E lui mi ha raccontato sostanzialmente che no, non ci sono stati danni a Zaporižžja, perché nessuno è così pazzo da buttare un missile sulla centrale. Sì, dico, vero, ma ce li hanno buttati molto vicino, giusto. Sì, dice lui, giusto. Ma comunque è funzionante. I russi hanno cercato semmai di mettere fuori uso la distribuzione della corrente, distruggendo le infrastrutture e gli elettrodotti tutto attorno. Al che dico, sì, ok, ma questo perché la centrale è al confine con la zona controllata dai russi e loro da un lato la vogliono usare per sé, dall’altro se avessero fatto danni avrebbero dovuto convivere con le radiazioni anche loro. Sarebbe molto diverso attaccare una centrale in un paese nemico a, diciamo, mille o duemila chilometri, giusto?
Dmitri ci pensa e poi, riluttante, ammette di sì. “Ma comunque, non esistono difese contro i missili balistici che possano difendere una centrale nucleare”, aggiunge. E mi sa di no, Dmitri. Mi sa di no. Dal vostro inviato a Bruxelles anche oggi è tutto. Il rapporto, in inglese, lo scaricate qui.
Davide Sabbadin è Deputy policy manager per il clima e l’energia presso lo European Environmental Bureau, la più grande federazione ambientalista europea. Si occupa da anni delle politiche di prodotto, della decarbonizzazione dei consumi domestici e della revisione della normativa f-gas (Fluorinated Refrigerant Gas). In passato ha lavorato a lungo in Legambiente, nei settori dell’efficienza energetica, dell’agricoltura e dell’economia circolare. È laureato in Scienze Politiche all’Università di Padova.
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