Lettera della Carta della Pace di Camaldoli
Dalla Carta della Pace di Camaldoli una lettera agli Stati Generali della Cultura di Pace della Toscana.
Praefatio
Una lettera straordinaria quella scritta a nome della Carta della PACE di Camaldoli agli Stati Generali della Pace da Francesco Pasetto, parroco e filosofo, e donata a Mia Diop, Vice Presidente e Assessore alla Pace della Toscana. Lo avevamo scritto, l’avremmo fatta conoscere integralmente, oggi lo facciamo. Una lettera segno di profezia, di saggezza, di speranza, di PACE.
Giuseppe Giorgi
Lettera della Carta della Pace di Camaldoli
Gli ultimi esercizi spirituali li ho celebrati nella Foresta di Monte Faggiolo, non lontano dall’Eremo di Camaldoli. Alcuni amici mi avevano chiesto di organizzare un ritiro. Ho accettato a condizione che le meditazioni si tenessero all’aperto e che ci mettessimo in ascolto degli alberi. Questa scelta era condizionata da un testo di Immanuel Kant che indicava nella “insocievolezza socievolezza” il requisito per realizzare il maggior progresso possibile.
“Guardate gli alberi. Se isolati crescono deboli e sbilenchi. In una foresta invece vengono su forti e slanciati. E’ la lotta per la vita che li spinge verso l’alto. E’ la concorrenza fra loro per avere più aria e più luce che li irrobustisce”. Aveva ragione il filosofo tedesco? C’era mai stato lui in una foresta? Invitai i miei amici a verificare.
Eccoci dunque nella magnifica faggeta a est di Croce Gaggi. Dal punto di osservazione scelto vedevamo tantissimi alberi cresciuti vicini gli uni agli altri. Ce n’erano due che parevano gemelli. Ebbene, per non intralciarsi uno aveva gettato i rami a ovest, l’altro a a est. Lì accanto, dallo stesso pedano erano spuntati tanti alberelli, disposti in cerchio. Impressionante: avevano ramificato tutti verso l’esterno, mossi evidentemente da rispetto reciproco.
I botanici d’altronde ci dicono che gli alberi mantengono tra loro una intensa comunicazione mediante l’estesa rete radicale, e aiutano i più deboli con la loro linfa. Ma allora, altro che concorrenza e guerra: gli alberi di una foresta sono grandi e belli perché formano una vera comunità. A questa idea Kant si avvicinò con l’opuscolo “Per la pace perpetua“, dove, da autentico profeta, prospettava la necessità per l’uomo di creare un organismo sopranazionale con caratteri e scopi simili a quelli che avrebbe avuto l’ONU.
Intanto però s’imponeva all’intellighenzia europea Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Il filosofo più influente dell’età romantica esaltò con convinzione la guerra, paragonandola al vento che purifica l’acqua di un lago e impedisce che, ristagnando, diventi putrida. Con questa metafora, divenuta celebre, Hegel intendeva denunciare i pericoli proprio della “pace perpetua” che avrebbe indebolito i popoli. Sono i conflitti – secondo lui – a rigenerare le nazioni e rafforzare lo Stato. La morte degli individui non farebbe che ristabilire la verità, cioè che ciascuno come parte insignificante, si realizzerebbe solo dando la vita per lo Stato, incarnazione dello “Spirito assoluto”.
Sembra che la storia e la cronaca diano ragione a Hegel, l’inventore dello “Stato etico”. Sembra che l’umanità non possa fare a meno della guerra. Per giustificare questa forma estrema di masochismo, gli opinion makers hanno inventari delle formule tonificanti, come “Si vis pacem, para bellum” ripetuta all’infinito, o hanno manipolato parole belle e importanti per nascondere la verità.
Prendiamo ad esempio il termine “sicurezza”. Qualcuno, ingenuo come noi, pensa che un governo deve garantire la sicurezza quotidiana del popolo al cui servizio è stato eletto. Questo tipo di sicurezza esiste quando la gente ha una casa, un lavoro decoroso, un salario equo, può responsabilmente generare figli, è aiutata a educarli e istruirli, gode di un’informazione seria,
sa che i suoi diritti sono difesi da una polizia addestrata a proteggere la vita e da una magistratura indipendente, in caso d’infermità, invalidità, vecchiaia trova assistenza. I nemici da contrastare per avere questa sicurezza basilare sono attivi tutti i giorni e in tutte le società, comprese quelle dell’Occidente progredito. Si chiamano povertà, disinformazione, ignoranza, ruberie palesi e occulte, aggressioni, malattia, senescenza.
Di recente l’uomo ha inventato il sistema per garantire tale “sicurezza” e l’ha chiamato con il bel nome di welfare, “stato del benessere”. Peccato che il nostro governo veda solo i nemici esterni: la Russia, l’Iran, l’islam, i migranti, la Cina. Nemici di cui ingigantisce la pericolosità, per potere costruire armi sempre più sofisticate, micidiali e costose. Così lo “stato del benessere” ha finito per non contare niente. Non ci sono soldi! Bisogna aumentare le spese militari e portarle al 5% del PIL! Lo richiede la nostra “sicurezza”. Lo pretende Trump.
Parlando dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America non si può dimenticare una delle sue ultime invenzioni abbellita con la parola pace, ormai usata con i significati più diversi, sempre comunque lontani dall’accezione classica di Tranquillitas Ordinis.
Gli storici parlano di Pax Romana, Pax Hispanica, Pax Britannica, celando, dietro le espressioni altisonanti, la realtà tragica di aggressioni, genocidi, sfruttamento, schiavizzazione. Oggi naturalmente si parla di Pax Americana. E il Presidente Trump esige di essere salutato come l’eroe di questa Pace, da lui celebrata quotidianamente a suon di cannonate. All’inizio di quest’anno è uscito il suo “capolavoro”: il Board of Peace, l’organismo pensato per ridisegnare il futuro do Gaza e del Medio Oriente. A capo del Board, con poteri assoluti, lo stesso Trump, auto elettosi. I partecipanti e gli osservatori li ha scelti lui. Molti Stati, compresi quelli della UE, hanno rifiutato la nomina. Tra questi la Santa Sede. Interessanti i motivi del rifiuto, del tutto condivisibili. Il primo riguarda il rischio di emarginare ulteriormente, con l’iniziativa concepita nelle modalità trumpiane, le istituzioni multilaterali già esistenti.
Per il Vaticano, la gestione delle crisi internazionali e la promozione della pace debbono far capo all’Organizzazione delle Nazioni Unite. La diplomazia pontificia ha poi ribadito che ogni processo volto alla risoluzione dei conflitti, come quello che ha distrutto sistematicamente tutta la striscia di Gaza e decimato la popolazione palestinese, deve coinvolgere le popolazioni interessate e favorire la partecipazione, evitando approcci verticistici o unilaterali.
A noi interessano ovviamente le decisioni prese dal governo italiano. E’ stato l’unico in Europa che ha accettato di far parte del Board come osservatore. Motivo: un atteggiamento realistico di fronte all’assenza di altre soluzioni. Adattandosi dunque alla situazione, e facendo di necessità virtù, il nostro governo ha rinunciato a sostenere i diritti umani confermati dal Diritto Internazionale. Sicché qualcuno, più realista dei realisti, ha visto nella scelta dell’onorevole Meloni l’ennesimo atto di sottomissione a Trump, compiuto senza tener conto dell’articolo 11 della Costituzione italiana.
Sarebbe quanto mai opportuno che questa Assemblea, in nome del binomio “pace e giustizia” (tradotto nelle ACLI aretine nel più concreto “pace e pane”) esprimesse, come uno dei frutti del trovarci insieme a Camaldoli fucina da sempre di idee e di progetti, il dissenso più fermo sulle scelte di politica estera del nostro governo, in particolare sull’adesione al Board of Peace. Se ascoltati, potremmo forse perdonare alla Presidente Meloni di aver pubblicamente candidato Trump al Nobel per la Pace.
Noi appoggiamo con forza la proposta di assegnare il Premio Nobel ai Bambini di Gaza. La troviamo veramente ispirata dall’alto.
FRANCESCO PASETTO – Parroco, Filosofo, Aclista, Promotore e Fondatore della Carta della PACE di Camaldoli
Camaldoli, 20 Agosto 2026
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immagine articolo di Giordano Giacomini – Opera propria, CC BY-SA 3.0, “Camaldoli – Veduta”


