Laguna di Orbetello: dalla crisi a un ecosistema rigenerativo

 Laguna di Orbetello: dalla crisi a un ecosistema rigenerativo

Laguna di Orbetello: come trasformare la crisi di un ecosistema in un’infrastruttura che produce vita. Articolo di Giancarlo Busti, consulente ambientale, per L’Ecofuturo Magazine.

Le saline di Tarquinia erano uno di quei posti dove non vedevo l’ora di tornare ogni estate. Un bambino, il suo retino e un secchio dove piccole creature incolpevoli andavano incontro al proprio destino. Ora sono un’oasi protetta. Le vasche artificiali erano state costruite per produrre sale, ma dentro si era formata una vita che non aveva nulla di provvisorio. Cefali, anguille, pesciolini che chiamavamo “codagialla”, bivalvi, granchi, gamberetti, gambusie adattate all’acqua salmastra, raramente un martin pescatore e a periodi i fenicotteri costituivano un ecosistema che funzionava.

La stabilità dipendeva dal fatto che tutto quello che entrava, l’acqua, il Sole, il sale, veniva assorbito, trasformato oppure usciva dal sistema senza accumularsi. Naturale o artificiale, non faceva differenza.

Negli ultimi trent’anni ho frequentato costantemente la laguna di Orbetello e ho assistito a un assetto precario, con situazioni critiche che rientravano passata l’estate. Un rientro ogni volta ad un livello più basso, finché il sistema è entrato in deficit.

La risposta istituzionale al progressivo declino della laguna di Orbetello ha svelato il vero nodo della crisi: una frammentazione delle competenze. Quando il sistema è collassato nell’estate del 2024, per la seconda volta in meno di dieci anni, sotto il peso dell’ipertrofia algale e dell’anossia, la macchina amministrativa è rimasta ostaggio di una burocrazia fatta di continui passaggi di mano tra Regione e Comune, accordi ponte e attese di decreti centrali. Questa frammentazione ha di fatto azzerato il tempismo e la capacità di coordinamento, ignorando i dati che da anni lanciavano l’allarme. Persino il Consorzio istituito per la gestione della laguna è rimasto finora privo di una reale capacità operativa.

Lo stesso approccio ha portato ad intervenire più volte a partire dal 1994. Sono state installate idrovore alle foci di Nassa e Fibbia per immettere forzatamente acqua marina, con l’obiettivo di portare il livello a venti centimetri sopra quello del mare. Si sono raccolte tonnellate di macroalghe e rimossi reflui eutrofizzanti. Interventi diversi, spesso efficaci su singoli aspetti ma che hanno lasciato invariata la struttura delle criticità, le classiche “pezze” incapaci di incidere minimamente sulla direzione o di risolvere il problema che non è locale, ma si annida nel funzionamento complessivo.

Il complesso del territorio

Anche la logica che giustificherebbe progetti come quello, bocciato, delle torri eoliche di San Donato sulle colline dietro Orbetello, non può funzionare. Lo cito perché racconta bene una mentalità che si ripete: un progetto pensato per estrarre una risorsa (il vento) e portarla altrove, senza che il territorio che lo ospita riceva nulla in cambio. Non parlo di energia, che pure sarebbe uno scambio sacrosanto, ma di equilibrio e sostenibilità.

Bisogna cambiare direzione. Il problema non è la singola infrastruttura ma il modo in cui un territorio viene considerato nel suo insieme. Un territorio non è uno spazio neutro. Ha già un suo bilancio interno e se è già in deficit, ogni nuova operazione rischia di ampliare lo squilibrio. Allora non basta più parlare di energie rinnovabili. Queste energie entrano nel sistema come semplice prelievo oppure come fattore di riequilibrio?

Ho tradotto il principio in una proposta di intervento condivisa con la Regione Toscana dopo un incontro nel giugno 2025. La Regione ha risposto in modo positivo indicando come sede naturale per valutarla il Consorzio che la legge 11 del 2025 ha istituito per la gestione della laguna, un ente che in quel momento doveva ancora nascere. Una serie di interventi, pensati per lavorare in sinergia, resta per ora una proposta, non un progetto approvato, in attesa di governance. Solo sostituendo la frammentazione con una responsabilità decisionale chiara, gli interventi tecnologici descritti di seguito possono smettere di essere isolate “pezze” d’emergenza e diventare componenti strutturali del metabolismo lagunare. Riassumo brevemente gli elementi portanti della struttura che ho pensato.

L’impianto fotovoltaico galleggiante ne è un’applicazione diretta: non produce solo energia, riduce l’irraggiamento diretto, abbassa la temperatura dell’acqua e limita le condizioni che favoriscono le fioriture algali. Produzione energetica e regolazione ecologica diventano due effetti dello stesso dispositivo. Deve essere un intervento calibrato sulle esigenze di creare spazi ombreggiati e protetti per la fauna ed energia a servizio della laguna in zone periferiche o da bonificare, portando ulteriore valore aggiunto.

Ossigeno necessario

Lo stesso vale per le fontane di ossigenazione: sei getti ad alta portata ispirati al Jet d’Eau di Ginevra. Si potrebbe obiettare che si tratti di un intervento meramente estetico, ma le fontane sono in realtà componenti attive del bilancio idrico e servono a ossigenare l’acqua nei momenti critici. Si alimentano nei momenti di massimo irraggiamento solare, quando la produzione fotovoltaica è più alta e la laguna entra più facilmente in sofferenza termica. Così la produzione elettrica sostiene il fabbisogno ambientale, invece di entrarci in conflitto.

Gli impatti reali sull’ecosistema, come il tasso di evaporazione o gli effetti sul benthos (fondale acquatico), rimarranno aperti a verifiche scientifiche costanti, permettendo di rimodulare o depotenziare gli interventi se i sensori dovessero rilevare risposte negative dell’ambiente. 

Le alghe, oggi segno più evidente dell’instabilità, diventano materia prima: un flusso da reinserire nel sistema energetico tramite l’HTC, un trattamento ad alta temperatura per matrici ad alta salinità che trasforma l’accumulo in biocarbone. Un modo rapido per trattare anche grandi volumi di alghe rendendole immediatamente riutilizzabili. Oltretutto sono impianti che possono essere usati anche per il trattamento degli sfalci vegetali ottimizzandone l’impatto sul territorio.

Uno dei problemi principali della laguna sono i sedimenti che si sono accumulati negli anni abbassando progressivamente la profondità media dell’intero specchio d’acqua. Alcuni sedimenti contengono sicuramente sostanze inquinanti provenienti dalla ex SITOCO, la fabbrica di fertilizzanti, e quindi l’unico sistema che si può utilizzare è l’eco-dragaggio selettivo. La logica è la stessa: rimuovendo i sedimenti per depressione, senza toccare il fondale, questa tecnologia cura l’ecosistema invece di aggredirlo. La frazione organica si processa come le alghe, la parte minerale riequilibra la morfologia del fondale: anche qui un costo diventa parte di un ciclo.

Il granchio blu, specie invasiva già apparsa in laguna, merita una considerazione a parte perché rende un’idea concreta del quadro, anche se non si tratta di una “tecnologia”. Trasformarlo in una risorsa commerciale permanente rischierebbe di incentivare la presenza della specie pur di mantenere vivo il mercato, ma funziona benissimo come strumento transitorio di contenimento. Il progetto attiva i pescatori come “sentinelle ambientali”: chi cattura il granchio segnala luogo, quantità e dimensioni delle catture. Questi dati, incrociati con quelli di una nuova rete di sensori locali chimico-fisici, potranno essere studiati da un ente di ricerca per mappare l’invasione e bloccarla sul nascere, trasformando Orbetello in un laboratorio scientifico e definendo un protocollo di intervento d’emergenza valido per tutte le specie aliene invasive.

In questo modo cambia il rapporto tra tecnologia e territorio: le infrastrutture non vanno più installate in un ambiente, vanno costruite dentro il suo metabolismo. Un sistema così migliora anche la qualità del lavoro, la stabilità della pesca, la resilienza delle attività turistiche e agricole. Effetti sistemici diretti che diventano strutturali all’interno di un investimento di salvaguardia e di utilità pubblica, il cui rendimento si misura in termini di resilienza ecologica, ripristino della biodiversità e stabilità sociale del territorio.

Il collasso del 2024 ha avuto un impatto economico reale difficilmente quantificabile, tra pesci morti e danni prolungati a pesca e turismo. Solo per il primo intervento d’emergenza la Regione Toscana ha impegnato circa un milione di euro tra smaltimento del pesce e ristori alle attività. Successivamente i fondi sono stati aumentati. Per il comparto turistico non ci sono stime ufficiali ma di fatto le spiagge dei tomboli hanno perso la loro attrattiva a causa dei cattivi odori e della enorme quantità di moscerini. Restano fuori il valore delle biodiversità perduta, il mancato ripopolamento della laguna, la riduzione dei servizi ecosistemici e il rischio sempre presente che questi eventi diventino sempre più frequenti. È proprio questa parte invisibile del bilancio a rendere conveniente la prevenzione, anche quando gli interventi strutturali richiedono investimenti iniziali elevati.

Ho scritto in altri testi che l’ambiente è la base fisica dei processi economici, non un vincolo esterno, ma la prima infrastruttura da cui dipendono tutte le altre. Significa che ogni intervento sul territorio non può essere valutato soltanto in termini di costo immediato o di ritorno economico diretto, ma anche per la sua capacità di mantenere la continuità dei processi biologici che rendono possibile qualsiasi attività umana. Nel caso della laguna, implica misurare la qualità dell’intervento su ciò che preserva nel tempo: stabilità ecologica, resilienza delle specie, funzionamento idrico e continuità delle attività produttive locali.

Una laguna fortemente modificata dall’uomo non può più essere lasciata alla sola capacità di autoregolazione. Bisogna prendere atto che il sistema è diventato ibrido e che, come tale, richiede una gestione continua e adattiva. In questo senso i moduli tecnologici non sono soluzioni definitive, ma strumenti reversibili, sottoposti a controllo costante.

Uscendo dalla logica dell’emergenza, si può allora immaginare un modello in cui produzione energetica e tutela ambientale non si trovano più in opposizione, ma si alimentano reciprocamente. Rimettere in funzione i cicli naturali che l’antropizzazione ha interrotto è esattamente quello che dovrebbe fare un progetto energetico rigenerativo, invece di aggiungere altra tecnologia sopra un equilibrio già compromesso.

Giancarlo Busti – contatti: giancarlobusti@hotmail.com

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Laguna di Orbetello

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