Il tessuto-non-tessuto è usato da tutti, ma è sconosciuto ai più

 Il tessuto-non-tessuto è usato da tutti, ma è sconosciuto ai più

Il tessuto-non-tessuto è usato da tutti, ma è sconosciuto ai più. Articolo a cura di Marco Benedetti, vicepresidente Ass. Chimica Verde Bionet, R&D manager Green Evolution.

Esiste un altro mondo che impiega materie prime tessili, ma che non risuona altrettanto familiare al grande pubblico rispetto a quello della moda, quest’ultima al centro dell’attenzione dell’UE, che promuove l’introduzione di un passaporto digitale per i prodotti destinati ai consumatori. Parliamo del settore dei tessuti-non-tessuti TNT (nonwovens in inglese).

Ne entriamo in contatto ogni giorno, spesso senza accorgercene, in modo distratto, occasionale o persino indispensabile. I più familiari per noi cittadini comuni sono le salviette e i fazzoletti monouso, asciutti o imbevuti, utilizzati sia per le persone sia per gli animali domestici. Ma rientrano in questa categoria anche le spazzole cattura-polvere, i panni per pulire i vetri, che siano chiaramente in fibre tessili o nascosti tra strati di materiale sintetico, come il finto “camoscio” per la pulizia dell’auto. Lo sono i tovaglioli monouso nei ristoranti, le tovagliette che assorbono la goccia di vino caduta per sbaglio e molti altri prodotti che spesso scambiamo per carta, ma che in realtà carta non sono. Lo sono anche i componenti a contatto con la pelle degli assorbenti femminili e dei pannolini per bambini e anziani.

Per chiarezza. La carta è generalmente prodotta da polpa di cellulosa ricavata dagli alberi, a volte quella apparentemente più grezza (ma più preziosa) è mescolata con fibre tessili, come il cotone, per ottenere una qualità più pregiata. I tessuti-non-tessuti, invece, sono composti da fibre tessili di varia origine. Vegetale, come cotone e canapa. Proteica, come lana e seta. O artificiale, derivata da foreste “coltivate”, come la cosiddetta viscosa (tecnicamente rayon o lyocell). A queste, si aggiungono le fibre sintetiche di origine petrolifera, come poliestere, polipropilene, poliammide (nylon) e polietilene che, a differenza delle altre, non sono né biodegradabili né compostabili.

Le troviamo all’interno dei nostri vestiti, sotto forma di ovatte termoregolatrici nei capi invernali e sui nostri letti. Sono impiegate anche come rinforzo per i colletti delle camicie e come rivestimento interno di molte borse, comprese quelle delle grandi firme. Le usiamo come contenitori, per esempio nelle buste che sembrano tessuto (ma non lo sono) che ci vengono consegnate dopo un acquisto, specialmente nei negozi di abbigliamento di lusso. E ancora, le ritroviamo nei poggiatesta degli aerei e in molti altri oggetti di uso quotidiano.

Conoscenza da virus.

Dovremmo sapere che cosa sono, anche perché tutti abbiamo avuto i TNT a diretto contatto con la pelle durante il periodo del Covid. Le mascherine, se ben realizzate, erano composte da tre strati con funzioni protettive differenziate. Peccato che, una volta usate, non sempre siamo stati in grado di smaltirle correttamente—ma questa è un’altra, dolorosa, questione. Infine, esistono tessuti-non-tessuti con caratteristiche tecniche e tecnologiche di grande rilevanza, fondamentali per il loro utilizzo in diversi contesti. Li troviamo in sala operatoria e negli studi dentistici ma anche in applicazioni più discrete e protettive specialmente sui mezzi pubblici. Sono impiegati anche per la protezione delle divise dei vigili del fuoco e dei militari, oltre che nelle nostre case, nelle coperte di sicurezza ignifughe realizzate con fibre artificiali altamente performanti: ritardanti o resistenti al fuoco.

La produzione dei tessuti-non-tessuti si basa su un insieme di processi, spesso molto sofisticati. Un esempio è l’hydroentanglement process, utilizzato per la realizzazione di salviette monouso e filtri tecnici. In soli 50-70 metri di linea produttiva, le fibre entrano e vengono coese grazie a potenti getti d’acqua ad alta pressione, che viene poi recuperata, filtrata e reimmessa nel ciclo produttivo. Il risultato è un prodotto finito, arrotolato per ulteriori lavorazioni — come la trasformazione in pacchetti di salviette — o addirittura confezionato direttamente in linea. Il tessile monouso, per sua natura deve avere un costo contenuto proprio perché destinato a essere riprodotto continuamente.

È un bene o un male? La verità è che non possiamo farne a meno, se non imparare a utilizzarli in modo più consapevole. In alcuni casi, come per i tessuti delle mascherine, il processo produttivo prevede la fusione di polimeri plastici (PET o PP), che vengono estrusi in migliaia di sottili filamenti che si dispongono in modo casuale su un piano e, una volta raffreddati, formano l’intreccio di fibre che percepiamo al tatto. Si tratta di un settore industriale e tecnologico in continua evoluzione, con previsioni di crescita secondo tutti i principali istituti di ricerca e associazioni di produttori. Sebbene il mercato stia attraversando una fase di rallentamento in Italia, si tratta di una tendenza temporanea. La domanda continua ad aumentare non solo nei paesi emergenti, come l’India, ma anche in Europa, mentre gli Stati Uniti restano i maggiori consumatori a livello globale.

Secondo gli analisti, il mercato globale del tessuto-non-tessuto ha superato i 58 miliardi di dollari, con previsioni di ulteriore crescita per quest’anno (straitresearch.com). Tuttavia, solo gli addetti ai lavori sembrano avere una reale percezione del peso effettivo delle materie prime consumate annualmente. A fronte di una produzione globale di 130 miliardi di kg di fibre tessili all’anno — di cui 65 miliardi solo di poliestere (PET) — i dati disponibili al grande pubblico si limitano quasi esclusivamente al valore economico del settore, espresso in milioni di dollari. La quantità di materia prima effettivamente impiegata, invece, resta spesso un’informazione poco accessibile.

Raccolta da creare.

Ciò che resta più difficile da prevedere è come avviare una raccolta e uno smaltimento realmente sostenibili per l’ambiente, anche in Italia. Basta camminare lungo un sentiero di montagna per rendersene conto. Prima o poi ci si imbatte in fazzoletti abbandonati ai bordi del percorso o nascosti tra la vegetazione. Quello che molti non sanno è che questi prodotti contengono una percentuale di fibre sintetiche non biodegradabili, che ne rallentano drasticamente la decomposizione. Un dettaglio che il consumatore ignora, perché raramente indicato in modo trasparente. Manca una normativa che imponga di indicare chiaramente la composizione del prodotto sull’imballaggio, lasciando questo onere al buon cuore del produttore. Questo è in contrasto con la composizione chimica delle soluzioni rinfrescanti, detergenti o aspergenti che, essendo costituite per oltre il 90% da acqua, devono essere per legge dichiarate, proprio per prevenire il rischio di reazioni allergiche.

Lo stesso discorso vale per i pannolini monouso dove, ad oggi, solo un produttore internazionale (Huggies) tra i pochi orientati verso l’uso di materie prime più sostenibili, pubblica chiaramente la lista dei materiali che li compongono. Questi pannolini sono una stratificazione di materiali plastici non biodegradabili e fibre cellulosiche naturali, come il fluff. Tuttavia, per legge, l’unico materiale di cui è prevista l’indicazione di smaltimento è l’imballaggio esterno… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE

Leggi anche Fibre tessili: le alternative a quelle ricavate dal petrolio

Redazione

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