Guerra: disastro climatico ed ecologico
Intervento di Pietro Cambi, Aspo Italia, per la sessione “Guerra: disastro climatico ed ecologico” di Ecofuturo Festival 2026
Comincio da un oggetto e da un numero. L’oggetto è un proiettile da 155 millimetri, modello M107, ghisa militare, standard NATO dal dopoguerra. Il numero è il suo costo di produzione: circa duemilacinquecento euro. Per duemilacinquecento euro: un colpo da 155. Lo sparate, vola qualche secondo, esplode, lascia un cratere. Fine.
Per gli stessi duemilacinquecento euro, oggi in Italia, si installano 2 kW di pannelli fotovoltaici. In Toscana producono cinquantamila kilowattora nei prossimi venticinque anni — il fabbisogno elettrico di una famiglia per quasi vent’anni. Venti tonnellate di CO₂ non emesse
Ma il proiettile, quando esplode, non si esaurisce nel cratere. Lascia un’eredità chimica che dura decenni. Sette chili di TNT di cui una frazione non brucia mai. Metalli pesanti — piombo, antimonio, rame, zinco. PM2.5 che il vento porta a chilometri. Nitroaromatici cancerogeni — RDX, HMX, perclorati — che persistono nel suolo e si infiltrano nelle falde. Un tasso di munizioni inesplose che in combattimento supera il dieci per cento.
Studi sui poligoni NATO trovano contaminazione in tutti i siti misurati. Sul saliente di Ypres, un secolo dopo la Grande Guerra, i contadini ancora oggi raccolgono ferro e veleni insieme alle barbabietole. In Ucraina, milioni di ettari di terre nere — le più fertili d’Europa — sono già compromessi.
Quel proiettile non produce dunque solo un cratere e qualche chilo di CO₂. Produce un’area di terreno e d’aria danneggiate per decenni, una traccia di metalli pesanti e cancerogeni nella catena alimentare. È il significato pieno del titolo di oggi: disastro climatico ed ecologico.
Sono fisicamente la stessa cosa, generate dallo stesso oggetto. Stessa cifra, duemilacinquecento euro, due esiti opposti. Eppure i primi li chiamiamo “investimenti per la difesa”, i secondi “costi della transizione”. Non è semantica: è un errore contabile. Un investimento produce valore nel tempo. Un costo lo distrugge. Il fotovoltaico è investimento. Il proiettile è costo. La contabilità nazionale li registra all’incontrario per ragioni storiche, non economiche.
C’è di peggio. Quel proiettile, una volta prodotto, esiste. Va stoccato, sorvegliato, e a fine vita smaltito — operazione costosa e politicamente impopolare, in competizione di bilancio con i nuovi acquisti. La via meno onerosa è trasferirlo a un alleato in guerra: politicamente premiato, contabilmente gratuito, risolve la passività.
Una quota significativa dei colpi forniti dagli USA all’Ucraina nei primi due anni erano vicini al fine shelf life. You use them or you lose them. L’Ucraina, fra le altre cose, è stata il piazzale di demilitarizzazione degli arsenali NATO. Una munizione, dal momento in cui esiste, genera pressione strutturale al proprio impiego. Il colpo ha già fatto la guerra dal momento in cui esce dalla fonderia.
Applicate la stessa logica al sistema energetico. Ogni gasdotto, ogni terminale GNL, ogni centrale a carbone riaccesa — una volta che esistono, pretendono di essere ammortizzati. Diventano lobby di se stessi. Armi e fossili condividono la stessa grammatica: l’irreversibilità per sunk cost. Si tengono insieme strutturalmente, non per metafora.
Qualche numero. Le forze armate del mondo pesano per circa il cinque e mezzo per cento delle emissioni globali — stima SGR/CEOBS, COP27. Se fossero uno Stato, sarebbero il quarto emettitore mondiale, davanti alla Russia. Per ordine di grandezza: è quanto tutti i camion commerciali del pianeta messi insieme. Quasi il doppio dell’intero traffico marittimo mondiale, che vale circa il tre per cento. Metà di tutte le automobili private del pianeta, che ne valgono dieci-undici. Eppure non compare in nessun inventario UNFCCC: a Kyoto, nel 1997, gli Stati Uniti pretesero e ottennero l’esclusione, e l’Accordo di Parigi l’ha mantenuta.
Chiediamo a ogni cittadino europeo di elettrificare l’utilitaria, e regaliamo l’esenzione contabile a chi guida un carro armato. È un trucco di partita doppia mai dichiarato. E dopo il 2022 abbiamo per giunta sostituito il gas russo via tubo con GNL ad alta intensità carbonica: la guerra ha riscritto la traiettoria energetica europea in peggio.
Ed ecco perché ASPO è in un panel sulla guerra. La nostra tesi storica è semplice: le risorse fossili convenzionali hanno superato il picco, e ogni nuova guerra corre lungo le faglie del petrolio e del gas. Il Golfo, l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Ucraina, oggi il Mediterraneo orientale. Non è un caso, è una statistica.
Ma c’è un’avvertenza scomoda anche per il movimento ambientalista: la transizione, da sola, non risolve la conflittualità — la sposta. Rame, litio, cobalto, terre rare sono concentrati in pochissimi paesi. Una transizione che riproduce l’abbondanza per tutti sposta soltanto il fronte. Una transizione davvero pacifica deve accettare la sufficienza.
E vengo alla conclusione. Readiness 2030: ottocento miliardi di euro europei di spesa militare aggiuntiva. NATO 2025: obiettivo cinque per cento del PIL militare entro il 2035 — per l’Italia, decine di miliardi all’anno in più. La BEI stima che la transizione europea richieda investimenti aggiuntivi nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno: cifra che manca cronicamente, e che coincide con l’ordine di grandezza dirottato adesso sul riarmo.
Non possiamo spenderli per entrambe le cose. La transizione è un’impresa cooperativa per natura: catene globali stabili, accordi sui materiali critici, infrastrutture transfrontaliere. La guerra impone l’opposto: autarchia, riarmo, frontiere chiuse. Direzioni perfettamente opposte. La scelta che l’Europa sta facendo, e che l’Italia sta facendo in silenzio, è quella sbagliata.
Pace climatica e pace fra Stati sono lo stesso problema. Entrambe minacciate dalla stessa grammatica: il proiettile e il gasdotto come due facce dello stesso lock-in. O rompiamo questa grammatica in entrambi i domini, oppure perdiamo entrambe le partite.
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