Geotermia e biogas per stabilizzare le reti elettriche

 Geotermia e biogas per stabilizzare le reti elettriche

La geotermia e il biogas sono in grado di stabilizzare e fornire servizi alle reti elettriche. Articolo di Fabio Roggiolani, cofondatore di Ecofuturo.

Un panel di Ecofuturo Festival, dal titolo “Geotermia e biogas: il nucleare rinnovabile per reti stabilizzate” (clicca qui per il video della sessione) non poteva essere più attuale. Siamo in pieno shock mediatico per il blackout che ha colpito la penisola iberica, del quale – con sorprendente superficialità – si è data la colpa alle fonti rinnovabili. Vale la pena ricordare che, negli ultimi trent’anni, nel mondo occidentale si sono verificati almeno una dozzina di blackout di portata simile, quando ancora le rinnovabili non erano affatto diffuse, né potevano essere additate come responsabili.

In realtà, i blackout si verificano principalmente per squilibri improvvisi tra domanda ed erogazione di energia, che non lasciano alle reti il tempo di reagire. Questi squilibri si propagano rapidamente, causando il distacco progressivo di tutte le fonti di produzione, ad eccezione, paradossalmente, delle rinnovabili in configurazione “a isola”, supportate da sistemi di accumulo, soluzioni ancora poco diffuse.

Le prime a entrare in crisi durante un blackout sono, guarda caso, le centrali nucleari. Una volta messe in stand-by, il loro riavvio richiede tempi lunghi e complessi: è necessario ristabilire prima il loro funzionamento per evitare ulteriori disservizi, rallentando così la ripresa dell’intero sistema. L’esatto contrario della flessibilità. Sono come le auto elettriche, pur avendo una batteria potente, se va in panne la batteria di servizio non possono ripartire.

In uno scenario alimentato al 99% da fonti rinnovabili, è fondamentale che una parte di queste sia continua – o resa tale – per garantire la stabilità del sistema. Le rinnovabili continue per eccellenza sono la geotermia e il biogas che, grazie alla possibilità di realizzare migliaia di impianti di piccola taglia (1-2 MW per il biogas) o media taglia (5-30 MW per la geotermia), possono costituire l’ossatura della continuità energetica rinnovabile.

L’incredibile ostilità allo sviluppo della geotermia a impatto zero – con reiniezione totale dei fluidi – è stata riportata dal Prof. Giuseppe De Natale. Un combinato di interessi contrari alla transizione, rappresentato da Enel, da sempre opposta all’adozione di nuove tecnologie che estenderebbero l’area di utilizzo della geotermia ben oltre le classiche zone vulcaniche, e dai comitati, che noi definiamo “annientalisti” e che hanno imputato senza alcuna evidenza scientifica alla tecnica della reiniezione un rischio sismico peraltro mai registrato a livello globale con questo tipo di impianti, è riuscito a paralizzare in Italia ogni sviluppo.

Ma il mondo non si è fermato ai nostri psicodrammi. In pochi anni sono stati installati oltre 10.000 MW di impianti geotermici a reiniezione, molti dei quali sfruttano proprio tecnologia e componentistica italiane – ironia della sorte. Così, l’Italia, patria storica della geotermia è scivolata dal primo posto occupato vent’anni fa all’ottavo nella classifica mondiale.

Geotermia da manuale.

Il caso dei Campi Flegrei è emblematico e meriterebbe di essere studiato nei manuali. In vaste aree del sottosuolo campano – così come in zone del Viterbese e del comprensorio euganeo – si rilevano temperature superiori ai 100 °C già a poco più di 100 metri di profondità capaci di alimentare piccoli impianti ORC (Organic Rankine Cycle), in grado di generare tra gli 80 e i 110 kW di energia elettrica, oltre a diversi megawatt termici.

Una risorsa straordinaria che il mondo ci invidia e che da noi è stata bloccata dalla irragionevolezza di politici, anche Verdi e del PD, che governa la Campania ed imitato dalla destra che governa il viterbese. Tutti accomunati dalla stessa idea: «i pozzi potrebbero risvegliare il vulcano dormiente» o «aumentare il bradisismo e la sismicità». Una tesi del tutto infondata e scientificamente insostenibile. Nessun pozzo geotermico profondo, nemmeno di 5.000 metri, è mai stato in grado di “svegliare” un vulcano. Figuriamoci piccoli pozzi di appena 100 metri.

Paradossalmente, proprio in questi giorni uno studio – condotto sia a livello nazionale sia negli Stati Uniti – suggerisce esattamente il contrario: un fitto reticolo di pozzi geotermici potrebbe aiutare a mitigare il bradisismo nei Campi Flegrei poiché il sollevamento del suolo non sarebbe causato dal magma, bensì da enormi accumuli di vapore. I pozzi geotermici a reiniezione non alterano in alcun modo l’equilibrio del sottosuolo, ma possono proiettare l’Italia decisamente verso un futuro rinnovabile.

Nel corso del panel, gli interventi di Stefano Ciafani (presidente di Legambiente), Emanuele Gesù (presidente del settore Greenture di Snam), Riccardo Bani (presidente di ARSE), Bruno della Vedova (presidente UGI) e Alessio Calvetti (Idrogeo) hanno confermato questa visione, aggiungendo due elementi chiave per completare il quadro. Il primo, riguarda il biometano che potrebbe svolgere una funzione di stabilizzazione della rete elettrica. Attraverso l’installazione di cogeneratori medio-piccoli – collegati alla rete del metano e distribuiti cabina primaria per cabina primaria – si può creare un capacity market diffuso, capace di attivarsi in risposta agli squilibri locali della rete. Un modello perfettamente in linea con lo spirito delle Comunità Energetiche Rinnovabili e con la necessità, ormai urgente, di allacciare quante più pompe di calore possibili, geotermiche o ad aria, per decarbonizzare anche il riscaldamento e la cucina.

Distribuire in piccolo.

La presentazione del primo piccolo distributore mobile di BIO-GNL (clicca qui per il video della presentazione), rappresenta una dimostrazione concreta di come un sistema basato al 99% su fonti rinnovabili, supportato dalla rete del metano per la stabilizzazione, possa rendere l’Italia del tutto immune dal “virus nucleare”. Ovviamente per vincere la sfida e abbattere i costi energetici del Paese è però fondamentale liberalizzare l’uso delle sonde e dei pozzi di scambio geotermico.

Il secondo, l’esempio portato da Alessio Calvetti – con pozzi realizzati persino all’interno del complesso monumentale di Santa Croce a Firenze – dimostra in modo inequivocabile che la geotermia a bassa entalpia è sicura e non altera in alcun modo l’equilibrio, nemmeno in contesti di alto valore storico e artistico. Una risorsa, quindi, che deve essere incentivata e liberalizzata. Lo ha ribadito Riccardo Bani, presidente di ARSE e CEO di Veos, evidenziando l’importanza delle applicazioni diffuse della geotermia, come il teleriscaldamento e i cosiddetti “tubi freddi” che consentono di superare la necessità di pozzi e sonde puntuali perché moltiplicano l’efficienza energetica delle pompe di calore aumentando del 600 % il risparmio di energia rispetto al gas (la più “efficiente” delle inefficienti fossili).

Ecco, dunque, come le rinnovabili continue – come geotermia e biogas – integrate con storage di ogni tipo, sistemi di pompaggio idroelettrico e cogenerazione diffusa, possono realmente traghettare l’Italia fuori dall’era delle fonti fossili, costose e pericolose, consentendo di dimezzare i costi energetici nazionali e liberando risorse per famiglie, imprese e territori. Per non inchinarsi al rigido totalitarismo nucleare… CONTINUA A LEGGERE SU L’ECOFUTURO MAGAZINE

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Redazione

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