Eternit Bis, chiamati a testimoniare Draghi e Landini

Eternit Bis. Proseguiamo con la riproposizione di articoli di Silvana Mossano sulla vicenda legata all’amianto nel sito Eternit di Casale Monferrato, in riferimento al processo Eternit-Bis. Articolo del 20 luglio 2021.

La lista dei testimoni e consulenti, che i difensori vogliono esaminare all’Eternit Bis, è «sovrabbondante». L’elenco di oltre 120 pagine va sfrondato, altrimenti il processo rischia di essere interminabile: la procura lo ha fatto presente alla Corte d’Assise di Novara. E’ vero che gli stessi nomi sono talora ripetuti nei vari capitoli, in cui vengono indicati i temi su cui ciascuno è chiamato a rispondere; ed è vero che sono presenti, tra i citati, anche persone già morte. Ed è pure vero che lo stesso avvocato Guido Carlo Alleva (che, insieme ad Astolfo Di Amato, difende l’imputato Stephan Schmidheiny) ha ammesso che non sarà facile rintracciare tutti. E quindi «la lista si ridurrà in maniera ragionevole». Ma sono sempre diverse centinaia.

Salvo rinunce da parte dei difensori, anche Mario Draghi, in qualità di premier pro tempore, riceverà la convocazione a testimoniare. In quanto la presidenza del Consiglio dei ministri è parte lesa, costituita parte civile. E così Maurizio Landini, segretario nazionale della Cgil, e Franco Bettoni, presidente nazionale Inail.

Alcuni criteri per sfrondare la lista li ha indicati la Corte d’Assise. Avanti alla quale l’imprenditore svizzero, ultimo patron di Eternit in vita, è chiamato a rispondere dell’omicidio volontario, con dolo eventuale. Parliamo di 392 casalesi morti a causa dell’amianto. 63 sono ex lavoratori dello stabilimento di Casale, 329 sono cittadini che si sono ammalati a causa di una «esposizione incontrollata alla fibra, a tutt’oggi perdurante». Come è scritto nel capo di imputazione letto ieri (lunedì 19 luglio), dopo che il presidente della Corte, Gianfranco Pezone, ha dichiarato aperto il dibattimento. Un’esposizione che ha coinvolto anche «fanciulli e adolescenti durante le attività ludiche» precisa la pubblica accusa sostenuta dai pm Gianfranco Colace e Maria Giovanna Compare. E ancora: un’esposizione attribuita alla «condotta imprenditoriale dell’imputato, per un decennio (1976-1986, ndr) di effettiva direzione e gestione di impresa», che «si avvalse sistematicamente di un esperto di comunicazione per allontanare da sé i sospetti e occultare le proprie responsabilità». Anzi, l’imputato «ha rasserenato la collettività con notizie infondate», promuovendo una metodica «opera di disinformazione» sulla reale pericolosità e cancerogenicità dell’amianto.

La lettura del capo di imputazione ha richiesto dodici minuti d’orologio, la maggior parte dei quali cadenzati dal rintocco doloroso dei 392 nomi. Che non sono solo nomi: ognuno ha una sua storia, una metamorfosi spaventosa e pressoché istantanea da una vita piena di progetti alla diagnosi-mostro. E adesso a chi resta, in quell’elenco di affetti tranciati, toccherà anche l’onere e la sofferenza di dimostrare che è stato proprio il mesotelioma ad annientare i loro cari. E non un indefinito accidente qualsiasi nelle mani delle mitologiche Parche detentrici del destino degli uomini.

La procura, dopo aver elencato testimoni e consulenti che intende ascoltare, ha lamentato la prolissità dell’elenco presentato dalla difesa. E la Corte ha dunque stabilito qualche paletto. I pm hanno chiesto di interrogare anche Schmidheiny. Se si sottoporrà all’interrogatorio (così come lo hanno sollecitato i legali di parte civile), ma è improbabile che ciò avvenga. La difesa, a precisa domanda del presidente Pezone, ha risposto: «No, noi non chiediamo l’esame dell’imputato».

Per ogni cosiddetto «capitolo di prova», i giudici hanno ammesso un numero preciso di testi e di consulenti. In particolare per quanto riguarda i famigliari delle vittime non più di due eredi per ciascuna. Che, moltiplicato per 392, fa comunque poco meno di 800 persone. «Ma ad alcuni potremmo rinunciare» hanno anticipato i legali dell’imputato. Insomma, il numero resta ancora in sospeso, anche se aleggiano auspicio e convinzione che si proceda a ulteriori limature.

Nel frattempo, la Corte ha dato disposizione che il consulente indicato dalla difesa sia autorizzato a eseguire l’analisi dei reperti biologici delle vittime. «Non ci è stato concesso di accedervi» aveva lamentato l’avvocato Alleva. Documentando una sequenza di richieste senza esito. La Corte ha stigmatizzato questo «black out», sottolineando che «la difesa ha diritto di svolgere gli accertamenti tecnici con i propri consulenti al pari di quanto già hanno fatto gli esperti della procura». Naturalmente, ha osservato il presidente, «quei preparati (i cosiddetti «vetrini», che sono «corpo di reato» del processo) non possono essere asportati dal luogo in cui sono custoditi (la sezione di polizia giudiziaria della procura di Torino, ndr)». Pertanto, l’esame dovrà essere effettuato sul posto e con la garanzia che venga rispettata la totale integrità dei reperti. Anche con la presenza di adeguata sorveglianza e, secondo l’indicazione di Pezone, alla presenza dei consulenti della procura. Il lavoro di analisi richiederà circa tre mesi.

Nel frattempo, però, il processo va avanti. La prossima udienza è il 13 settembre.

La procura porterà i primi testimoni davanti all’Assise. Si parte con Nicola Pondrano, ex dipendente dell’Eternit di Casale e poi esponente sindacale che, insieme a Bruno Pesce (chiamato a un’udienza successiva), ha condotto le prime vertenze sindacali e, via via, le successive battaglie, portate avanti poi con la fondazione di Afeva (Associazione famigliari e vittime amianto).

Rigettate invece altre eccezioni avanzate dai legali dell’imputato.

La traduzione degli atti dall’italiano al tedesco è ritenuta inadeguata e non comprensibile? Secondo la Corte, invece, «è ragionevole che l’imputato abbia compreso» la portata dell’accusa. Tanto più che, nel ruolo del difensore di fiducia (e Stephan Schmideiny ne ha almeno due), c’è anche «un puntuale compito informativo al proprio assistito». Soprattutto sulle questioni più tecniche. «L’approssimazione della traduzione o gli errori lamentati non vanno a inficiare gli atti». Pertanto, la richiesta di nullità della difesa è stata rigettata.

E analoga risposta è stata data sulla questione del «ne bis in idem». Ossia l’impossibilità di giudicare due volte una persona per il medesimo fatto, prospettata dall’avvocato Di Amato. «I casi di lesioni e di morti nell’altro processo (Eternit Uno, ndr) non sono stati oggetto di specifica contestazione e approfondimento» ha rilevato il presidente Pezone. Tanto è vero che gli elementi di prova per l’allora ipotizzato reato di disastro doloso sono stati fondati, in quel caso, soprattutto «su indagini epidemiologiche che riguardavano gruppi di persone e non singoli individui». Quindi, «la tesi difensiva non convince – ha concluso la Corte d’Assise – e va respinta l’avanzata richiesta di improcedibilità». [quarta udienza]

Link articolo originale blog Silvana Mossano

Redazione

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