Africa plastic free: il caso del Burkina Faso

 Africa plastic free: il caso del Burkina Faso

Strategie e progetti per liberarsi dalla plastica: il caso del Burkina Faso. Articolo di Michele Dotti, direttore “L’Ecofuturo Magazine”.

Per chi, come me, torna in Africa da diversi decenni, è stato davvero impressionante assistere alla progressiva invasione delle buste di plastica trasportate dal vento e disseminate ovunque dalle città alle campagne, fino a creare paesaggi surreali e inquietanti. Ho fatto un riferimento specifico alle buste, perché parlare genericamente di plastica sarebbe fuorviante. Un secchio riutilizzato per anni è ben diverso da un sacchetto usa e getta! Negli ultimi decenni, in Africa, la plastica è diventata un simbolo ambiguo di progresso e distruzione. Da un lato, la sua versatilità l’ha resa indispensabile in numerosi settori. Dall’altro, il suo impatto devastante sull’ambiente, sulla salute umana e sulla fauna ha sollevato allarmi crescenti.

Finalmente, l’urgenza di affrontare l’inquinamento da plastica inizia a essere riconosciuta, e alcuni governi stanno adottando misure coraggiose. Tra questi, il Burkina Faso, che ha recentemente vietato la produzione e l’importazione di sacchetti di plastica non biodegradabili, compiendo un passo cruciale per la tutela del territorio e delle future generazioni.

I molteplici danni della plastica

Ogni anno, miliardi di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli oceani, nei fiumi e nei terreni agricoli, impiegando secoli per decomporsi. Nel frattempo, si frammentano in microplastiche che contaminano suolo, acqua e aria. In Africa, le conseguenze di questo fenomeno sono particolarmente gravi, poiché la gestione dei rifiuti è spesso inesistente. Del resto, per secoli tutto, ma proprio tutto, è stato biodegradabile. La buccia di banana gettata a terra non faceva neanche tempo a diventare cibo per i microrganismi del suolo che veniva mangiata, nel giro di pochi minuti, da un qualche animale di passaggio.

Questo, nel tempo, ha creato una attitudine mentale che porta molti a sottovalutarne la gravità. La plastica, come sappiamo, altera gravemente gli ecosistemi. I sacchetti di plastica, trasportati dal vento, finiscono spesso nei campi coltivati, soffocando i germogli e impedendo la fotosintesi. Inoltre, formano una barriera fisica sul terreno, ostacolando la germinazione dei semi e la crescita delle radici.

I sacchetti costituiscono una minaccia anche a livello sanitario, poiché creano stagnazione, facilitando la proliferazione di parassiti come le zanzare, vettori della malaria. Inoltre, le microplastiche, ormai presenti nell’acqua potabile e persino nell’aria, possono accumularsi nel corpo umano con effetti potenzialmente seri. Anche la fauna selvatica ne paga il prezzo. Molti animali ingeriscono i sacchetti scambiandoli per cibo, con esiti spesso letali. In alcuni paesi, si stima che questo sia responsabile del 30% delle morti premature tra gli animali da pascolo.

Il caso del Burkina Faso

Nel tentativo di arginare questa emergenza, il Burkina Faso ha da poco adottato una legislazione molto stringente che vieta la produzione, l’importazione e la commercializzazione di sacchetti di plastica non biodegradabili. Introdotta lo scorso novembre, questa legge mira a rispondere alla crescente preoccupazione per l’inquinamento che soffoca i terreni agricoli e inquina le riserve idriche di un Paese in cui l’agricoltura e l’allevamento costituiscono le principali fonti di sostentamento. La legge burkinabé riflette il desiderio di risolvere una questione ecologica e di tutelare le basi economiche e sociali della nazione. Proibendo l’uso di sacchetti di plastica non biodegradabili, il governo punta anche a migliorare le condizioni di salute pubblica, riducendo il numero di roghi incontrollati, principali responsabili dell’inquinamento atmosferico nelle aree rurali.

Un cambiamento possibile

L’adozione di una legislazione così ambiziosa, tuttavia, presenta numerose sfide. La prima, riguarda l’accessibilità economica e logistica alle alternative. I sacchetti biodegradabili, pur essendo sempre più disponibili, hanno un costo maggiore rispetto ai normali sacchetti di plastica. Per molti commercianti e consumatori burkinabé, il passaggio potrebbe rappresentare una spesa impegnativa, a meno di non abbracciare un cambio di abitudini – mai scontato – a favore del riuso. Vanno in questa direzione i progetti “Faso Eco”, che promuove l’uso di sacchetti in plastica robusti e riutilizzabili e “Bio Sachet”, che propone buste e contenitori di carta, cercando di sensibilizzare sull’importanza del riuso. Un’altra sfida è legata alle infrastrutture. Il Burkina Faso dovrà investire in impianti di compostaggio e promuovere programmi di sensibilizzazione sulle buone pratiche ambientali.

Solo educando la popolazione sui rischi della plastica e sui vantaggi delle alternative si potrà garantire un cambiamento duraturo. Interessante in questo senso l’impegno del movimento “Touche Verte Burkina”, che sta organizzando la prima edizione del SIARO (Salone Internazionale delle Arti del Recupero a Ouagadougou), dal 30 aprile al 2 maggio, nella Piazza della Nazione della capitale. Il divieto rappresenta anche un’opportunità per il Paese. La legge potrebbe stimolare la crescita di nuovi settori industriali dedicati alla produzione di materiali biodegradabili derivati da scarti agricoli (come canna da zucchero, miglio o karité). Questo potrebbe ridurre la dipendenza dalle importazioni di sacchetti convenzionali e anche creare posti di lavoro e rafforzare l’economia locale, in linea con la recente riscoperta dei tessuti di cotone tradizionali (Faso Dan Fani).. CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE

Foto di copertina: Piccoli attivisti dell’Associazione Touche Verte

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Redazione

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