Quando la natura riprende gli spazi che l’uomo aveva devastato
Le difficoltà per la conversione ecologica sono tante, ma s’intravedono segnali positivi. Articolo a cura di Andrea Degl’Innocenti, giornalista ambientale e socio fondatore di Italia che Cambia.
C’era una volta – e purtroppo ancora c’è – una terra avvelenata. Non in una favola, ma a Giugliano in Campania, nel cuore oscuro della Terra dei Fuochi. Dove si sversavano rifiuti tossici, dove la camorra scavava tombe chimiche nel terreno. Poi, un giorno, in un lembo di quel paesaggio offeso è nato un bosco. Un bosco vero. Di pioppi, di radici, di rinascita. È successo davvero.
In quell’area sequestrata ai clan, dove si sarebbe potuto scavare, movimentare terra, avvelenare ancora per poi “bonificare”, qualcuno ha scelto un’altra via. Nel 2017 il commissario alle bonifiche, insieme a un team dell’Università di Napoli, guidato dal prof. Massimo Fagnano, ha realizzato un progetto di fitorisanamento. 20 mila pioppi messi a dimora con pazienza, le cui radici lavorano silenziosamente per assorbire metalli pesanti. Compost arricchito di batteri, per digerire idrocarburi.
Risultato? Con meno di un milione di euro (contro i molti milioni delle bonifiche tradizionali), è nato un bosco. Animali selvatici presenti, uccelli tornati a nidificare, scuole che lo visitano, dati che dimostrano la diminuzione dei veleni. Con bellezza, un luogo che torna a vivere, dopo essere stato teatro di morte ambientale e sociale.
La storia di Giugliano, che abbiamo raccontato anni fa su Italia che Cambia, non è un caso isolato. Abbiamo visto altre volte che basta un piccolo aiuto perché la natura possa riprendersi spazi che l’uomo aveva devastato.
A Taranto, nell’ex stabilimento Ilva, le sperimentazioni di fitodepurazione e rinverdimento stanno restituendo un po’ di respiro a un territorio segnato da decenni di industrializzazione tossica. A Mestre c’è il Bosco dello Sport, sorto su un’ex cava abbandonata e trasformata in un polmone verde urbano. Durante i vari lockdown dovuti alla pandemia Covid-19 abbiamo visto come quando gli esseri umani fanno un passo indietro, il resto della natura torni facilmente a rifiorire. Persino nelle aree intorno alla centrale di Chernobyl, con livelli di radioattività ancora oggi migliaia di volte superiori a quelli consentiti – ma in assenza di esseri umani – la natura è tornata lussureggiante.
Non voglio farla facile. Lo sappiamo, ci sono tante cose da cambiare: interi processi industriali da rivoluzionare, sistemi energetici ancora legati mani e piedi ai combustibili fossili da elettrificare, economie che divorano risorse come se fossero infinite da ripensare alla radice. È un compito enorme, che richiede scelte politiche coraggiose, innovazione tecnologica, giustizia sociale e una buona dose di intraprendenza.
Ma, in questa equazione gigantesca, non vorrei che perdessimo di vista un elemento essenziale: l’importanza di fare un passo indietro, di fare meno. Lasciare che la natura faccia la sua parte. Che non vuol dire “fare nulla”, ma osservare, ascoltare, accompagnare.. CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE
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