Il considerevole impatto del settore del tessile sul clima
Il settore del tessile ha un impatto considerevole sul clima. A cura di Andrea Degl’Innocenti, giornalista ambientale e socio fondatore di Italia che Cambia.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, soltanto nel 2020 gli acquisti di prodotti tessili nell’Unione Europea hanno generato circa 270 kg di CO₂ per persona. Un totale di 121 milioni di tonnellate di gas serra. Per dare un’idea: è come se ogni cittadino europeo aggiungesse un altro piccolo viaggio intercontinentale al proprio impatto annuo — solo per vestirsi.
A questo, si somma l’inquinamento delle acque (la moda è tra i settori che utilizzano più sostanze chimiche) e la diffusione di microplastiche, rilasciate durante il lavaggio dei tessuti sintetici. Se questi numeri fanno tremare il clima, la nostra salute non se la passa meglio. Molti abiti low-cost contengono sostanze tossiche, allergeni e coloranti nocivi che finiscono direttamente sulla pelle.
E non si tratta solo di clima, ambiente e salute. Dietro la maglietta da 5 euro c’è spesso una catena produttiva fatta di sfruttamento, salari da fame, lavoro minorile e violazione dei diritti umani.
Di fronte a questi problemi, una domanda che tutti possiamo farci è: chi ha fatto i miei vestiti? Una domanda semplice, ma potente. #WhoMadeMyClothes è anche lo slogan simbolo del movimento Fashion Revolution, che abbiamo raccontato recentemente su Italia che Cambia con un’intervista a Marina Spadafora, coordinatrice italiana del movimento. Spadafora ci ha ricordato che se l’impatto ambientale della moda è ormai (fortunatamente) sotto i riflettori, resta ancora in ombra la sostenibilità sociale. Quella che riguarda le persone, i diritti, le storie dimenticate dietro ogni cucitura.
Insieme al nostro direttore Daniel Tarozzi, Marina è stata anche ospite del podcast Soluscions, nella puntata dal titolo emblematico: “Moda etica e sostenibile: è il momento di una fashion revolution”.
Per accendere ulteriormente i riflettori sul tema l’organizzazione ha recentemente lanciato il Fashion Revolution Film Festival. Un concorso per registi, creativi e attivisti che vogliono raccontare, con video brevi o corti cinematografici, l’altra faccia della moda: quella giusta, equa e sostenibile.
Dei modelli di riferimento ci sono già. In Italia esistono realtà concrete che stanno praticando la moda etica, come descritto in un altro articolo pubblicato su Italia che Cambia da Cinzia Catalfamo. E’ la storia di Trama Plaza, un’associazione nata a Milano nel cuore del quartiere Giambellino, fondata da Erica Brunetti, che ha scelto di unire arte, impegno sociale e sostenibilità… Continua a leggere l’articolo gratis su L’ECOFUTURO MAGAZINE
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