Biometano: l’Italia può produrne molto più di quanto pensiamo
Un recente studio realizzato da Snam e Consorzio Italiano Biogas fotografa il potenziale nazionale del biometano provincia per provincia. Entro il 2030 l’Italia potrebbe produrre oltre 8 miliardi di metri cubi di gas rinnovabile, arrivando a oltre 15 miliardi nel 2050 grazie all’impiego sostenibile delle biomasse.
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La transizione energetica italiana può contare su una risorsa spesso sottovalutata ma strategica: il biometano. Secondo il nuovo studio “Il potenziale del biometano nelle province italiane”, realizzato da Snam e Consorzio Italiano Biogas (CIB), il nostro Paese dispone di un potenziale produttivo destinato a crescere significativamente nei prossimi decenni, fino a raggiungere 15,3 miliardi di metri cubi annui nel 2050, quasi il doppio rispetto al 2030.
Si tratta della prima analisi che valuta il potenziale del biometano con un dettaglio provinciale, superando le tradizionali stime nazionali e tenendo conto delle differenti caratteristiche agricole, zootecniche, forestali e territoriali delle 107 province italiane.
Un potenziale che cresce nel tempo
Lo studio stima una disponibilità sostenibile di biometano pari a:
- 8,1 miliardi di Smc nel 2030
- 12,4 miliardi di Smc nel 2040
- 15,3 miliardi di Smc nel 2050
La quasi totalità della produzione prevista nel 2030 deriva dalla digestione anaerobica, mentre dopo il 2040 cresce progressivamente anche il contributo della gassificazione termochimica delle biomasse solide.
Secondo gli autori, questi valori non rappresentano una previsione della produzione effettiva, ma il potenziale sostenibile ottenibile considerando i vincoli tecnici, logistici, ambientali e normativi oggi conosciuti.
Il ruolo decisivo del sequential cropping
La principale novità dello studio riguarda il ruolo attribuito al sequential cropping, una pratica agronomica che consiste nell’inserire una coltura intercalare tra due colture principali destinate all’alimentazione umana o animale.
Questa soluzione permette di produrre biomassa per il biometano senza sottrarre terreni alle produzioni alimentari, migliorando contemporaneamente la fertilità del suolo, aumentando il contenuto di carbonio organico e riducendo l’erosione. Inoltre il digestato può sostituire parte dei fertilizzanti di origine fossile.
Proprio questa pratica rappresenta il principale motore della crescita futura del settore:
- oltre 4,8 miliardi di Smc nel 2030
- più di 7,2 miliardi di Smc nel 2050
equivalenti a oltre il 60% del potenziale della digestione anaerobica.
Biomasse residuali e economia circolare
Lo studio prende in considerazione esclusivamente biomasse considerate sostenibili, evitando colture dedicate che potrebbero entrare in competizione con la produzione alimentare.
Tra le principali matrici analizzate figurano:
- effluenti zootecnici;
- residui agricoli;
- sottoprodotti agroindustriali;
- FORSU (frazione organica dei rifiuti urbani);
- fanghi di depurazione;
- potature;
- residui forestali;
- legno da raccolta differenziata;
- rifiuti della ristorazione.
L’approccio adottato è pienamente coerente con i principi dell’economia circolare, privilegiando il recupero di materiali già disponibili e limitando gli impatti ambientali.
Nord protagonista, ma cresce il contributo del Sud
L’analisi conferma una forte concentrazione del potenziale nelle province della Pianura Padana, dove si trovano le maggiori disponibilità di effluenti zootecnici e residui agricoli.
Tra le province con il maggiore potenziale al 2030 figurano:
- Brescia
- Mantova
- Pavia
- Cremona
- Cuneo
- Foggia
- Bari
- Padova
- Verona
Accanto al Nord emerge però con forza anche il Mezzogiorno, soprattutto grazie alla diffusione del sequential cropping. In particolare Puglia e Sicilia mostrano una quota molto elevata di produzione potenziale derivante dalle colture intercalari.
Dopo il 2030 cresce anche la gassificazione
Se oggi il biometano deriva quasi esclusivamente dalla digestione anaerobica, nel lungo periodo aumenterà il peso della gassificazione termochimica, che consentirà di valorizzare:
- residui forestali;
- scarti dell’industria del legno;
- potature;
- legno da raccolta differenziata;
- rifiuti indifferenziati non riciclabili;
- gusci della frutta secca.
Questa tecnologia potrebbe contribuire con 3,8 miliardi di metri cubi annui entro il 2050, ampliando ulteriormente la disponibilità di gas rinnovabile.
Una filiera strategica per la transizione energetica
Secondo Snam e CIB, il biometano rappresenta uno degli strumenti più importanti per la decarbonizzazione del sistema energetico italiano, offrendo un gas completamente rinnovabile, programmabile e perfettamente compatibile con le infrastrutture esistenti.
L’analisi evidenzia inoltre come l’aumento della produttività territoriale possa ridurre progressivamente i costi di approvvigionamento della biomassa, migliorando la competitività della filiera e favorendo nuove opportunità economiche per il settore agricolo.
Con una disponibilità potenziale superiore agli 8 miliardi di metri cubi già nel 2030, il biometano si conferma quindi una delle tecnologie chiave per ridurre la dipendenza dal gas fossile, valorizzare gli scarti organici e rafforzare la sicurezza energetica del Paese.
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