Paura del cambiamento: il vero nemico delle Rinnovabili
Ridicolo, Pericoloso, Evidente – Una riflessione sulla psicologia del cambiamento. Articolo di Nicolò Tacconi, Ecofuturo.
«Se vuoi farti molti nemici, prova semplicemente a cambiare le cose» Woodrow Wilson
La frase di Woodrow Wilson introduce con nettezza una verità spesso trascurata: il cambiamento non è solo una questione tecnica o materiale, è anche un fatto psicologico e sociale. Modificare l’ordine stabilito significa toccare abitudini, identità e interessi. Per questo motivo, anche quando il cambiamento promette benefici evidenti, l’essere umano tende a resistere, spesso fino a conseguenze estreme.
Perché restiamo ancorati alla ripetizione?
La psicologia evolutiva e cognitiva offre spiegazioni chiare: la ripetizione rassicura. Abitudini e routine riducono l’incertezza, permettono di risparmiare energia cognitiva e costruiscono un senso di continuità personale. Cambiare richiede attenzione, apprendimento, ri-calibrazione delle aspettative e, non raramente, affrontare perdita — di tempo, denaro, status o relazioni.
Anche nella vita personale, preferiamo proseguire nella routine anche quando ci porta a danni concreti. Continuare a fumare o mantenere una dieta nociva nonostante il rischio di malattia avverato, arrivare al collasso affettivo o al divorzio prima di rimettere in questione le proprie attitudini relazionali, perdurare in una carriera che ci rende infelici, tenere una guida spericolata perché abbiamo “sempre fatto così”.
A livello sociale, si incontrano le stesse resistenze. Gandhi e Schopenhauer sono arrivati a conclusioni simili riguardo al cambiamento.
Qualsiasi innovazione passa per tre fasi ineludibili: ridicolo, pericoloso, evidente
Qualsiasi innovazione deve passare queste tre fasi. Prima viene derisa perché infrange le categorie note. Poi viene temuta e combattuta perché minaccia interessi o convinzioni consolidati. Infine, quando diventa pratica comune, appare ovvia.
Tutte le innovazioni tecnologiche e sociali maggiori vi sono passate: macchina a vapore, freni a disco, aeroplano, elica, corrente elettrica, suffragio universale, persino l’igiene personale nella medicina. Tutte realtà che oggi diamo per scontate, hanno attraversato scontri, scetticismo e, spesso, repressione.
Esempi storici che ci fanno capire come il processo non sia lineare né privo di costi.
Le innovazioni prima di trasformare la vita quotidiana, hanno incontrato una resistenza ideologica, commista a quella legata ad interessi economici, dislocazioni sociali, lotte di potere e resistenze che hanno richiesto tempo e politiche per essere mitigate.
Oggi la transizione energetica si trova al centro di questa dinamica. Le opposizioni più comuni prendono forme già viste: «i pannelli fotovoltaici ci levano il cibo», «le pale eoliche devastano i paesaggi», «dovremo mangiare pane e pannelli», «le auto elettriche ci guideranno dritte all’inferno». Queste affermazioni mischiano mitologia e suggestione che emergono da dati parziali.
A complicare il quadro c’è un altro fattore: il nostro cervello tende alla pigrizia. Tra una spiegazione semplice ma falsa ed una più complessa ma vera, scegliamo spesso la prima. Un po’ come tra un cinepanettone e un film di Fellini: sappiamo già quale richiede meno impegno.
Questi meccanismi psicologici sono ben conosciuti da media, marketing e propaganda, che li sfruttano costruendo narrazioni catastrofiche in ogni direzione, spesso per difendere interessi economici consolidati, come quelli legati al mondo fossile.
Nel caso delle rinnovabili, ad esempio, si diffondono semplificazioni fuorvianti: si riducono a eolico e fotovoltaico, si parla di campagne e colline “invase”, omettendo però che le superfici necessarie rappresentano solo una piccola percentuale del territorio nazionale.
Allo stesso tempo, si dimentica — o si ignora — che le rinnovabili comprendono anche idroelettrico, biogas e geotermia: tecnologie mature, già diffuse e operative.
Il tempo dell’accettazione
Esiste un’altra ricerca, detta “curva di adozione delle innovazioni“ di Everett Rogers, che rivela come un’innovazione non viene mai accolta in blocco da una popolazione. Piuttosto, vi sono quattro fasce di popolazione che hanno tempi diversi di accettazione rispetto alle innovazioni. Categorie non per forza legate a status sociale, culturale ed economico. Rogers ha individuato 4 categorie di persone, con relative percentuali che agiscono diversamente di fronte all’innovazione.

- Innovatori: 2,5% | Accettano subito la tecnologia, rischiosi, entusiasti
- Primi adottanti (Early Adopters): 13,5% | Accettano rapidamente, opinion leader
- Maggioranza iniziale: 34% Accettano gradualmente, prima della media
- Maggioranza tardiva: 34% Accettano dopo la maggioranza, scettici
- Ritardatari: 16% Accettano per ultimi, resistenti al cambiamento
Questa teoria è fondamentale nello studio della diffusione tecnologica nella società.
Gli interessi radicati (tipo il gas in Italia) hanno giocoforza nel fare leva sui meccanismi sociali e mentali che ci ancorano alla ripetizione.
Si diffondono informazioni incomplete e drammatiche, si ingigantiscono i costi immediati e si tace sui costi sociali o sanitari del rimanere nella situazione attuale. Si negano i benefici a medio e lungo termine sia per gli individui che per la nazione.
Gestire il cambiamento implica quindi riconoscere e mitigare le perdite reali (riqualificazione professionale, compensazioni territoriali, pianificazione partecipata) invece di semplici slogan oppositivi. Implica anche mitigare il dibattito e smascherare chi sta agendo sulle leve psicologiche sopra descritte piuttosto che descrivere una verità dai molteplici aspetti.
Tuttavia, cifre alla mano, le energie rinnovabili, stanno crescendo malgrado i tentativi congiunti dei poteri consolidati di mettere i bastoni fra le ruote.
Ricordiamo tutti l’avvento degli smartphone. Dai primi “innovatori” che hanno passato la notte fuori dai negozi, alla democratizzazione totale, passata anche da incentivi o formule incluse nell’abbonamento telefonico.
Oggi, anche i disoccupati cambiano il telefono ogni due anni e ci sembra “normale”. (Lo è davvero?)..
Il Neoliberismo
Un altro aspetto della resistenza alla transizione ecologica va ricercato nelle diseguaglianze create dalle politiche neoliberiste degli ultimi quarant’anni.
Riduzione della protezione sociale, precarizzazione del lavoro e stagnazione dei redditi della classe media hanno eroso risorse e fiducia. Quando alle persone si chiede di «cambiare casa», «sostituire la caldaia con una pompa di calore» o «comprare un’auto elettrica», la reazione spesso non è ideologica: è materiale. Si sentono costretti ad affrontare spese, imposte dall’alto, quando si fatica ad arrivare a fine mese.
Senza adeguati sostegni, incentivi accessibili e reti di sicurezza, il cambiamento diventa un onere che pesa principalmente sui più fragili, alimentando angoscia, risentimento e polarizzazione. Esplodono contro la „novità“ tutto il rancore e la frustrazione covati, spesso inconsciamente, contro un sistema che ti obbliga a lavorare sempre di più, sempre più a lungo, per avere sempre meno.
Aiutare il cambiamento ad essere sostenibile ed equo
Riconoscere i danni sociali, culturali ed economici del neoliberismo ed operare per uscirne. Le rinnovabili sono un’opportunità per smontare i cartelli energetici e spalmare ricchezza e valore sui territori. In questo la politica e gli amministratori, ma anche associazioni di cittadini, giocano un ruolo chiave nel negoziare che l’energia rinnovabile sia anche un bene molto più pubblico e condiviso di quanto non lo siano le fossili.
Altri aspetti da tenere in conto sono:
- Riconoscere i costi reali: ascoltare le paure e valutare gli impatti economici e sociali delle innovazioni.
- Ridurre le barriere iniziali: incentivi mirati, finanziamenti agevolati, supporti tecnici e formazione.
- Coinvolgere le comunità: decisioni partecipate riducono il senso di imposizione e aumentano l’accettazione.
- Compensare chi perde: programmi di tutela per lavoratori e territori colpiti dalla transizione.
- Comunicare con chiarezza: spiegare benefici a medio-lungo termine e le misure di mitigazione immediate, consapevoli del fatto che vi sono delle polemiche montate ad arte per inviperire una popolazione già provata da decenni di politica socio-economica sostanzialmente iniqua.
Conclusioni
La resistenza al cambiamento non è semplicemente testardaggine individuale o „cretinaggine“, né un riflesso culturale ineluttabile. E’ il risultato combinato di meccanismi psicologici, interessi economici e scelte politiche. Se vogliamo che le trasformazioni necessarie — tecnologiche, ambientali, sociali — avvengano in modo efficace e giusto, bisogna saper vedere che dietro la resistenza si può nascondere una paura inconscia e delle persone in oggettiva difficoltà.
Allo stesso tempo, mettere in atto delle politiche di sostegno per rendere accessibile a tutti la transizione ecologica, sia a livello cognitivo che economico.
Questo doppio sforzo congiunto, può portare ad accelerare la Curva di Rogers e rendere del tutto evidente, che conviene sfruttare le energie ubiquitarie che ci circondano, i materiali rinnovabili e biodegradabili, favorire l’economia circolare, tutti elementi che redistribuiscono ricchezza invece di concentrarla in poche mani.
Sempre di Nicolò Tacconi leggi: Ceramiche Noi: una storia di ripartenza e transizione ecologica


