Nucleare. Piccoli reattori SMR, grandi problemi

 Nucleare. Piccoli reattori SMR, grandi problemi

L’Italia vuole tornare all’atomo con i piccoli reattori SMR. Piccolo problema: falliscono prima di iniziare. Un articolo di Sergio Ferraris, giornalista scientifico, caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”. Leggi gratis l’ultimo numero del Magazine, clicca qui.

È un classico dell’Italia. Cercare soluzioni semplici a problemi complessi. Parliamo dell’avvio del “nuovo” nucleare fatto dal Governo con la revisione del PNIEC che prevede il ricorso all’atomo con una capacità di 0,4 GWe al 2030 che salirà a 7,6 GWe nel 2050 e con 0,4 GWe riservati alla fusione. Il tutto, con la “Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile” (PNNS) che si è occupata di verificare la disponibilità della tecnologia, il potenziale di sviluppo, i costi e le prestazioni dei nuovi piccoli reattori modulari (SMR) scelti più per fini mediatici che tecnologici. La scelta di tecnologie mature ed esistenti, l’EPR francese o l’AP-1000 statunitense, farebbe scattare nell’opinione pubblica la “sensazione” di vecchio e poco innovativo. Ed ecco che allora si è colta l’occasione, tutta italiana, di declinare il “piccolo è bello” in salsa atomica, scegliendo gli SMR. Peccato che questi reattori prima di nascere abbiano già dei problemi.

Atomo fermo ai box.

La statunitense NuScale Power avrebbe dovuto costruire una centrale con sei SMR da 77 MWe ognuno, per un totale di 720 MWe, entro il 2029 presso l’Idaho National Laboratory del Department of Energy (DOE). Progetto che è stato annullato per l’impennata dei costi che sono passati da 3,6 miliardi di dollari per 720 MWe a 9,3 miliardi per soli 426 MWe residui, con 4,2 mld$ che sarebbero stati coperti dal DOE e dall’Inflation Reduction Act (IRA), lasciando 5,1 mld$ ai privati. Questo con un prezzo dell’energia di 89 $/MWh, cifra già ridotta dall’IRA, senza il quale il costo sarebbe stato di 119 $/MWh. La cancellazione del progetto è costata, inoltre, il posto di lavoro a 154 persone. Il 28% dei dipendenti di NuScale Power e il titolo dell’azienda è crollato del 30%. Un duro colpo per l’unica azienda che ha ottenuto, a oggi, l’approvazione negli Stati Uniti per un SMR.

E i costi con ogni probabilità sono dietro al disinteresse verso gli SMR da parte della nazione più “atomica” di tutto il Pianeta: la Francia. Il 29 ottobre 2024 segna un altro passo indietro per il “nuovo nucleare”: Ultra Safe Nuclear Corporation, azienda leader nello sviluppo dei Micro Modular Reactor (MMR) reattori di piccole dimensioni, da 1,5 a 15 MWe, ha depositato istanza di fallimento. Si tratta di unità ancor più ridotte rispetto ai più noti Small Modular Reactor (SMR), che hanno potenze previste tra i 50 e i 300 MWe. Ultra Safe Nuclear Corporation è ora soggetta alla supervisione fallimentare del tribunale del Delaware, in conformità con il Chapter 11 del codice fallimentare statunitense, che tutela i creditori durante le ristrutturazioni finanziarie. L’azienda ha infatti avviato un processo di vendita controllato, raggiungendo un accordo preliminare con Standard Nuclear per una cessione da 28 milioni di dollari.

Poiché i suoi reattori MMR sono ancora in fase sperimentale, Ultra Safe Nuclear Corporation ha registrato ricavi molto limitati rispetto alle perdite operative, compensando il deficit con finanziamenti azionari. Secondo la United States Bankruptcy Court, un round di raccolta fondi iniziato nel 2022 aveva suscitato l’interesse di diversi finanziatori, a condizione che l’azienda trovasse un investitore di riferimento. L’investitore era stato individuato, ma i fondi necessari per completare l’operazione, non sono mai arrivati.

Atomo evanescente.

In generale, i mercati guardano agli SMR con attenzione quando escono i comunicati stampa delle aziende, quasi sempre delle start up, per poi volgere lo sguardo altrove. Una rassegna delle criticità e dei fallimenti l’ha fatta Jim Green, attivista nucleare di Friends of the Earth Australia, in un articolo intitolato “Small modular reactors: a history of failure”, pubblicato su “Climate & Capital Media”.

Green di nucleare se ne intende, è membro del Nuclear Consulting Group, ex redattore della newsletter Nuclear Monitor del World Information Service on Energy. Un rapporto del 2017 di Lloyd’s Register, basato su un sondaggio con quasi 600 professionisti del settore, concludeva che gli SMR hanno poche probabilità di affermarsi e avranno un impatto limitato sul mercato, mentre Will Davis dell’American Nuclear Society ha descritto il settore degli SMR nel 2014 come «ricco di comunicati stampa ma privo di risultati concreti» e ancora l’ex commissario nucleare australiano Ziggy Switkowski, ha dichiarato che nessun investitore si assume i rischi legati agli SMR, preferendo puntare sulle energie rinnovabili, che sono ormai più competitive.

Oltre a ciò, sono molti i tentativi di sviluppare progetti SMR che sono stati abbandonati a causa delle sfide economiche e tecnologiche. Tra i fattori d’abbandono: la mancanza di sicurezza economica, la necessità di finanziamenti pubblici massicci, le difficoltà nel soddisfare le normative di sicurezza e la mancanza di economie di scala consolidate che rendono difficile produrre elettricità a costi competitivi. Anzi, allo stato attuale gli SMR producono diseconomie di scala che aumentano i costi di produzione energetica rispetto ai reattori di grande dimensione. Ecco alcuni elementi determinanti che emergono dallo studio di Green:

  • materiali e personale: un SMR da 250 MW, per esempio, genera un quarto dell’energia di un reattore da 1.000 MW, ma richiede più del 25% dei materiali e del personale. Ciò rende i costi di gestione e manutenzione superiori a quelli di un grande reattore;
  • studi economici: ogni studio economico indipendente ha concluso che l’energia prodotta da SMR è più costosa rispetto ai reattori convenzionali. L’IEA e l’OECD Nuclear Energy Agency stimano che il costo energetico degli SMR sia del 50-100% superiore rispetto ai reattori tradizionali a parità di potenza;
  • economie di scala: le riduzioni dei costi basate sulla produzione di massa sono puramente teoriche, mentre l’aumento dei costi dovuto alla scala ridotta è certo. Il rapporto Atkins per il governo britannico afferma che il primo SMR nel Regno Unito costerebbe il 30% in più rispetto a un grande reattore.

Europa e Italia.

Nonostante tutto l’Italia, e l’Europa, però, insistono sugli SMR. Il 30 maggio 2024 a Bruxelles, nell’ambito della Commissione Europea si è costituita The European Industrial Alliance on Small Modular Reactors (SMRs) che vede raggruppati 279 soggetti tra istituti di ricerca e aziende del vecchio continente, tra le quali spiccano le due corazzate energetiche italiane: Eni ed Enel. L’alleanza ha prodotto una serie di contenuti che oggi troviamo nel rapporto strategico “Il nuovo nucleare in Italia per i cittadini e le imprese”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Edison e Ansaldo Nucleare. La strategia proposta è netta fin dalle prime pagine. Si illustra la necessità del nucleare in Italia in contrapposizione alle rinnovabili, ipotizzando una possibile convivenza tra le due fonti e arrivando a postulare che il nucleare possa supplire all’intermittenza di fotovoltaico ed eolico, sostituendo le rapide centrali a ciclo combinato.

Peccato che la modulazione del nucleare sia solo nella testa dei suoi sostenitori. E nemmeno tutti. In Francia, paese che non può essere accusato di antinuclearismo, per supportare l’intermittenza delle rinnovabili hanno dovuto installare degli impianti a gas a ciclo combinato per fare ciò che il nucleare non era in grado di garantire. E neanche sui costi gli SMR funzionano

Il rapporto dichiara che il costo d’installazione degli SMR è di 6.500 €/KWe, contro i 250 €/KWe del fotovoltaico con accumulo. E si faccia attenzione. Quando parliamo di fotovoltaico con accumulo, parliamo di due fonti con un capacity factor simile. E poi c’è il fattore geopolitico. Se da un lato c’è grande enfasi sulla dipendenza dalla Cina per le rinnovabili, quasi nulla viene detto sulla dipendenza dall’estero per l’atomo. E indovinate un po’ da chi si dipenderebbe se abbracciassimo l’atomo? Da una nazione oggi in guerra: la Russia.

La società russa Rosatom detiene il 38% della capacità globale di conversione dell’uranio e il 46% della capacità di arricchimento ed è l’unico fornitore economicamente sostenibile di uranio ad alto dosaggio e a basso arricchimento: il 40% delle importazioni di uranio arricchito dell’UE proviene dalla Russia, esattamente come il gas naturale. «I reattori avanzati permetteranno l’uso di altri tipi di combustibili nucleari, come quelli basati su uranio ad alto dosaggio (HALEU)», si legge nel rapporto Ambrosetti . Esattamente quello maggiormente proveniente da Rosatom. E l’Italia sarebbe assolutamente dipendente da queste forniture, per di più, visto che non abbiamo alcuna azienda in grado di produrre combustibile nucleare». Ci dice G.B. Zorzoli, già presidente del Coordinamento FREE… Continua a leggere gratis l’articolo su L’ECOFUTURO MAGAZINE – clicca qui.

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Redazione

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