Leonardo Becchetti: economia civile e transizione ecologica

 Leonardo Becchetti: economia civile e transizione ecologica

L’Economia Civile è essenziale per la transizione ecologica, ma è necessario usare gli strumenti adatti. Intervista di Sergio Ferraris, caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”, al Prof. Leonardo Becchetti.

Siamo passati dall’era della rivoluzione industriale a quella della transizione ecologica, un cambio di paradigma che ci impone di ripensare alla radice il nostro modello di sviluppo. Ne parliamo con Leonardo Becchetti, Professore di Economia politica e pioniere dell’Economia Civile in Italia, per capire come passare dall’ossessione per la produttività al valore della circolarità, con un processo con il quale l’Italia può diventare l’Arabia Saudita del Sole e del vento e come noi con il nostro “voto col portafoglio” possiamo vincere la sfida ambientale e restituire generatività e felicità alle nostre vite.

Come possiamo passare in concreto dal dogma della produttività alla circolarità, riuscendo ad “angelicare” il PIL e sganciando la crescita economica dalla distruzione delle risorse?

«Come economisti civili proponiamo che questo passaggio possa avvenire solo cambiando il nostro modo di vedere la persona, l’impresa e il valore. In un manifesto firmato da 300 colleghi, spieghiamo che occorre ripartire dalla felicità, che poi era l’ambizione originaria dell’economia. Oggi sappiamo che le persone sono felici se trovano un senso nella loro vita e se sono “generative”, ovvero se le loro azioni hanno un impatto sociale e ambientale positivo e sono ricche di beni relazionali. Questo impone un modello di impresa orientato non solo al profitto, ma anche all’impatto socio-economico. Per arrivare a questo traguardo serve un’azione coordinata: dal basso, attraverso gli stili di vita, il consumo responsabile e il voto col portafoglio; dall’alto, attraverso politiche di incentivo e l’uso di regole e Criteri Ambientali Minimi (CAM) negli appalti pubblici, mantenendo comunque la compatibilità delle imprese sul mercato».

A cinquant’anni dal discorso di Kennedy sul PIL, se la disuguaglianza è tornata ai livelli del 1914, non stiamo andando nella direzione sbagliata?

«Piketty è affetto dallo stesso riduzionismo del PIL, perché guarda unicamente alla metrica monetaria. La disuguaglianza in realtà può crescere anche a fronte di un miglioramento delle condizioni di chi sta più in basso. Oggi il benessere va misurato in modo multidimensionale (come cerchiamo di fare con indicatori come il BES), considerando fattori come l’aspettativa di vita, che ha registrato progressi spettacolari a livello globale, o l’accesso a servizi gratuiti tramite il digitale».

«Le porto un esempio pratico: assieme ad altri amici, abbiamo costruito a Roma un centro d’ascolto per persone povere che frequentano le mense e il 90% di loro possiede un cellulare. I passi avanti ci sono, ma si apre un’enorme questione culturale. La tecnologia ci permette oggi di fare in dieci giorni ciò che prima richiedeva un anno. Il problema è come usiamo questa efficienza. Correremo sempre più veloci “come criceti nella ruota” producendo sempre le stesse cose, oppure useremo questo tempo liberato per la cura, le relazioni e lo svago?».

Lei sostiene che l’Italia è l’Arabia Saudita delle rinnovabili. Perché considera le fonti verdi economicamente vincenti e il geotermico avanzato un’alternativa più rapida rispetto al nucleare?

«Sui costi e sui tempi il geotermico domina totalmente il nucleare. Mentre per il nucleare i tempi di realizzazione si aggirano sui 10-15 anni con costi di capitale altissimi, il geotermico avanzato richiede solo 2-4 anni e offre un’energia rinnovabile continua (24 ore su 24), superando il limite dell’intermittenza. Parliamo di tecnologie moderne a ciclo chiuso (closed-loop), poco invasive sul terreno e senza uso di fracking, che già in prototipi come in Danimarca riescono ad alimentare città di 30 mila abitanti. Dal canto loro, solare ed eolico hanno già vinto la sfida economica, visto che dal 1976 il prezzo dei moduli solari è crollato del 99,6%. Le nostre grandi società dell’energia dovrebbero riorientare i loro investimenti proprio verso il geotermico e l’eolico offshore, e ci sono già esempi di riconversione virtuosa, come quello di Saipem che sta passando dalla costruzione di piattaforme petrolifere all’eolico in mare».

La finanza green, i fondi etici e il “voto col portafoglio” possono esercitare una pressione sufficiente a obbligare le grandi aziende ad abbracciare realmente la transizione ecologica?

«Assolutamente sì. La finanza green ha raggiunto volumi molto consistenti. L’emissione di BTP verdi da parte del Governo italiano ha registrato una domanda venti volte superiore all’offerta. Le risorse per spingere le aziende a cambiare ci sono, ma la finanza tradizionale è ancora molto forte. Servono spinte da più direzioni, a partire da governi che indirizzino le politiche delle grandi partecipate statali. Nella Penisola Iberica, le grandi società energetiche hanno già preso la direzione della transizione arrivando a produrre, come nel caso del Portogallo, l’85% di energia elettrica da fonti rinnovabili, mentre noi siamo al 46%. Il nostro difetto è che colossi come Eni sono storicamente molto più sbilanciati su oil & gas, e di conseguenza sopportano costi maggiori e fanno più fatica a riconvertirsi».

Come si può accelerare la diffusione delle CER e renderle un vantaggio concreto per le comunità?

«L’interesse è enorme. Oggi abbiamo 600 comunità funzionanti, ma al GSE risultano depositate ben 48 mila domande, di cui solo 12 mila sono state avviate. Per far “mettere le ali” alle CER servono essenzialmente due cose. La prima è lo sconto diretto in bolletta per i prosumer, invece di un farraginoso sussidio all’autoconsumo erogato a distanza di tempo, trasferendo in modo rapido risorse dagli extraprofitti dei distributori ai cittadini. La seconda è strategica, ossia permettere aggregazioni di comunità energetiche affinché possano partecipare al mercato della capacità (capacity market). Nei momenti di squilibrio tra domanda e offerta, invece di remunerare lautamente solo le centrali a gas per compensare la rete, potremmo usare come riserva reti di veicoli elettrici o federazioni di CER, come si sta già sperimentando in Trentino-Alto Adige».

«Serve ovviamente una quadra politica, con meccanismi come i contratti per differenza, per garantire la divisione dei benefici tra consumatori e produttori ed evitare gli strappi violenti dei mercati speculativi».

Quali strumenti concreti offre l’economia civile per migliorare e favorire un migliore accesso ai mercati per le aziende che rispettano realmente l’ambiente e il lavoro?

«Noi siamo teorici della “macroeconomia civile”, il cui principio è che le regole del gioco non debbano essere neutrali, ma debbano attivamente premiare chi crea capitale sociale e impatto positivo. Per farlo possiamo usare strumenti potenti. Da un lato, il voto col portafoglio dei cittadini. Dovremmo educare e fare campagne di pubblicità progresso per far capire alle persone quanto sia determinante premiare gli attori etici con i propri consumi e risparmi. Dall’altro lato, le istituzioni possono usare in maniera sistematica i Criteri Minimi Ambientali e Sociali negli appalti pubblici. Quando l’impegno dei cittadini si unisce alle regole istituzionali e agli incentivi mirati, per i quali i benefici socio-ambientali diventano un prerequisito, si riesce a spostare in modo definitivo la partita nella direzione giusta».

Lei descrive l’impegno per l’ambiente come un percorso essenziale per restituire senso, soddisfazione e felicità alla vita. Alla luce di questo, come andrebbe cambiato l’approccio da parte degli ambientalisti?

«Dobbiamo adottare un approccio più strategico. In ogni società c’è solo un 10-20% di persone con una virtù civica tale da essere disposte a fare sacrifici per l’ambiente. Per convincere il restante 80%, la transizione ecologica deve essere socialmente ed economicamente desiderabile, come suggeriva Alexander Langer. Dobbiamo spiegare che le rinnovabili ci liberano dai rischi dell’inflazione, tagliano le bollette e ci garantiscono l’indipendenza energetica. Il secondo canale su cui far leva, più esigente ma attrattivo, è quello della felicità. Il contatore interiore della nostra felicità e della ricchezza di senso scatta quando diamo significato a ciò che facciamo, generando un impatto positivo. Offrire democralle persone la possibilità di partecipare alla transizione significa offrire loro un percorso per sentirsi utili e stare bene con sé stessi».

La produzione distribuita delle rinnovabili potrebbe creare un modello inedito di gestione democratica dell’energia?

«Questa è la vera grande partita in gioco. Stiamo vivendo una vera e propria rivoluzione popolare dell’energia, che sposta la produzione dal basso diffondendola in modo capillare. Ovviamente la tenuta di questo modello dipende da alcune infrastrutture critiche, come l’architettura della rete intelligente e i sistemi di accumulo. Ma lo scontro di potere c’è ed è evidente. Stiamo spostando potere dai grandi centri oligopolistici storici per darlo ai cittadini e ciò genera resistenze enormi. Molti settori spingono per il ritorno al nucleare proprio perché, con enormi impianti centralizzati, si mantiene saldamente la configurazione di potere e il controllo dell’energia, nelle mani di pochi grandi attori.

C’è infine il tema dei dati, sempre più cruciali per smart grid e I’AI applicata all’energia: quali scenari si aprono?

«Sui dati c’è un rischio drammatico ed è qui che lancio una sfida ai veri liberali, che oggi troppo spesso difendono i poteri di mercato dei grandi gruppi. Un vero liberale dovrebbe battersi in prima linea per evitare le concentrazioni di potere monopolistiche e oligopolistiche, che oggi si stanno strutturando sia nel settore dell’energia sia in quello dell’informazione e dei dati. Un certo tipo di politica che ha favorito queste concentrazioni ha già prodotto i drammi che stiamo vivendo. Su questa grande battaglia di civiltà, tra l’altro, abbiamo una sponda autorevole, ossia il monito contro questi rischi che è stato sollevato in modo molto chiaro anche dall’ultima enciclica di Papa Leone XIV “La Magnifica Humanitas”».

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Redazione

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