La conversione ecologica viaggia tra lagune, borghi e deserti
La sfida della conversione ecologica viaggia tra lagune, borghi e deserti. Articolo a cura di Roberta Nutricati in collaborazione con BuoneNotizie.it.
La conversione ecologica è un ideale a cui tendere ma anche un percorso tangibile che sta rimpinguando la sensibilità collettiva verso un’etica della sostenibilità. In aree lagunari, dell’entroterra e persino nei deserti nascono iniziative che intrecciano innovazione, rigenerazione e nuovi modelli circolari. Non si tratta solo di ridurre l’impatto ambientale – anche se è il presupposto di partenza e (ci si augura) di arrivo – ma di reinventare le nostre abitudini e la relazione con le risorse naturali.
Si parte dall’acqua, che torna a essere protagonista di un uso intelligente e rigenerativo proprio dove questo elemento – e le controversie sulla sua gestione futura – è identitario: a Venezia. Il suo “caffè con l’acqua del canale”, presentato in anteprima alla Biennale di Architettura che ha preso avvio a maggio, inaugura un cambio di paradigma dal mero consumo alla trasformazione urbana. Attraverso vasche che ricreano l’habitat paludoso prima della purificazione da melma e tossine, trattamenti UV e di osmosi inversa si valorizza la risorsa più preziosa (e più sprecata) del Pianeta.
Se l’acqua si rigenera grazie alla natura stessa, anche gli edifici – emblema delle attività antropiche – possono essere luoghi di benessere sostenibile. A Sassoferrato, nell’entroterra marchigiano, l’azienda Diasen è un esempio emblematico di riconversione ecologica. Nata come start up a conduzione familiare nel settore dei solventi chimici, oggi è una pioniera della bioedilizia, grazie all’impiego di sughero come materia prima per intonaci e pitture naturali. Questo materiale, rigenerabile ogni dieci anni, migliora l’isolamento termico, acustico e igrometrico combattendo umidità e muffe in modo naturale.
La sua Green Future Academy, inaugurata nel 2020, è il primo polo formativo marchigiano 4.0 per l’edilizia sostenibile in cui si offrono corsi in collaborazione con ordini professionali e scuole superiori e si condividono competenze tra giovani talenti e professionisti. L’innovazione ideata per valorizzare le risorse naturali (e umane) del territorio ha varcato i confini italiani trovando destinazione in progetti prestigiosi come la riqualificazione del metrò di Parigi, del centro storico dell’Havana e ancora, nel Children’s Museum di Pittsburgh.
E dal salto quantico di un’eccellenza italiana, che finisce per essere riconosciuta in vari luoghi del mondo, approdiamo in un ambiente dove per antonomasia non c’è, o dovrebbe esserci, nulla: il deserto. E invece in quello di Atacama, in Cile, c’è una delle più grandi discariche a cielo aperto di vestiti ‘scaricati’ dagli opulenti armadi dell’Occidente.
Così, a marzo 2025, la fondazione Desierto Vestido ha deciso di porre rimedio a questo disastro ambientale con il suo ‘Re-Commerce Atacama’. L’iniziativa rimette in circolazione gratuitamente gli abiti abbandonati su una piattaforma online. Con la collaborazione di influencer e agenzie internazionali il primo lancio – lo scorso marzo – è stato un successo: in meno di cinque ore sono stati distribuiti in tutto il mondo circa 300 capi brandizzati da prestigiose griffe… Continua a leggere gratis l’articolo su L’ECOFUTURO MAGAZINE
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