Il sigaro toscano ed i mutamenti del clima

 Il sigaro toscano ed i mutamenti del clima

Ho ritrovato questo appunto del Dott. Francesco Maria Testa, il più grande agronomo del tabacco in Italia, che lesse in un convegno di 20 anni fa che affrontava il tema dei cambiamenti climatici. Un’iniziativa organizzata dal Gruppo dei Verdi in Consiglio Regionale della Toscana di cui ero capogruppo e presidente della Commissione Agricoltura.

L’effetto paradosso della diminuzione dei giorni di pioggia e dell’aumento della umidità media dovuto all’effetto serra già allora aveva fatto aumentare le temperature alla stazione di Perugia (l’area tabacchicola più importante d’Europa è quella della Valtiberina Umbro Toscana) di 2 gradi. Oggi veleggiano intorno ai 3.

Bolle di calore e bombe d’acqua, unite alla perdita di umidità naturale dei terreni, hanno determinato prima la riduzione di venti e quindi il ristagno delle polveri determinate dall’inquinamento fossile. Inoltre l’agricoltura delle arature profonde e delle monocolture accelera i fenomeni estremi e non li mitiga.

Tutto questo ha portato ad un uso abnorme di interventi chimici per impedire le malattie delle foglie di tabacco al punto da spingere la più grande azienda europea di Erboristeria Farmaceutica ad abbandonare le coltivazioni in pianura Valtiberina per eccesso di inquinanti delle coltivazioni limitrofe. Ma anche ad una condizione della foglia di tabacco prodotta in zona ottimale per la produzione del sigaro toscano, oggi il secondo al mondo per fatturato dopo i sigari dominicani.

Fabio Roggiolani, cofondatore Ecofuturo (guarda il reel sul tema)

IL SIGARO TOSCANO E I MUTAMENTI DEL CLIMA.

Intervento di Francesco Maria Testa, 17 Febbraio 2006 – Libreria Chiari, Firenze.

Il titolo assegnato al mio intervento potrebbe essere interpretato come un tentativo per richiamare l’attenzione, quando la valanga di messaggi che ci pervengono è divenuta oggettivamente assillante. No, questa volta non è così. L’aver potuto mettere in relazione il cambiamento del clima con le esigenze merceologiche del sigaro nazionale, semmai, si è avvalso di una successione di circostanze favorevoli che hanno riguardato la mia persona. Mi riferisco alla formazione universitaria di base, all’ essere entrato nel mondo del tabacco determinato a mettere a frutto le mie conoscenze e la mia sensibilità per la biologia, all’aver avuto l’incarico di indagare su un aspetto mercantile del tabacco coltivato nel Compartimento di Firenze, mia terza sede di lavoro dopo Roma e Verona. Era il 1960 ed avrei dovuto occuparmi della combustibilità del Kentucky in Toscana, tabacco allora coltivato diffusamente nel territorio.

Il Kentucky, originario dallo stato omonimo e da altri contigui del Nordamerica, fornisce la sola materia di cui è fatto il sigaro Toscano. 

Nel panorama della produzione vegetale il tabacco da fumo ha una utilizzazione assolutamente atipica. Viene prodotto non per essere consumato nella maniera tradizionale coinvolgente bocca e naso, ma bruciato per generare un fumo che tuttavia sollecita gusto e olfatto, più dei prodotti di cui ci si alimenta. Il fatto di implicarne la distruzione per il suo consumo può sconcertare; in effetti attiva una problematica merceologica rara e raffinata. Se si è esperti e versati per la valutazione della qualità, dalla caratteristiche fisiche della foglia pronta per l’impiego manifatturiero, si può prevedere la qualità del fumo, come da questo è possibile risalire a quella della foglia. 

La qualità del tabacco da fumo è determinata: 

  • dal patrimonio genetico,
  • dalle tecniche di produzione delle piante al campo, da quelle di trasformazione delle foglie da vegetale a materia fumabile a mezzo dei vari sistemi di cura, dall’ affinamento qualitativo mediante macro e microfermentazioni spontanee o stimolate, e, tutt’altro che secondario, 
  • dall’ambiente nei suoi componenti di terreno agrario e clima, quest’ultimo oggetto principale del nostro incontro.

La selezione avviene in natura per adattamento all’ambiente e per intervento dell’uomo. La pianta di tabacco è un organismo su cui l’essere umano si è sbizzarrito non meno di quanto abbia fatto con il cane. Entrambe le specie sono oggetto di interventi per ricavarne nuove varietà o razze in funzione della esaltazione di determinati caratteri, ma con il risultato parallelo di una sorta di ingentilimento che, nel caso del tabacco, è consustanziale col suo destino qualitativo.

La pianta di tabacco, cioè, deve essere messa nelle condizioni di non dover reagire a cause ambientali avverse, al fine di produrre foglie gentili nella loro costituzione di nervature (scheletro)  e di lembo (tessuto). Le prime devono risultare “attenuate”, il secondo “fine”. Lo impone l’obbiettivo della combustibilità marcata, garanzia quasi assoluta di buona qualità merceologica. Per tale risultato il livello dell’umidità relativa dell’aria gioca un ruolo determinante. Se elevato, il tessuto è gentile e combustibile, se scarso, non lo è. L’incombustibilità abbatte – in maniera sistematica –  gusto e aroma.

Nel caso del tabacco Kentucky impiegato per la fabbricazione del sigaro, la buona combustibilità diventa un requisito fondamentale, imprescindibile, perché ne va di mezzo la utilizzabilità del manufatto. (Tale problematica non sussiste per la sigaretta se non in maniera secondaria, essendo costituita da una miscela di tanti tabacchi capaci di compensarsi).

Non senza ragione – fin dai primi del secolo scorso – il Monopolio italiano dei tabacchi valutava le partite di Kentucky destinate al sigaro, con tariffe sensibilmente diverse, in relazione al grado di combustibilità presentato. Tali dati venivano registrati raccolto per raccolto.

Quando ho iniziato l’indagine, ho scoperto che in Toscana la combustibilità del Kentucky dei raccolti intorno agli anni 1960 risultava ribaltata rispetto a quella registrata nella prima metà del secolo. Era decisamente migliorata a confronto dei decenni passati. Ciò non poteva non chiamare in causa il clima, unico fattore capace di incidere in modo sostanziale sulla importantissima caratteristica merceologica dei tabacchi da fumo.

Tale acquisizione, confortante per la qualità dei nostri tabacchi, sollevava però tanti interrogativi da conferire alla vicenda le tinte di un giallo, da dipanare attraverso  ipotesi e riscontri. 

Ebbe così inizio una avventura del pensiero – come mi piace definirla –  che perdura tuttora per le conferme che si vanno accumulando sui mutamenti del clima, anche da parte della meteorologia ufficiale basata sulla fisica dell’atmosfera. Le osservazioni sulla risposta degli organismi viventi, che in questo caso sono state determinanti, rientrano, di diritto, in una formazione di tipo biologico. Forse in ciò sta la differenza tra meteorologia e climatologia. Affermo che in campagna, dove i raccolti sono legati al tempo, gli agricoltori hanno avuto una cognizione precoce di quanto stava accadendo.

Quando ci sono cambiamenti nell’ambiente fisico circostante, è l’organismo vivente il più qualificato ad avvertirli. Da vari decenni, proprio la pianta di tabacco è utilizzata come spia dell’ozono nell’atmosfera. 

Nel secondo dopoguerra l’agricoltura italiana aveva beneficiato della rivoluzione del trattore, intervenuta a sostituire il lavoro animale. Consentiva arature più profonde ed il terreno poteva incorporare meglio l’acqua piovana, costituendo riserve idriche maggiori a vantaggio delle piante. L’ipotesi, capace di giustificare una maggiore resa, ma non  il miglioramento della qualità del Kentucky, fu presto accantonata.

Il secondo tentativo non poteva non prendere in considerazione la piovosità come fonte primaria di arricchimento della umidità dell’aria. Accertati i mm di pioggia caduti ed il n° dei giorni piovosi di qualche anno registrati dalle stazioni meteorologiche distribuite nel comprensorio, per confrontarli con quelli dei raccolti precedenti caratterizzati da combustibilità inferiori, il risultato fu sconcertante. Nell’anno mediamente cadeva un volume del 10% di pioggia in meno, mentre il n° dei giorni piovosi si era addirittura ridotto del 25%. Questo secondo dato adombrava la possibile tropicalizzazione del clima, capace di precipitazioni intense con marcati fenomeni di ruscellamento, negativi generalmente e per i terreni coltivati. In breve, risultava piovere di meno e male e l’oggettiva migliorata combustibilità del Kentucky continuava a restare senza una spiegazione soddisfacente.

La pianta di tabacco tuttavia denunciava accadimenti macroscopicamente ancora non rilevabili. Ciò obbligava a riflessioni di puro carattere biologico attinenti sia alla singolare sensibilità agli stimoli esterni di cui – per evidenti ragioni di sopravvivenza – gli organismi viventi sono dotati, che alla spinta selettiva esercitata sulla pianta di tabacco per la produzione di foglie non solo potenzialmente gentili, ma anche più espanse. Nei cani la pressione selettiva talvolta ha determinato scompensi funzionali. Nella pianta di tabacco può essere accaduto qualcosa di analogo.

I tabacchi coltivati sono squilibrati rispetto alle forme selvatiche. L’apparato radicale non è proporzionato a quello fogliare su cui si è incentrata l’attenzione nel tempo. Pertanto parte cospicua del fabbisogno idrico viene attinta dall’atmosfera ed è quella che maggiormente esalta la gentilezza della foglia. Stando così le cose la pianta di tabacco è sensibilissima sia alla secchezza che all’umidità dell’aria, rispettivamente responsabili di incombustibilità o, al contrario, di combustibilità. In conclusione, il tabacco divenuto più combustibile doveva necessariamente chiamare in causa l’aumento della umidità relativa dell’aria.

Avevo operato nel Lazio nel primo anno di occupazione nel Monopolio di Stato e vi ritornavo nel 1968 per rimanervi fino al 1982. Tra il 1957 ed il 1958 – nella campagna romana – avevo accertato che un tipo di tabacco curato ad aria, dopo la fase di ingiallimento del lembo fogliare, stentava a virare nel colore nocciola tipico che, invece, risultava macchiato di giallo. Ciò – per essere ben noto – rifletteva difetto di umidità nell’aria. Al mio ritorno, lo stesso tipo di tabacco, negli stessi ambienti, non manifestava più  tale inconveniente. Era un’altra conferma  dell’aumento dell’umidità dell’aria.

A questo punto ho intrapreso una ricerca sistematica di tutte le circostanze, anche estranee al prodotto di cui mi occupavo, purché atte ad avvalorare, non solo il cambiamento del clima, ma come e perché la combustibilità dei tabacchi italiani fosse tanto migliorata. Ero deciso ormai a venirne a capo.

In questo lasso di tempo apprendevo che non si confezionavano più abiti di mezza stagione essendo venuta meno l’occasione di utilizzarli. A conferma, al Ministero dell’Aeronautica Militare, sostenevano che l’estate denunciava una coda verso l’inverno e che questo si prolungava verso la prima, annullando le stagioni intermedie. Le malattie virali del tabacco, curiosità scientifica all’inizio della mia carriera, erano divenute la patologia più rilevante di questa specie vegetale ed il noto pomodoro San Marzano, con lo stesso calendario colturale del tabacco, pareva destinato a sparire sotto l’aggressione violenta delle virosi, non controllabili con gli antiparassitari.

Infatti, le temperature primaverili divenute altalenanti – che sottolineavano anch’esse la possibilità di un nuovo profilo meteorologico – inducevano nelle piante, sia di tabacco che di pomodoro da poco messe al campo, uno stato grave di stress termico, causa del crollo delle difese immunitarie. Oggi è opinione condivisa che esse, se integre, non solo prevengono le malattie virali, ma anche  altre patologie favorite dallo stress in generale. Aggiungo che in tale situazione la pianta di tabacco accennava a prefiorire per reazione a stimoli esterni, interpretati come allarmanti segnali di precarietà. 

La bora a Trieste, evento costante del passato, incominciava a non fare più storia. In Umbria, ai primi di settembre, era consuetudine rimuovere gli impianti mobili d’irrigazione dai campi di coltivazione del tabacco, perché la campagna agraria era ritenuta pressoché’ conclusa, mentre ora le condizioni climatiche si prospettavano come le più favorevoli dell’annata agraria.

Noterete che andavo accumulando indizi in maniera disorganica, ma con la mentalità del naturalista, convinto che se fossero avvenuti cambiamenti nello stato dell’atmosfera, essi si sarebbero manifestati, anche indirettamente, nell’ecosistema. 

Le formazioni nebbiose in ambienti a me noti subivano spostamenti o attenuazioni. A Benevento, dove avevo vissuto tra il 1946 ed il 1957, la nebbia nascondeva il sole anche per una decina di giorni di seguito, mentre ora sopravviveva una foschia più o meno densa. Nel Valdarno superiore, nel periodo trascorso in Toscana, insisteva un muro di nebbia non presente in Valdichiana; successivamente si è verificato il perfetto contrario. La storica coltre nebbiosa gravante sulla Valpadana si è convertita anch’essa in foschia, come è anche avvenuto nelle pianure venete.

Ciò non poteva non adombrare novità nei movimenti dell’aria. Il famoso ponentino, che rendeva il cielo di Roma uno dei più sereni e luminosi d’Italia, dando all’estate caratteri piacevoli, si era affievolito fino a scomparire. (Semplicisticamente hanno dato la colpa alla urbanizzazione dell’EUR nel dopoguerra). La Capitale, osservata da Montemario, ora appariva avvolta in una ovatta di smog grigio-celeste, mentre la nebbia faceva la sua comparsa nel territorio.

Lo sviluppo delle malattie fungine è determinato da umidità elevata, in associazione con specifici parametri termici. Una di esse, parente del mal bianco della rosa, in passato si manifestava sul tabacco alla fine di settembre senza danni, perché la raccolta delle foglie era praticamente terminata. Poi l’ho rinvenuta a Roma, in piena calura agostana, su coltivazioni ubicate lungo la Via Braccianese, solitamente ventilata, in forma molto virulenta e dannosa. Cito il caso estremo per la singolarità dell’evento, avendo riscontrato anche altri segnali. Era un’altra importante conferma che il livello medio dell’umidità relativa si era alzato nei mesi estivi. 

Ci avvicinavamo alla soluzione dell’enigma. Mi ha sempre interessato la fotografia a colori di paesaggio. Perché essa riesca – com’è noto – è indispensabile che l’aria sia tersa. Ad un certo momento è accaduto che facevo sempre più fatica a ritrovare i cieli azzurri della mia giovinezza. Né al paese di mio padre intorno ai 1000 metri di altitudine e neppure più in alto, come sulle Dolomiti ed a Castelluccio di Norcia che frequentavo d’estate. La foschia era dovunque e con essa la sensazione di caldo opprimente, del tutto nuova nelle mie esperienze.

Ho avuto una folgorazione. Se nonostante la minore pioggia caduta ed assorbita dal terreno l’umidità dell’aria era in aumento, almeno nel bacino del Mediterraneo, l’unica spiegazione plausibile stava nella caduta della ventosità. Di fatto, assieme alla sostanziale scomparsa della tramontana, vivevamo estati sempre più senza colore ed afose, dominate dall’aria stagnante.

Riflettevo però che se il tabacco ne traeva vantaggi, per noi la situazione era decisamente peggiorata. Senza il ricambio operato dal vento, assieme all’umidità, si accumulavano polveri (d’onde i colori spenti), tutto ciò che veniva immesso nell’atmosfera anche di dannoso, i vari agenti patogeni del mondo animale e vegetale. Con la scomparsa delle stagioni intermedie e la caduta della ventosità media si è prospettata una sinergia negativa, su cui successivamente veniva ad interagire la formazione del buco dell’ozono al polo Sud. Non si poteva non pensare – in questo contesto – ai rischi per la nostra salute.

Scrissi all’Onorevole Giorgio Ruffolo, allora Ministro dell’ Ambiente, che le nostre città, in particolare quelle storiche, erano destinate a divenire autentiche camere a gas.

Iniziavano ad intervenire i blocchi della circolazione dei mezzi motorizzati, persino a Bressanone ed a Brunico, non certo incassati in fondovalle.

La FIAT, da parte sua, affermava che l’inquinamento urbano, non era legato tanto al numero di veicoli motorizzati in circolazione, quanto alle mutate condizioni climatiche, trovandomi sostanzialmente d’accordo circa il secondo punto. Ma era ovvio che, in mancanza di circolazione dell’aria, anche pochi veicoli inquinano.

Occupandomi, anche della merceologia dei tabacchi esotici, ho potuto accertare che i cambiamenti del clima, sebbene planetari, non agiscono ovunque alla stessa maniera. Nelle zone tabacchicole del Nord e Centro America, per quanto è a mia diretta conoscenza, il livello estivo dell’umidità relativa dell’aria si è invece abbassato con conseguenze sfavorevoli sulla gentilezza e sulla combustibilità delle foglie dei tabacchi da sigari. Tali zone, peraltro, non sono attrezzate per le irrigazioni di soccorso, per secoli mai necessarie.

Paradossalmente la nostra tabacchicoltura non ha potuto trarne profitto, in quanto campagna antifumo e sostegno comunitario a quantità, dopo l’abolizione del monopolio della coltivazione a partire dal raccolto 1970, hanno rapidamente determinato la destabilizzazione della qualità dei tabacchi italiani. Senza  il  fondamentale interesse per quest’ultima, oggi non sarei qui ad intrattenervi.

Il Kentucky italiano, e di conseguenza il sigaro Toscano, si sono salvati, perché concentravano l’interesse  di un unico cliente. 

Naturalmente mi sono interrogato sulle cause del cambiamento del clima. Sono stato favorito rispetto ad altri dalla conoscenza delle risposte della materia vivente, il mezzo oggettivamente più sensibile ed affidabile per avvertire anche il respiro dell’ambiente. La vita è agguerritissima nel proteggersi.

Tralascio i macro fenomeni invocati per giustificare l’evento in corso correlandolo ad altri ritenuti analoghi nella storia del nostro pianeta.

La temperatura è in aumento in presenza di un effetto serra determinato dall’incremento del suo artefice più importante, tipico di questa civiltà industriale: l’ANIDRIDE CARBONICA. Ci sono dati oggettivi sulla sua crescita nel tempo, ma preferisco concludere con le parole del defunto Prof. Gellini della Botanica Forestale della Università di Firenze che circa l’esito di una sua ricerca geniale ed inoppugnabile ha affermato :

“A Vallombrosa abbiamo potuto riscontrare che le foglie dei faggi attuali hanno diminuito il numero degli stomi per unità di superficie di circa il 50% rispetto ai faggi dell’800. La riprova sperimentale è che se mettiamo le piante a bassi livelli di CO2 la frequenza degli stomi aumenta”.

A proposito dell’impatto sull’ambiente il prof Gellini denunciava che tutti i boschi di questo mondo soffrono per le piogge acide.

Leggi anche: Campagne abbandonate (e come tornare ad abitarle)

Redazione

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