Campagne abbandonate (e come tornare ad abitarle)
Dal 1990 al 2005 sono stati abbandonati 2 milioni e duecentomila ettari coltivati e negli anni successivi, nonostante alcuni segnali di ritorno, ne sono stati abbandonati altri 800 mila.
Il processo di abbandono è iniziato nel 1960 e non si è mai fermato portando l’occupazione nelle campagne a 1.100.000 di occupati. Nel 1960 le aziende agricole erano oltre 4,5 milioni per un totale di 26,5 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata, oggi scesa a 17 milioni di ettari. Un esodo di proporzioni bibliche compensato solo in minima dall’aumento delle superfici boscate.
In generale le terre abbandonate perdono le loro funzioni produttive e assumono quelle di impenetrabili spazi facili da incendiare e difficili da difendere dalle fiamme. La perdita delle coltivazioni è avvenuta in gran parte nelle terre in pendio e sulle colline superiori ai 500 m sul livello del mare.
All’inizio furono espulsioni dalle terre poi fu esodo volontario.
La città come miraggio e lo stigma del contadino puzzolente, furono potenti leve per la fuoriuscita dal lavoro nei campi che nelle pianure fu sostituito dalla meccanizzazione. Ma nelle colline il gigantismo delle attrezzature concepite per grandi investimenti non pagò.
L’abbandono di migliaia di piccole frazioni montane e di quasi 10 milioni di ettari coltivati, creò la terribile smagliatura del tessuto idrogeologico.
Mi preme non solo ricordare la perdita delle cultivar e delle piante autoctone, ma anche l’enorme perdita di capacità di stoccaggio di CO2. Terre coltivate ogni anno senza aratura sovvertitrice diventano neutre climaticamente nonostante fino ad allora avessero svolto il loro lavoro di “terra che salva la Terra” dall’accumulo in atmosfera di anidride carbonica.
L’alta collina italiana da produttrice diventa consumatrice netta di risorse, il km zero si allunga e i costi di chi vive in montagna aumentano con conseguente spopolamento anche di chi non viveva di agricoltura.
I biologici, i primi resistenti che tentano il ritorno.
Una piccola nicchia di agricoltori è alla base del mantenimento dei giacimenti culturali delle aree montane e collinari e del primo allontanarsi dalla durezza delle aree metropolitane, come fece Jacopo Fo con la creazione di Alcatraz e come molti altri che costruirono dei luoghi di vita a minore competitività e crearono le premesse di un nuovo sguardo verso la campagna.
Lo sviluppo dell’agricoltura biologica divenne presto progetto e oggi la superficie del bio in Italia ha superato le due cifre di terra coltivata, nonostante le resistenze di potentati agricoli, di spacciatori di chimica e di politici incapaci, se non conniventi alla petrolio-dipendenza del mondo rurale.
Il sogno di Mancuso può avverarsi.
L’orticoltura basata sulla tecnica dell’Ortobioattivo, come la ripiantumazione massiva di boschi, è possibile nel nostro Paese grazie a 10 milioni di ettari non più utilizzati ma riutilizzabili. Accanto a queste superfici ci sono spazi liberi urbani e periurbani che possono tornare a rinaturalizzarsi, anche perché la decrescita della popolazione e il cambiamento delle modalità di produzione industriale rende del tutto inutili le nuove cementificazioni e costruzioni, oltre a rimettere a disposizione molti spazi censiti come edificabili, industriali o di ampliamento industriale.
Le terre abbandonate sono un’immensa riserva su cui poter scommettere il futuro ecologico, economico e di benessere del nostro Paese. Le terre e le aree abbandonate nell’era delle energie rinnovabili, dell’agricoltura e della forestazione in pace con la terra, rappresentano il vero Eden, anche della ricchezza futura di chi le tornerà a coltivare e ad abitare, specialmente se vinceremo la battaglia, tutta politica, di premiare chi stocca la CO2, invertendo la rotta che nel dopoguerra ha sempre premiato chi invece diffonde CO2 in atmosfera.
Fabio Roggiolani, cofondatore di Ecofuturo – estratto del libro “LA TERRA CHE SALVA LA TERRA” (clicca qui per scaricarlo gratis).
Foto di Felix Mittermeier


