Il “noi” che salva tutti: ogni sistema è vivo e interconnesso
Costruire resilienza significa ripensare ogni sistema come qualcosa di vivo e interconnesso. Articolo di Andrea Degl’Innocenti, vicedirettore Italia che Cambia.
Nei primi anni Duemila un team di scienziati impegnato a studiare la barriera corallina osservò qualcosa di inaspettato. In un angolo dimenticato di reef, dopo che gli sbiancamenti, la pesca e l’inquinamento avevano ridotto all’osso la biodiversità marina, le alghe avevano preso il sopravvento. Nemmeno le specie comunemente associate al controllo delle piante, come i pesci pappagallo o chirurgo, riuscivano a bilanciare la crescita vegetale incontrollata. Sembrava la fine per l’intero ecosistema.
Ma superata una certa soglia di crescita delle alghe, qualcosa di imprevisto è accaduto: sono arrivati i pesci pipistrello e in pochi giorni hanno divorato le alghe e riequilibrato la situazione. Nel giro di due settimane, i coralli — prima coperti, asfissiati — hanno ricominciato a respirare.
La cosa sorprendente è che i pesci pipistrello non mangiano le alghe, bensì plancton. E nessuno aveva mai osservato questo comportamento prima di allora. Superata una certa soglia ecologica, qualcosa di simile a un richiamo misterioso aveva attivato una sirena di emergenza in questa specie e l’aveva spinta a fare un’azione inconsueta ma necessaria alla sopravvivenza dell’intero ecosistema.
È un esempio sorprendente, ma non così raro in natura, di resilienza ecologica. In situazioni straordinarie gli ecosistemi possono mettere in moto meccanismi di adattamento e rigenerazione, attivando risorse latenti, pur di mantenere il proprio equilibrio. È possibile fare lo stesso con le società umane?
Che cos’è la resilienza.
La parola “resilienza” ha fatto molta strada. Nata nel mondo dei materiali per descrivere la capacità di assorbire un urto senza rompersi, oggi è diventata una chiave di lettura per affrontare traumi personali, disastri naturali, crisi economiche ed ecologiche. In termini generali, la resilienza è la capacità di un sistema – biologico, sociale, tecnologico o ecologico – di resistere a shock e perturbazioni, adattarsi e, idealmente, continuare a evolvere.
È un concetto trasversale: in psicologia indica la forza interiore di chi affronta lutti, traumi o fallimenti senza perdersi; in ingegneria, la capacità delle infrastrutture di non crollare durante un terremoto; in informatica, quella dei sistemi digitali di garantire continuità nonostante bug o attacchi. Ma è nel campo dell’ecologia che la resilienza acquista una profondità affascinante: un ecosistema resiliente non è quello che rimane immutabile, ma quello che riesce a cambiare pur mantenendo le proprie funzioni essenziali, come la produzione di ossigeno, la purificazione dell’acqua, la regolazione del clima. È un equilibrio dinamico, non rigido, in cui la diversità e la complessità giocano un ruolo cruciale.
Piccolo inciso: un concetto simile a quello di resilienza, ma ancora più radicale, è l’antifragilità, teorizzata da Nassim Nicholas Taleb. Un sistema antifragile non solo resiste allo shock, ma ne trae beneficio, migliorando proprio grazie al caos e all’incertezza.
La base: la resilienza personale.
Durante momenti difficili come gravi perdite, malattie o di fronte a crisi globali come il cambiamento climatico o la pandemia, la resilienza personale si manifesta nella capacità di adattarsi, reagire e persino crescere dopo esperienze stressanti. Non si tratta di rimanere impassibili, ma di attraversare emozioni intense e tornare a uno stato di equilibrio – o magari conquistare nuove forze di fronte all’avversità. Psicologi come George Bonanno hanno scoperto che la resilienza non è un tratto innato, ma un processo dinamico: può crescere grazie alla flessibilità cognitiva, alla regolazione emotiva, al supporto sociale, e alla capacità di rivalutare la situazione, trovando un significato anche negli eventi negativi.
Per diventare più resilienti serve un’azione consapevole e strategica. Ecco i principali ingredienti:
- flessibilità cognitiva: saper ristrutturare i pensieri e abbracciare altre prospettive;
- autoefficacia e senso di controllo: credere nelle proprie capacità aiuta ad affrontare sfide e a perseverare;
- regolazione emotiva: gestire le emozioni intense, evitando impulsi autodistruttivi;
- supporto sociale: amici, famiglia e comunità forniscono comprensione, incoraggiamento e prospettive;
- significato e ottimismo realista: avere uno scopo, speranza e visione positiva – pur riconoscendo la realtà – promuove una crescita post-traumatica.
In altre parole, la resilienza personale è una “cassetta degli attrezzi” fatta di abilità mentali, emotive e relazionali, che si può costruire e rafforzare nel tempo. Non è un’armatura che ci rende invincibili, ma un’articolata rete di strategie che ci aiutano a rimetterci in piedi.
Alcune piccole azioni di resilienza personale possono anche diventare dei punti di contatto tra l’individuo e il sistema. Decidere di usare meno plastica, di muoversi in bici, di coltivare un balcone. Sono azioni piccole, sì. Ma sono anche possibili leve di un cambiamento più ampio.
Pensiamo all’economia circolare: recuperare materiali, evitare gli sprechi, chiudere i cicli produttivi. O alla permacultura, che ci insegna a leggere la natura come un manuale di progettazione sostenibile. Ogni gesto sostenibile è un seme piantato nel terreno della resilienza collettiva.
Quando il lievito sparì dagli scaffali: la resilienza alimentare.
Durante la pandemia da Covid-19, ci siamo accorti all’improvviso che il cibo non arriva “magicamente” nei supermercati. Tra frontiere chiuse, trasporti bloccati e manodopera agricola dimezzata, le catene di approvvigionamento si sono inceppate ovunque. In Italia correvamo per accaparrarci farina e lievito, mentre negli Stati Uniti i banchi alimentari faticavano a tenere il passo con la domanda. In molti Paesi a basso reddito, invece, il problema non era fare scorte ma riuscire semplicemente a mangiare.
È in questo scenario che il concetto di resilienza alimentare è uscito dai documenti tecnici per entrare nella vita reale. Di cosa si tratta? Della capacità di un sistema alimentare di resistere e adattarsi a shock – pandemie, guerre, crisi climatiche – continuando a garantire l’accesso a cibo sicuro, nutriente e sufficiente per tutti. Un sistema alimentare resiliente deve essere diversificato, cioè non dipendere da un’unica coltura, da un solo Paese fornitore o da una manciata di multinazionali, locale, perché una filiera corta può reagire più rapidamente alle crisi globali, e flessibile, capace di riconvertirsi in fretta quando le condizioni cambiano.
Costruire resilienza significa quindi ripensare il sistema alimentare come qualcosa di vivo e interconnesso. Serve un’agricoltura che rigenera il suolo, custodisce i semi antichi e accorcia le distanze tra chi produce e chi consuma. Progetti come DreamsInDress, che recupera scarti tessili locali, o i mercati contadini come quello di Zagarolo, mostrano che fare rete localmente può significare resilienza alimentare, ambientale e sociale insieme.
Ercole Maggio, in Salento, ha fondato un mulino per macinare grani antichi: non solo un atto agricolo, ma un gesto politico e culturale per difendere la biodiversità e l’autonomia dei contadini.
Comunità resilienti: quando il “noi” salva tutti.
Una comunità resiliente nel sistema alimentare si regge su fondamenta solide: sociale, economica, ecologica e culturale. Innanzitutto, le relazioni e la fiducia reciproca – ovvero il cosiddetto social capital – permettono a vicini, agricoltori e associazioni di condividere cibo e informazioni, migliorando l’accesso e la stabilità alimentare per tutti. A questo si aggiunge la diversificazione: la pluralità di colture, fonti di reddito e canali di approvvigionamento diminuisce la vulnerabilità a shock climatici, pandemie o turbolenze economiche. Anche l’agricoltura locale, come la CSA o i mercati contadini, accorcia la filiera, rafforza la sovranità e costruisce legami diretti tra produttori e consumatori.
Una comunità resiliente non è solo pratica: è anche capacità organizzativa e consapevolezza. Serve auto-organizzazione – reti come cooperative, GAS e gruppi di mutuo aiuto che non attendono l’intervento esterno. Serve poi memoria locale: il sapere condiviso su coltivazione, conservazione, cucina – tramandato e rivalutato – è un patrimonio fondamentale. Infine, occorrono capitale culturale e civico, come formulato nel “Community Capitals Framework” di Flora: un mix bilanciato di risorse naturali, sociali, culturali, finanziarie e politiche. Insieme, questi elementi trasformano una comunità da semplice aggregato di individui a sistema vivo, capace di generarsi, apprendere e rispondere ai cambiamenti – trasformando la crisi in opportunità.
In Italia ci sono esempi brillanti e su Italia che Cambia ne abbiamo raccontati diversi. A Librino, un quartiere complesso di Catania, in Sicilia, un’associazione lavora per offrire ai bambini un contesto migliore: orti sociali, sport, doposcuola. Nel Parco dei Paduli (Salento), gli abitanti hanno recuperato uliveti secolari creando esperienze di turismo ecologico e agricoltura comunitaria. E poi ci sono ReLand a Torino, con i suoi giochi sull’economia circolare, o Terra di Resilienza nel Cilento, dove l’ecoturismo incontra l’agricoltura sociale… Continua a leggere gratis l’articolo su L’ECOFUTURO MAGAZINE
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