Il grande equivoco: quando il censimento diventa alibi di governo
In occasione dell’imminente conferenza stampa “Piano Strategico o sentenza ministeriale di eutanasia per le Aree Interne?”, pubblichiamo un approfondimento di Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente e vicepresidente del Centro di Ricerca Europeo CERSTE – Centre Européen des Recherches Socio-économiques, Technologiques et Environnementales.
Pare che a Roma — e non da ieri — qualcuno abbia confuso il mestiere del demografo con quello del politico. Accade tutte le volte che, di fronte a un’Italia che si svuota, ci si rifugia dietro tabelle, grafici, istogrammi, e si chiama “piano strategico” quello che, in verità, è poco più di un referto autoptico.
Prendiamo il caso delle Aree Interne, quell’Italia montana, collinare e marginale dove lo Stato esiste soltanto sulle mappe catastali e nei discorsi elettorali. Ministeri e think tank hanno calcolato ogni curva demografica, ogni indice di vecchiaia, ogni minuto di percorrenza verso l’ospedale più vicino. Hanno misurato il tasso di natalità con la stessa meticolosità con cui si pesa il tartufo bianco. Hanno redatto, chilometro per chilometro, l’atlante dell’agonia di borghi e vallate.
Tutto giusto, tutto scientifico. Ma qui sta il grande equivoco: uno studio demografico è tecnica. La decisione politica, invece, è volontà.
La demografia conta i vivi e i morti, calcola quante culle sono vuote e quanti centenari abitano la casa più isolata del paese. Ma non decide se un territorio debba rinascere o soccombere. Quella è scelta politica. E dunque, scelta costituzionale.
Perché, lo ricordo a chi ha fatto del PSNAI (ndr. Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, consultabile a questo link) un monumento alla statistica, la nostra Costituzione all’articolo 3 non dice: “Lo Stato fotografa il declino”. MAI STANCARSI DI RICORDARLO ANCHE AI PIU SMEMORATI:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.”
Quindi non basta constatare che il borgo ha perso mille abitanti. Bisogna decidere se lo si vuole salvare. E se lo si vuole salvare, bisogna investirci: strade, scuole, sanità, banda larga, incentivi fiscali. Perché un piano strategico — si chiama piano, non bollettino ISTAT — deve dire: “Ecco come cambio la rotta”.
Invece, ecco il capolavoro dell’arte ministeriale: il documento sul tavolo si intitola “Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne”, ma a pagina 45 si legge che certe aree non possono porsi “alcun obiettivo di inversione di tendenza”, e vanno accompagnate verso un “cronicizzato declino e invecchiamento.”
E allora, scusate, dove sarebbe la strategia? Dov’è il piano? È come se un medico, dopo aver studiato lastre e analisi, dicesse al paziente: “Non c’è cura. Accomodati nella sala d’attesa del crepuscolo.”
Eppure, il governo, con la consueta retorica dell’“abbiamo stanziato un miliardo”, prova a rassicurare. Ma la verità è che la montagna non si salva a colpi di bandi complicatissimi, né i Comuni con mille anime possono sobbarcarsi business plan, partenariati pubblico-privato, contratti di calore, leasing in costruendo, e altre diavolerie amministrative. Ci vogliono risorse umane, competenze e scelte politiche nette.
Basta nascondersi dietro il feticcio dei numeri. La demografia ci dice il destino se non facciamo nulla. La politica serve proprio a non restare inerti. La Costituzione non ci impone di accettare la morte dei territori. Ci impone di combatterla.
Se uno Stato produce un piano strategico che rinuncia a invertire il declino, quel piano non è strategico. È una confessione di bancarotta morale. È il foglio su cui si firma la resa.
Perché, ricordiamolo una volta per tutte: fotografare la morte non è governo. Decidere di evitarla, lo è.
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