Il bluff del nucleare in Italia: l’analisi di GB Zorzoli

 Il bluff del nucleare in Italia: l’analisi di GB Zorzoli

In Italia la competitività e l’essenzialità del nucleare per garantire la stabilità del sistema elettrico sono smentite dai fatti. Articolo a cura di GB Zorzoli per L’Ecofuturo Magazine.

Prima realtà inconfutabile. Dal 3,3% della domanda elettrica mondiale soddisfatta nel 1973 dalla produzione nucleare, una percentuale tipica per una tecnologia allora nella fase iniziale del suo sviluppo commerciale, il tasso di copertura è salito gradualmente, raggiungendo il picco (16,5%) alla fine del secolo scorso. Dopodiché è iniziata una continua discesa, che ha portato il contributo del nucleare a calare fino al 9,2% nel 2024: l’andamento tipico di una tecnologia in declino.

Questo trend è innanzitutto dovuto al divario tra il costo di una centrale nucleare “overnight” (se si potesse realizzarla in una sola notte) e quello, molto maggiore, dovuto ai tempi effettivi per la sua costruzione, estremamente più lunghi del previsto.

Due sono le principali cause di questi ritardi.

Non solo gli incidenti, ma anche numerosi malfunzionamenti richiedono di apportare modifiche al progetto di un impianto. E allora il costo eccessivo e i tempi lunghi richiesti per la sua riprogettazione integrale, con investimenti in R&S per la componentistica diversa da quella precedente, hanno sempre portato a scegliere una soluzione più a buon mercato. Ossia aggiungere nuovi componenti a quelli esistenti. Un modus operandi simile all’appendere nuove palline all’albero di Natale.

Inevitabile risultato fu la crescita delle complicazioni nella gestione dei cantieri e il conseguente incremento della loro durata.

Inoltre, non è realistico pensare che tutti i partecipanti alle attività di un cantiere, che oltre tutto non può avere le condizioni controllate di un ambiente chiuso (diversità rilevante, ad esempio, per le saldature), abbiano non solo la professionalità richiesta, ma anche la piena consapevolezza della complessità dell’iniziativa. Ne conseguono errori che possono richiedere il rifacimento di un lavoro già completato o, ancora peggio, l’ordinazione di un componente in sostituzione di quello irrimediabilmente danneggiato.

Può altresì accadere che errori commessi nella fase realizzativa vengano alla luce durante il collaudo dell’impianto, cioè quando diventa massimo l’onere finanziario che grava su una centrale nucleare destinata a rimanere improduttiva finché non si è posto rimedio al malfunzionamento.

Infine, rispetto ad altri impianti industriali, l’entrata in esercizio di una centrale nucleare è subordinata all’autorizzazione dell’autorità di sicurezza, che può richiedere ulteriori interventi prima di concederla.

Atomo e democrazia

È dunque significativo che tra i primi dieci paesi con capacità nucleare in costruzione, con una buona dose di ottimismo inserendo tra quelli democratici anche la Turchia di Erdogan, il 69% della capacità sia in fase di realizzazione in nazioni dove, non essendovi parvenza di democrazia, le decisioni vengono assunte senza essere obbligati a rendere conto dell’economicità delle scelte, chi esercita i controlli di sicurezza è meno autonomo e non vi è spazio per eventuali opposizioni sociali.

Per bypassare questi problemi, il governo italiano ha riproposto il ricorso agli Small Nuclear Reactor (SMR).

La scelta di un reattore di capacità contenuta (intorno ai 300 MWe), che consenta di realizzare gran parte dell’impianto in fabbrica, riducendo drasticamente i tempi del cantiere fu infatti avanzata già agli inizi degli anni ’90, ma allora anche due progetti italiani (del Politecnico di Milano e della facoltà di ingegneria dell’Università La Sapienza) misero entrambi in evidenza che l’aumento dei costi unitari, dovuto alla riduzione dell’effetto scala, prevaleva sul calo per la minore durata dei cantieri.

Non stupisce pertanto che per gli SMR manchi ancora la prova del budino: la dimostrazione della loro convenienza rispetto ad analoghi impianti di grande taglia.

Inoltre, come ha ricordato Angelo Bonelli dell’AVS, intervenendo al convegno di Confindustria “Nucleare futuro” del 16 luglio scorso, esiste il problema dell’accettabilità sociale degli SMR, sottolineando che secondo gli obiettivi del PNIEC dovrebbero essere installati tra un minimo di 58 e un massimo di 176 impianti in un paese dove l’installazione dell’eolico incontra notevoli difficoltà.

Ho lasciato per ultime, tre prove molto evidenti della superficialità con cui il governo italiano ha affrontato il rilancio del nucleare.

Innanzi tutto, sia gli estensori del PNIEC, sia i gruppi di lavoro della Piattaforma del nucleare sostenibile hanno trascurato quanto messo in evidenza da un accurato studio del Politecnico di Milano sulle industrie italiane in grado di contribuire al rilancio del nucleare: l’assenza di imprese nel settore della fabbricazione di combustibile nucleare, che rappresenta la componente tecnologicamente più sofisticata dell’impianto. E, incredibile ma vero, il PNIEC non prevede nessun programma, quindi nessun investimento per supplire a questo vuoto.

Insomma, sarebbe come progettare automobili in un paese dove non esistono stazioni di servizio.

Atomo a secco

Questo default è stato riconosciuto da uno studio dell’Enea, presentato al convegno di Confindustria.

«L’attuale dimensione del sistema produttivo nazionale non consente – almeno nel breve periodo – di poter far fronte a tutte le richieste associate alla progettazione, costruzione […] di impianti di produzione del combustibile». E, per risolvere il problema, il rapporto propone di ricorrere «all’opportunità di stabilire accordi strategici (partnership) per mezzo dei quali il sistema nazionale (organizzatosi appositamente per questo) possa valorizzare le proprie capacità nei contesti multinazionali associati. Tali accordi, infatti, uniti alla garanzia di disporre del supporto richiesto alla piena implementazione del programma nucleare, permetterebbero da un lato di massimizzare gli effetti di scala relativi ad alcuni servizi essenziali (quali la fornitura di combustibile, il suo eventuale riprocessamento per la chiusura del ciclo, e la gestione ultima dei rifiuti), dall’altro, di aumentare le possibilità di accedere ad un più vasto mercato di riferimento, assumendo un ruolo rilevante non solo nelle realizzazioni previste in Italia, ma anche in quelle previste all’estero».

Ma queste affermazioni del rapporto Enea sono passate sotto silenzio durante lo svolgimento del convegno di Confindustria, per cui chi non ha avuto la pazienza di leggersi il rapporto, continua a essere inconsapevole di questa assurdità. Inoltre, quando il governo afferma che il nucleare è il modo economicamente più efficiente per garantire la stabilità e la sicurezza della rete in presenza di produzioni intermittenti come l’eolico e il fotovoltaico, dimentica l’esempio francese.

Prendo come riferimento il 2020, anno più vicino a noi in cui la produzione nucleare era ancora ridotta, in particolare per i problemi di sicurezza creati dalle alte temperature delle acque immesse nei condensatori delle centrali nucleari, perché è l’anno che ha richiesto un maggiore contributo alla generazione termoelettrica convenzionale.

Ebbene, i cicli combinati, con una capacità complessiva di 12,53 GW, nel 2020 hanno contribuito alla produzione elettrica solo con 28,6 TWh, pari al 7,18% di quella nazionale. Mediamente, i cicli combinati hanno dunque funzionato per poco più di 2.280 ore equivalenti a piena potenza; di conseguenza, con un costo di produzione altissimo ma obbligato, perché rispetto alle centrali nucleari il loro tempo di risposta alle variazioni di carico è paragonabile a quello con cui vira un motoscafo rispetto ad una corazzata.

Detto altrimenti, in Francia i cicli combinati sono il supporto economicamente inefficiente all’incapacità delle centrali nucleari di svolgere un ruolo che invece, secondo il PNIEC, dovrebbero in modo efficiente svolgere in Italia.

Infine, il blackout spagnolo ha messo in evidenza alcune delle debolezze più evidenti del nucleare. Come ha scritto Giuseppe Onufrio, «quando la generazione elettrica cominciava a diffondersi nuovamente in tutta la penisola, le fonti rinnovabili stavano già generando il 90% dell’elettricità sulla rete, dimostrando ancora una volta la loro grande flessibilità. Nel frattempo, la Spagna stava (ancora 24 ore dopo) aspettando che le centrali nucleari completassero il loro lento avviamento. Questa rigidità del nucleare è incompatibile con i più moderni modelli di gestione, che richiedono un’enorme agilità nelle fonti».

GB Zorzoli
Past president del Coordinamento FREE, past president dell’AIEE, membro del Consiglio nazionale degli Stati Generali della Green Economy e del CTS di Italia Solare, svolge attività di consulenza per aziende attive nel settore energetico ed è Senior Scientific Advisor di Green Energy Storage, che sta sviluppando un accumulo di lunga durata. Collaboratore e membro dei comitati scientifici delle riviste “Energia”, “QualEnergia”, “La Termotecnica”, “Rinnovabili.it”, “Economics and Policy of Energy and the Environment”, opinionista della Staffetta Quotidiana, ha pubblicato numerosi saggi, articoli e libri su temi energetico-ambientali

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Redazione

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