I campi che restano, le mani che mancano
Ortobioattivo
Una nuova ricerca internazionale ribalta la domanda che ci poniamo da decenni: il limite alla produzione di cibo non sarà la terra, né forse il clima, ma la scomparsa di chi è disposto a coltivare. È una questione che ci riguarda da vicino — e a cui crediamo di poter rispondere.
Ci è stato insegnato a pensare alla crisi alimentare come a un problema di scarsità materiale: meno terra fertile, meno acqua, un clima che restringe ogni anno il margine entro cui una pianta può ancora portare a frutto. Abbiamo costruito modelli, scenari, allarmi attorno a ciò che manca al suolo. Eppure uno studio appena pubblicato su Nature Sustainability ci costringe a ruotare lo sguardo di novanta gradi e a fissare un vuoto che avevamo davanti agli occhi senza vederlo. Non quello della terra ma quello delle persone.
La ricerca, coordinata da Hyungjun Kim del Korea Advanced Institute of Science and Technology insieme a colleghi dell’Università di Tokyo e del KI Institute for Climate, Environment and Energy, ha fatto una cosa semplice e radicale: ha inserito per la prima volta nei modelli previsionali sulla sicurezza alimentare una variabile che fino a ieri restava sullo sfondo, quasi un dettaglio sociologico. Non quanta terra avremo, non quanto pioverà, ma quante persone resteranno disposte a lavorarla. La domanda che ne emerge è di una nitidezza spiazzante: cosa accade se i campi continuano a esistere, ma non c’è più nessuno tra i loro solchi?
— Lo studio
Un modello che conta le persone, non solo gli ettari.
“Abbiamo studiato il futuro della sicurezza alimentare guardando non solo al clima e al territorio, ma ai cambiamenti nelle società e nelle persone”
Hyungjun Kim, KAIST — coordinatore dello studio.
Gli autori hanno intrecciato cinque scenari futuri, combinando i percorsi socioeconomici condivisi (gli SSP) con i tracciati di concentrazione dei gas serra (gli RCP) — gli stessi strumenti con cui la comunità scientifica prova a immaginare l’evoluzione congiunta di economia, società e clima. La differenza rispetto al passato è che, questa volta, clima, disponibilità di suolo e forza lavoro agricola vengono pesati insieme, sullo stesso piatto della bilancia.
Il risultato è che, nella maggior parte del pianeta, la superficie davvero coltivabile è destinata a contrarsi non per esaurimento del terreno, ma per assenza di braccia. In alcune regioni il deficit di manodopera diventerà un fattore più limitante della siccità o dell’impoverimento dei suoli. E — ciò che più ci interroga — saranno proprio i Paesi economicamente più avanzati a soffrirne di più, là dove la denatalità, l’urbanizzazione e la fuga verso l’industria e i servizi hanno svuotato le campagne con la lentezza inesorabile di una clessidra.
— Il paradosso
La tecnologia non basterà a colmare il vuoto
Verrebbe spontaneo rispondere con la litania consueta del nostro tempo: arriveranno i robot, i droni, i trattori autonomi; ogni lavoratore governerà superfici sempre più vaste e il problema si scioglierà da sé. È la promessa che abbiamo sentito ripetere mille volte, e che attraversa la retorica dell’agricoltura additiva e robotica come una corrente sotterranea. Gli stessi autori dello studio, però, la smontano con onestà: l’automazione consente sì a ciascuno di coprire più terra, ma la crescita economica che la rende possibile spinge contemporaneamente, e con forza pari, le persone fuori dai campi. È un serpente che si morde la coda. Più la macchina avanza, più rende l’agricoltura un mestiere residuale, e più la svuota di chi dovrebbe ancora abitarla.
Lo abbiamo scritto altre volte, e lo ripetiamo qui senza timore di sembrare nostalgici: il problema non è quante macchine possediamo, ma quale posto riserviamo a chi lavora la terra dentro l’immaginario di una società. L’efficienza, da sola, non ha mai trattenuto nessuno in un luogo. La trattiene il senso. E un campo coltivato da un algoritmo, per quanto produttivo, è un campo da cui l’essere umano si è già congedato.
— Il nodo
Lo studio segnala anche il peso decisivo delle politiche migratorie: in scenari di forte chiusura, i Paesi ricchi rischiano gravi carenze di manodopera agricola, mentre alcune economie a basso reddito si ritroverebbero con un eccesso di popolazione rurale che nessuno è disposto a far circolare. La geografia del cibo, ancora una volta, è una geografia di chi può muoversi e di chi no.
— La radice
Abbiamo reso la terra un luogo da cui fuggire.
Se vogliamo essere sinceri, lo spopolamento delle campagne non è un incidente: è il prodotto coerente di un modello che per due secoli ha misurato il progresso come distanza dalla terra. Più ci si allontanava dal solco, più si saliva nella scala sociale. Il contadino è diventato, nel nostro linguaggio quotidiano, una figura del passato — quando invece dovrebbe essere la più contemporanea delle professioni, quella da cui dipende ogni mattino la possibilità stessa di sederci a tavola.
Wendell Berry, che leggiamo come si legge un breviario, ha sempre insistito su un punto che lo studio coreano oggi traduce in equazioni: la cura della terra non è un costo da minimizzare, è la più antica e la più degna delle nostre responsabilità. Quando una comunità smette di considerarla tale, non perde soltanto dei lavoratori. Perde una forma di conoscenza, un legame, una capacità di leggere il mondo che non si recupera con un bando di reclutamento.
Quando andiamo nei boschi, è la foresta che ci nutre. Quando lavoriamo la terra con cura, è la terra che ci tiene in vita.
— La nostra risposta
Restare è una scelta che va resa desiderabile
È qui che il nostro lavoro quotidiano, su cinque ettari di collina a Bellosguardo, smette di essere una vicenda privata e diventa una piccola tesi sul futuro. Quando, nel 2014, abbiamo scelto la Comunità che Sostiene l’Agricoltura come forma del nostro stare al mondo, non avevamo in mente un modello commerciale: avevamo in mente esattamente il vuoto che oggi questo studio quantifica. Un campo ha bisogno di mani, e le mani hanno bisogno di una ragione per restare. La CSA è prima di tutto questo: un patto che rimette le persone — chi coltiva e chi mangia — dentro lo stesso cerchio, e restituisce all’agricoltura la dignità di un legame anziché la freddezza di una transazione.
Il Metodo Bioattivo che pratichiamo — il vermicompost, il tè di lombrico, i bioreattori batterici, il biochar, le cover crop permanenti, l’assenza totale di chimica di sintesi — non è soltanto una tecnica per rigenerare il suolo. È, in controluce, un modo di rendere il mestiere del coltivare di nuovo interessante: intenso di sapere, vicino alla ricerca, capace di dialogare con le università e con la biologia del vivente. Non chiediamo alla tecnologia di sostituire l’uomo nel campo; le chiediamo di rendere il suo sguardo più acuto. La differenza è tutta lì, ed è la differenza tra un’agricoltura che continua a svuotarsi e una che torna a chiamare a sé.
Perché il punto, in fondo, è proprio quello che lo studio lascia implicito tra le righe dei suoi scenari: nessun modello previsionale tiene conto del desiderio. Si possono contare gli ettari, le piogge, persino i lavoratori — ma non si può misurare con un’equazione la voglia di restare, di tramandare, di legare la propria vita a un pezzo di terra. Quella voglia non la produce l’automazione. La produce una cultura che torni a guardare chi coltiva come a qualcuno che fa, ogni giorno, la cosa più necessaria che esista.
Leggiamo dunque questa ricerca non come l’ennesimo allarme, ma come una conferma e un invito. La conferma che il suolo, da solo, non basta: serve qualcuno che lo abiti. E l’invito a costruire, ovunque sia possibile e con qualunque mezzo abbiamo, le condizioni perché restare nei campi torni a essere non un ripiego, ma una scelta che vale una vita intera. È ciò che proviamo a fare, un Ortobioattivo alla volta, su questa collina. Nella convinzione che il futuro del cibo non si giochi solo nei laboratori, ma nelle ragioni che sapremo offrire a chi, domani, dovrà ancora chinarsi sulla terra.
Andrea Battiata – Orto Bioattivo
Riguarda l’ultima puntata del nostro viaggio tra le giornate di Ecofuturo Festival: terra, cibo, mobilità e comunità – Ecofuturo 2026: i video della quarta giornata
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