Fast Fashion: un prezzo caro per società e Pianeta
Low budget: il prezzo è caro. La cosiddetta Fast Fashion ha, in realtà, un prezzo caro per la società e il Pianeta. Articolo di Giorgia Burzachechi.
T-shirt con stampe personalizzate, maglioni di Natale “brutti” (così tradotto dall’inglese “ugly sweater”), calzature in plastica, piumini sintetici, abbigliamento di scarsa fattura. Tutto a prezzi ribassati. E poi ancora: live shopping, fashion social consultant, personal shopper per tutte le età, sedicenti creator e piattaforme fotografiche che ispirano il perfetto outfit per ogni singola occasione. Consigli, suggerimenti, indicazioni e soluzioni che durano il tempo di un reel, invitando all’acquisto compulsivo di capi di abbigliamento che verranno indossati un numero di volte pari o inferiore alle dita di una mano e rapidamente gettati, perché sostituiti dal successivo trend o banalmente usurati a causa della scarsa qualità.
Fast fashion è un fenomeno che l’Oxford English Dictionary (OED) definisce come: «Inexpensive clothing produced rapidly by mass-market retailers in response to the latest trends», ovvero «Abbigliamento a basso costo prodotto rapidamente dai rivenditori di massa seguendo le ultime tendenze». È caratterizzato da una produzione veloce per seguire le mode in continua evoluzione, da prezzi accessibili, spesso ottenuti grazie a materiali economici e manodopera a basso costo, e da un ciclo di vita breve degli indumenti, che incoraggia il consumo rapido e continuo.
Oggi il fenomeno dilaga online, seducendo persone di tutte le età con numeri da capogiro. Secondo il rapporto Fast Fashion Market Report 2025 di Research and Markets, il mercato globale della fast fashion ha raggiunto un valore di 142,06 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede che crescerà fino a 197,05 miliardi entro il 2028, con un tasso di crescita annuale composto dell’8,5%.
La storia della fashion
La fast fashion, così come la intendiamo oggi, muove i primi passi negli anni ’90, ma le sue radici sono più profonde; risalgono alla metà del secolo scorso, con la diffusione della moda prêt-à-porter (dal francese “pronto da indossare”). Le nuove tecnologie e l’industrializzazione hanno permesso un cambiamento radicale nel settore dell’abbigliamento, con l’introduzione di capi realizzati non più su misura per il singolo cliente, ma venduti in taglie standard, pronti per essere indossati e a prezzi accessibili per tutti.
Sul finire del secolo, la produzione ha subito un’accelerazione significativa, riducendo i tempi di realizzazione delle collezioni da mesi a settimane. Negli anni 2000, un’ulteriore spinta è arrivata dalla diffusione di Internet, che ha introdotto i negozi e-commerce, veri e propri spazi virtuali in cui acquistare prodotti che vengono spediti direttamente a casa. Questi negozi online hanno abbattuto gran parte dei costi di gestione degli esercizi fisici, permettendo alle aziende di offrire prezzi ancora più competitivi. Un altro fattore chiave nella diffusione della fast fashion è stata la globalizzazione, che ha permesso alle grandi aziende di delocalizzare la produzione in paesi con costi di manodopera infimi, come Cina, Bangladesh e Vietnam.
Tutto ciò ha avuto un costo altissimo per moltissimi lavoratori e lavoratrici, che ancora oggi pagano un prezzo elevato in termini di diritti cancellati e salari minimi inadeguati. A farne le spese è anche l’ambiente, con un impatto devastante sulle risorse naturali, emissioni di gas serra fuori controllo e una produzione di rifiuti tessili senza freni.
Gli impatti sul Pianeta
Secondo uno studio condotto da AEA, l’Agenzia Europea per l’Ambiente, l’industria della moda consuma 1,5 trilioni di litri d’acqua all’anno, mentre tinture, sostanze tossiche utilizzate per il trattamento dei tessuti e pesticidi impiegati per la coltivazione delle materie prime, contaminano il 20% dell’acqua pulita globale. Nel 2020 la produzione di fibre tessili nel mondo era pari a 109 milioni di tonnellate, numero destinato a salire a 145 milioni di tonnellate entro il 2030. I prodotti della fast fashion hanno solitamente una vita breve. Questo si riflette nei comportamenti dei consumatori europei: nel 2012 si è acquistato il 40% in più di abbigliamento rispetto al 1996, ma con un utilizzo dimezzato rispetto al passato.
Inoltre, le plastiche utilizzate nelle fibre sintetiche, sotto forma di microplastiche, si accumulano negli ecosistemi degli oceani, contaminando la catena alimentare. Questo solo per la parte di produzione. Per ciò che concerne il fine vita, il report stima che l’87% degli indumenti finisca nelle discariche o venga incenerito, mentre il 30% della produzione è in eccesso e viene smaltito senza essere mai stato indossato. L’industria della moda è anche responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio all’anno ed è un importante fattore di deforestazione e degrado del suolo.
Gli impatti sociali
I lavoratori e le lavoratrici del settore tessile si trovano spesso a lavorare in condizioni inidonee, dove diritti civili e sicurezza sono costantemente messi a rischio. Secondo uno studio dal titolo “Appalling or Advantageous? Exploring the Impacts of Fast Fashion From Environmental, Social, and Economic Perspectives”, del Journal for Global Business & Community, lo scenario è critico.
Prima tra tutti c’è l’esposizione a sostanze chimiche pericolose. Sono molti gli operai che non dispongono di dispositivi di protezione adeguati contro sostanze come la formaldeide o il bicromato di potassio, usate per trattare e invecchiare i tessuti. Inoltre, senza protezione, il contatto con questi prodotti può causare irritazioni, difficoltà respiratorie, nausea e, nei casi più gravi, disfunzioni fisiologiche o tumori.
Gli edifici difficilmente rispettano norme di sicurezza sul lavoro. Il 2012 divenne un anno tragicamente noto per l’incendio che uccise oltre 100 persone, rimaste intrappolate in una fabbrica con finestre con sbarre di ferro in Bangladesh. E l’anno successivo il numero di morti decuplicò nella catastrofe di Rana Plaza, dove un cedimento strutturale di un edificio di otto piani crollò a Savar, un sub-distretto nella Grande Area di Dacca, causando 1134 morti e oltre 2000 feriti.
In questi ambienti, inoltre, si perpetua disparità di genere. Circa l’80% della manodopera impiegata nelle fabbriche tessili è costituita da donne, mentre gli uomini, per lo più ricoprono ruoli manageriali. Le lavoratrici sono anche oggetto di divari salariali di genere, e non di rado, molestie sessuali.
A questo si aggiunge l’orribile piaga del lavoro minorile, ancora molto diffuso nell’industria dell’abbigliamento nei paesi in via di sviluppo. Secondo Save the Children sono 160 milioni di minori tra i 7 e 15 anni nel mondo (di cui 336mila in Italia) coinvolti nel lavoro minorile.
Nei paesi che accolgono l’industria del tessile per la fast fashion, dove le norme di sicurezza sono assenti e quelle sulla tutela dei minori ignorate, bambini e bambine vengono impiegati e ricevono salari ancora inferiori rispetto agli adulti, già pagati al minimo. La mancanza di istruzione e la povertà, cancellano ogni speranza di miglioramento di condizione di vita per le future generazioni… CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO GRATIS SU L’ECOFUTURO MAGAZINE
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